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domenica 8 maggio 2011

La Vendemmia - un racconto di Daniele Ridolfi

LA VENDEMMIA
di Daniele Ridolfi

Da ragazza, mia nonna viveva in campagna, in una casa molto vecchia, con tutta la sua famiglia. Poi, tutti i fratelli e sorelle si sono sposati e se ne sono andati in città, lei compresa, tranne una sorella che imperterrita continuava la vita di campagna con molte difficoltà e disagi.
Quando io ero bambino, c'era la casa molto vecchia, c'era mia zia ovvero la sorella tenace e suo figlio, ovvero mio zio, nessun altro. Avevano un campo e qualche filare di viti, ma che da soli non sarebbero mai riusciti a coltivare. Con l'aiuto di qualche contadino durante l'anno e con l'aiuto di tutto il parentado, l'attività campagnola sembrava tirare avanti come un mulo stanco e testardo. Quello che era di competenza di mia nonna e quindi di mia madre, ma nella realtà e praticità dei fatti, di mio padre, era proprio la viticultura. Non c'era una vera divisione dei lavori, c'era mio padre che nel tempo libero si divertiva a fare  il vino, o meglio a coltivare, potare, concimare, zappare la vigna. Poi per un giorno  l'anno, a settembre la vendemmia diventava parte di tutta la famiglia, che si riuniva in questa vecchia casa.






Da quello che mi ricordo sembrava tutto così bello e faticoso, ma bello. Era una giornata di festa, anche se non mancavano liti familiari e vecchie diatribe, ma in fin dei conti faceva parte del gioco. Mi ricordo che ci si svegliava presto al mattino e la prima adunata era per gli uomini, che preparavano in un trattore tutte le ceste e le "cassette" di legno. Il trattore era preso in prestito da "lo zi' Giovannino", contadino tenace con tanti anni e tanta grinta, e anche uno dei tanti fratelli della famiglia. Se non c'era il trattore di Giovannino c'era la macchina di mamma, una Citroen Meari, arrivata non so da quale legione straniera. A differenza di Giovannino però gli strumenti che usavamo noi erano rimasti quelli di tanti anni prima, vuoi, perché nessuno si sognava nemmeno lontanamente di investire nel futuro, vuoi perché a mio padre son sempre piaciuti i vecchi tempi che non ha mai vissuto. E così, con poca forza, con tanto sonno, e anche con tanto entusiasmo davo una mano alla preparazione e come la mascotte delle truppe in guerra, prendevo il mio secchio e con un opaco fracasso sfondavo le linee nemiche, nient' altro che rugiada, nel campo di battaglia.
Si iniziava la raccolta dai filari d'uva bianca, ma non ho mai capito il perché. Sta di fatto che il lavoro iniziava lento, silenzioso. Si stava lontani, anche perché si era in pochi e ogni tanto si sentiva qualche mugolio dovuto allo sforzo nel trasportare le ceste nel trattore. Ogni tanto il trattore rombava in avanti. Il trattore mi è sempre piaciuto, soprattutto quando mi lasciavano credere di poterlo condurre tutto da solo. Un trattore poteva divenire una formula uno, un camion, un'astronave, ma il più delle volte preferivo che rimanesse un semplice trattore. Andando avanti la gornata era sempre più intensa, le mamme, le nonne, le sorelle, i cugini e i cugini dei cugini  venivano al campo, per aiutare, per giocare, per chiedere a che ora si volesse pranzare; per spargere pettegolezzi, per fare filmini con le prime telecamere 8 millimetri, ma soprattutto si veniva per stare insieme. Così quei filari diventavano sempre più affollati, come un formicaio. Eravamo tutti più vicini, in tutti i sensi. C'era modo di scherzare, di fermarci e bere qualcosa: per i più piccoli c'era la merenda, ma poi anche i grandi ne approfittavano. Nonna, la più anziana, dava le direttive. E tra una filastrocca d'altri tempi e una lacrimevole storia infinita di chissà quale telenovela argentina ci insegnava l'arte del contadino. Guai a noi a maltrattare l'uva, e soprattutto, guai a lasciare gli acini a terra. Il compito di noi piccoli era anche quello di raccoglierli, ma poi alla fine e forse nemmeno all'inizio nessuno di noi era davvero interessato alla raccolta. Era molto più bello scoprire la campagna aperta. Poter giocare senza che strade e auto fossero una preoccupazione. Nemmeno i grandi ci guardavano, si poteva andare ovunque. In realtà la nonna ci proibiva di andare in una casa diroccata. Si diceva fosse la casa del diavolo. Anni dopo scoprìi che ci bazzicavano diverse prostitute. La casa fu abbattuta, iniziavano a scomparire i lavori nei campi.
E quando la raccolta era finita si pranzava. Tutti insieme, mille persone, eravamo tantissimi: i grandi coi grandi e i piccoli mangiavano coi piccoli e io facevo tutt e due, perché ero grande...dentro.
Il pomeriggio era la parte più divertente, la pigiatura al tino e al torchio. Il tino non era un tino, nel senso che era una costruzione in muratura nel piano basso della casa, e  che faceva funzione di tino. Durante l'anno faceva funzione da ripostiglio di qualsiasi cosa, biciclette, scatoloni, mobili. Ma in quel giorno diventava "il canale"...e si pigiava, con i piedi. Il primo ad entrare era mio padre che sistemava l'uva con un forcone da diavolo. In effetti dopo un po' che lavorava, mi dava l'impressione di un diavolo. Così era la sua espressione: curva e concentrata. Anche io entravo, e giocavo. Così di tanto in tanto due o tre scappellotti me li beccavo nel momento in cui non avrei mai voluto, con tutti i parenti presenti...che vergogna!
Da lì l'uva passava attraverso un piccolo pertugio nel muro, un canaletto, che indirizzava l'uva pigiata nella stanza adiacente, ma più bassa. La cantina. La cantina era una vera cantina. Con una botte grande, una media, una piccola e tante ragnatele. Solo con la luce di una lampadina da 60 watt montata su un impianto a dir poco fatiscente (al quale non mi era permesso avvicinarmi, nemmeno all'interruttore, tanto era pericoloso), si prendeva l'uva e la si metteva nel torchio. Per me era uno strumento di gloria e tortura. Il mio, e mio solo, compito era quello di pigiare più in fondo possibile tutta l'uva che ci entrava, prima che qualcuno poco garbato lo chiudesse con i legni, girasse le leve e spremesse il frutto fino alla morte.
Per me era bellissimo, perché ero l'eroe della situazione. Di corporatura magrolina, di statura piuttosto...piccola...con la grinta di cento somari, mettevo tutte le mie ultime forze nel mio momento di gloria. Era però una tortura, perchè pigiavo e giravo intorno a una leva che a sua volta aveva una leva che a sua volta....la prendevo sempre in testa o sullo stomaco a seconda della posizione che prendevo. A distanza di tanti anni, penso che se sono un po' scemo lo devo anche al torchio e alla vendemmia.
E intanto il mosto usciva. Il mosto. Quanta uva ci vuole per fare un secchio di mosto? Chiedevo. Tanta. Nessuno rispondeva ma ce ne voleva tanta. E secchio dopo secchio, passamano dopo passamano, le botti iniziavano a riempirsi. Due grandi di bianco, una piccola e una piccolissima di rosso (che ancora non capisco da dove sbucasse fuori ogni anno). Credo che la botte piccola fosse quella famosa del vino buono.
E alla fine, il momento fatidico, l'assaggio del mosto. E giuro che di tutto quel lavor fatto io non ho mai toccato un goccio di mosto, né di vino, quando diveniva tale. E ancora ora oggi, se c'è una cosa che posso dire di non aver provato è questa. E non perché non mi andasse, ma per il semplice fatto che fosse mio padre a imporlo a chiedermelo, a farmelo capire. Per partito preso, dicevo di no. Ancora oggi posso distinguere meglio di qualsiasi altra persona della mia età l'odore di mosto, ma per un nodo nel carattere non sò proprio che sapore abbia. Ma la verità è che preferisco immaginarmelo!
Ad ogni modo finito il tutto, si ripulivano le cose, e come al solito, era il momento giusto per i più di dileguarsi in altre faccende. Essere figlio di mio padre non era facile, e io l'aiutavo. A dire la verità non l'ho mai aiutato un granché, io giocavo. Giocavo con l'uva, col mosto, con l'acqua, con il noce, con le noci sopra il noce. Giocavo vicino al pozzo, che col tempo era diventato un poco elettrico e la preoccupazione di tutti era  quella che i piccoli rimanessero fulminati. Che abbia qualche parente fulminato in famiglia? Chissà. Di sicuro non buoni elettricisti. E poi c'era la cena ancora tutti insieme, ma molti di meno e c'era la stanchezza. C'era la sera, che diventava notte, c'erano i parenti che uno ad uno si salutavano. C'era la notte di campagna e la casa in campagna di notte da fuori faceva paura. C'era tanto buio, tanto che le luci dell'aereoporto lontano si vedevano benissimo. C'era ancora qualche cicala che senza aver alzato una zappa cantava ancora, ma c'era il fresco del campo e il caldo del camino dove si preparava la torta al testo con erba e salsicce. C'era la fine dell'estate e l'inizio della scuola. E poi c'erano gli occhi pesanti, tanto pesanti, troppo per ricordarmi come si ritornava a casa. E poi c'era...  .

Oggi, la città è venuta in campagna, e di tutto questo non rimane che qualche racconto, durante qualche cena dove le generazioni sono invecchiate, cresciute, e le nuove non possono che riviverle con l'immaginazione.

(Grazie nonne, per essere state un tempo ciò che oggi è una parte di noi "cinicchi")

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