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lunedì 26 settembre 2011

La peggior politica è l'antipolitica


Premessa (per provare ad inquadrare il perché della cosa).
Quanto scrivo, nasce da uno scambio di tweet avuto ieri pomeriggio con Gianni Riotta – direttore del TG1, ai tempi in cui lo si poteva ancora definire con orgoglio IL telegiornale nazionale, senza polemiche o ironia. – al quale poi si è unita anche altra gente.
Tutto è cominciato con un cinguettio del direttore, che riportava un passaggio dell’editoriale di Eugenio Scalfari, su Repubblica. Diceva questo: “L’antipolitica è un cappio al collo e chi la incoraggia alleva un mostro e peggiorerà una situazione fuori controllo.”


Svolgimento (per provare a spiegare come la penso).

L’antipolitica è un cappio al collo. E’ vero. Un cappio molto stretto, che più passa il tempo, più si stringe. Soffoca ogni buona iniziativa – politica e di partecipazione politica – inquadrando la Politica come “tutta sbagliata”. Quello che appartiene a tale sfera, viene catalogato automaticamente come corrotto e corrompibile, colluso, guasto, vecchio, depravato, rovinato. Secondo il regno dell’antipolitica, la politica sporca, altera, tutto quello che tocca.
D’accordo, le esperienze passate (vedi prima repubblica) e quelle attuali (vedi seconda o terza repubblica) possono essere prove provanti, di questo sentimento popolare. In Italia il sistema non funziona. Molte delle colpe sono della politica. Di questa maledetta politica italiana, marcia, stantia, putrida. Sono d’accordo. Ma è necessario lo sbocco positivo.
Mi hanno sempre convinto poco, le iniziative degli Spider Truman o delle Listeouting di turno, anche se certe volte, e davanti a certe cose, il desiderio è stato ed è, forte.  Anticastiste: ho usato sempre questa definizione nel mio blog, per parlare di quelle persone, o meglio di quell’impulso civico di reazione alla tremenda situazione in cui il nostro paese si è cacciato. Chiamavo così, quelli che si scagliavano contro la Casta dei Politici, simbolo, innegabile, del malgoverno e del malessere nazionale. Era una definizione immatura. Data e creata d’impulso, solo perché suonava benino e rendeva l’idea. Voglio cambiarla. Adesso definirò questi “moti” e le persone che ne sono il motore, “Castatori”. Mi piace, perché rima con “censori”. Ma anche e soprattutto,  perché nel suono, la parola Casta si mischia e rischia di diventare “castra”. Castrare: bloccare, frenare, sterilizzare. Castatori o castratori della politica. Ma c’è un’accezione ancora più intima di questo termine che ho inventato, che è quella che preferisco. Questi castatori, mi ricordano un “proverbiale tizio” delle mie parti, che per fare un dispetto alla moglie, dopo una lite, si tagliò i “cosiddetti”, in modo da non poterla più soddisfare amorosamente. Si castrò per dispetto, capite?. Il detto recita “per non esser coglion me li tagliai, poi mi accorsi che ero più coglion che mai”.
Ecco: i castatori, gli antipolitici per eccellenza, quelli che sputano su tutto quello che è politica, mi ricordano quel tipo, diciamo così, “auto-censore”. L’antipolitica, rischia di essere il peggior autogol che noi come cittadini possiamo fare. Ve lo dico perché ci sono passato e quasi “cascato”. Mi sono trovato, in tempi diversi della mia vita, da tutte e due le parti della barricata di questa stupidamente assurda battaglia.
Per essere chiaro, ho fatto parte per molto tempo del meccanismo politico di un partito, addirittura mi sono anche candidato alle elezioni amministrative – quasi per dovere – e non sono stato eletto. Mi ha sconfitto la politica, quella orrenda, perfida, degli interessi e delle macchinazioni dall’alto, che hanno guidato le elezioni nel mio partito. Successivamente, forse anche per difesa personale, ho covato anche io un desiderio di reazione forte, contro, schifato: per un periodo – brevemente e con poche convinzioni, a dire il vero – sono stato anche io attirato dalle sirene dell’antipolitica. L’antipolitica è facile, puoi agevolmente esprimere le tue opinioni senza la necessità di motivarle profondamente. Basta essere contro. Ma così non si risolverà mai niente, me ne sono accorto in tempo, quasi subito, per mia fortuna.
La politica italiana contemporanea, è pessima. Probabilmente siamo arrivati alla peggiore di sempre: una politica priva di visioni lungimiranti, di attenzione verso i cittadini, corrotta e stagnante. Ma non è con l’antipolitica, con la guerra tra bande, che si risolve la questione. La pessima politica deve essere sostituita dalla buona. E’ in nome di questo, che chi si impegna e partecipa deve orientarsi. Ed è ancor più in nome di questo, che quell’impegno e quella partecipazione devono essere una sorta di obbligo morale: c’è il bisogno di essere attivi, contro l’antipolitica che è solo passiva. Occorre, e lo dico per primo a me stesso, lavorare energicamente, per la politica buona. Ed occorre farlo, da dentro i partiti: covo della politica pessima. Sgomberare il campo, farsi largo, ripulire, rinnovare, rottamare. Ed occorre ancora di più, che chi si muove in questo senso, dia un segnale chiaro e visibile, di solcare il terreno della Politica. Per essere distinguibile da chi invece, è solo contro, è solo anti. Distinguersi dal campo dell’antipolitica, che in passato è stato spesso fertile per le dittature, per i berlusconismi  (dove, se non dal desiderio di antipolitica contro l’era di tangentopoli,  ha attecchito? ndEm), per il qualunquismo.
In questo momento, in Italia, non possiamo permetterci un’antipolitica. E’ troppo pericoloso. E’ rischioso e controproducente. E’ la serietà della situazione che lo pretende.
Em

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