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mercoledì 10 agosto 2011

Qual è la situazione de L'Aquila?

Leggendo qua e là, tra blog e siti, ho trovato questo post, che parla di una singolare situazione che si è verificata a L'Aquila (da nonleggerlo.blogspot.com).
Leggiamo da La Repubblica:
Per lo zio di Gianni Letta (Guido), prefetto fascista in Abruzzo, nel piccolo comune terremotato di Aielli sono pronti un busto e una piazza da intitolare alla sua memoria. Con i soldi del terremoto. C’è anche questa spesa (20 mila euro) nel lungo elenco di beneficiari dei fondi del sisma stanziati dal governo. La Provincia dell’Aquila, guidata dal presidente di centrodestra Antonio Del Corvo, ha ricevuto ben 8 milioni di euro da destinare all’emergenza ed ha dispensato parte di queste risorse attraverso un elenco che l’opposizione non ha esitato a definire clientelare. Così, i soldi del terremoto sono stati investiti anche per un convegno sul federalismo (20mila euro), per il campionato del mondo di hockey a Roccaraso (50mila euro), per spese di “comunicazione istituzionale” (50mila euro), per gli eventi del cartellone estivo (70mila euro) e per il premio cinematografico intitolato alla memoria di Pietro Taricone (30mila euro).
"Non è vero niente, quereleremo Repubblica ed il loro giornalista", hadichiarato ai microfoni di Radio 24 il presidente Pdl Antonio del Corvo. "Quei milioni di euro non erano destinati alla ricostruzione", ma ci erano stati rimborsati per le "minori entrate e le maggiori spese provocate dal terremoto". E allora spendiamoli un po' come ci pare, visto che all'Aquila va tutto bene. Ma ... il busto dello zio fascista di Gianni Letta?

Il busto se l'era fatto fare lui da vivo, e ci è stato donato da un cittadino: quindi non è costato niente.Sì, ok, però quei 20 mila euro li avete stanziati ...

Quei 20 mila euro li abbiamo stanziati per una manifestazione in cui verrà conferita la cittadinanza onoraria a Gianni Letta. E' una persona squisita, eccezionale, che ogni 15 giorni viene all'Aquila, e che la città dell'Aquila non ha mai ringraziato.
L'occasione mi è da spunto, per condividere un po' di cose, proprio sulla situazione generale de L'Aquila, provate direttamente sulla mia pelle, quando mi sono recato là - varie volte - per lavoro
Voglio partire subito col fare una premessa: non si tratta di una sviolinata - anzi probabilmente può essere un comportamento ordinario, che caratterizza tutte le popolazioni colpite da tragedie di quelle dimensioni. La gente de L'Aquila, e dintorni, è straordinaria. Gli vedi negli occhi la voglia di vivere, quella vera: e poi, c'è quel modo di porsi, verso i forestieri - i tanti forestieri, che come me si sono recati lassù per lavoro, e tanti ci hanno anche speculato, purtroppo. Non sono diffidenti, anzi: sono apertissimi, hanno bisogno di parlarti, di raccontarti, di condividere le loro esperienze e le loro paure, sembra quasi che ti vogliano ringraziare per essere andato là ad aiutarli - anche se lo sanno che non è volontariato, ma un incarico professionale. Sono persone eccezionali, rese ancor più eccezionali, da quello che gli è successo: parli con la gente, e capisci che sono pochi, quelli che non hanno un amico, un parente, un vicino di casa, un collega, che è rimasto sepolto sotto le macerie. L'Aquila non è un grande città.
una casa di L'Aquila (giugno 2011)
Al momento della partenza (la mia prima volta, qualche mese fa) - e forse da qualche giorno prima - non facevo altro che pensare che cosa avrei trovato, come si sarebbe presentata la città ai miei occhi e soprattutto come i miei occhi avrebbe filtrato le immagini al mio cuore. Pensi e ripensi, per tutto il viaggio, e cerchi di convincerti che ormai sono passati due anni, e le rovine e i ruderi non ci saranno più. Ormai - pensi - saranno rimasti solo gli ultimi interventi. Pensi tanto: perché L'Aquila da noi (umbri) è lontana: o per lo meno è lungo e scomodo il viaggio per raggiungerla. E questa distanza apre un altro scenario di pensiero: quanto diamine è stato forte quel maledetto terremoto, per averlo sentito così bene, noi in Umbria. Ci ha ricordato perfettamente quel 26 settembre; abbiamo percepito perfino il boato delle onde sismiche che escono in superficie e vibrano a frequenze del campo udibile. Pensa lassù, che cosa è stato?!
Arrivato lì, capisci che le congetture e le propagande sulla repentinità dell'intervento, sono solo pubblicità - elettorale: la ricostruzione corposa, quella degli edifici E e D (li hanno classificati così i più danneggiati) non è quasi partita per niente. Ti dicono che ancora sono molte le persone che vivono negli alberghi, e tante di più sono quelle che hanno improvvisato case-di-fortuna, in garage e scantinati.
Passare per il centro storico - ancora Zona Rossa, non accessibile ai non addetti ai lavori - è ancora più agghiacciate. Le foto, appese davanti alle transennature dei cantieri, dei morti ammazzati dal terremoto,   non lasciano scampo ai ricordi: l'unica cosa che puoi fare è recitare un "Requiem Aeternam". L'atmosfera da paesaggio disabitato del west, colorato solo dai volti sorridenti dei defunti nelle immagini, è rotta solamente dal rumore di qualche sonda perforatrice, che indaga per sondaggi geognostici. Là, la famigliarità degli abitanti, con questi macchinari e con le annesse figure professionali (geologi, ingegneri strutturisti...) è pazzesca: tutti conoscono in grandi linee le N.T.C. 2008, quelle norme tecniche per le costruzioni, che il dramma ha spinto a rivedere e perfezionare (anche se molto ci sarebbe da dire in merito...). E' surreale: da noi, per spiegare qual'è il ruolo di un geologo nell'attività professionale quotidiana, devi cercare similitudini e paragoni aristotelici.
Le città che sono diventate famose alle cronache, come Onna e Paganica, sono ancora distrutte. Macerie come al centro del capoluogo, anche tutto intorno. I borghi più colpiti, sono una trama di tubi e ponteggi, per sorreggere quello che non è ancora crollato, ma che potrebbe farlo a breve. Si, perché quella è zona sismica: e tale resterà per sempre (tempi umani). La prima volta che mi recai là, era il giorno seguente ad una scossa di M4.1 (circa) che aveva interessato quelle faglie, intorno all'ora di cena. Tutti mi chiedevano se avevano fatto bene a restare in casa oppure ad andare a dormire fuori. La risposta non ce l'avevo, e non ce l'avrò mai: nessuno può sapere prima, che tono avrà il ruggito del mostro. 
E quest'essere appesi al destino, lo riconosci nelle loro voci: ti parlano di gente che se n'è andata a vivere altrove, di altri che sono restati nelle proprie case, invece, anche durante quei giorni del 2009. Ti parlano di gente - tanta gente - che non ce l'ha fatta. Questo è un aspetto, che i nostri telegiornali e i media in genere, non hanno nemmeno affrontato: era macabro, disperato, agghiacciante, per parlarne; era meglio fotografare la consegna delle case ai pochi eletti e fortunati. Sto parlando dei suicidi. Persone che continuano a togliersi la vita, perché non riescono a sostenere il peso di tutto quello che è accaduto, per la mancanza dei propri cari, di quella che avevano fino a quel momento classificato come realtà quotidiana, della vita. Suicidi che colpiscono tutte le età: anche questo, si dice, che sia una conseguenza psicologica umana, comune a molti sopravvissuti alle tragedie. Ma la scientificità medico-sociologica del caso, non toglie nemmeno una granello di sabbia al monte di tristezza.
Le macerie ed il mostro, non hanno ancora chiuso i conti con la vita. E proprio quelle macerie, sono diventate protagoniste di un folle rituale, che imita quello che successe a Cogne o in altri posti del genere: il Turismo da Macerie. Gente che va a L'Aquila per vedere i luoghi devastati dal terremoto, per fotografare quello che ha visto ricostruito nei plastici di Vespa alla TV, odiosi voyuer che non capiscono quanta vita è rimasta schiacciata lì sotto.

Non c'è una conclusione a questo racconto: perché niente di questa storia che riguarda Il Terremoto de L'Aquila del 2009, è ancora concluso. Come, però, per fortuna, non è finita la voglia di vivere delle persone. Rivedere gli studenti dell'Università che entrano con le borse in aula, è la più grossa speranza per il futuro: e l'aquila risorgerà dalle maledette macerie, come la Fenice dalle ceneri. 
Ma non lasciamoli soli...

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