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domenica 17 aprile 2011

Io da vecchio - racconto di D. Ridolfi

IO DA VECCHIO
di Daniele Ridolfi

Quando si dice "sogni", ogni buona persona si schiera istintivamente in una di queste due grandi suddivioni: quella dei sogni ad occhi aperti e di quelli che avvengono quando dormiamo.
Tralasciando la filosofia se questi abbiano la stessa origine, voglio raccontare in prima persona un sogno, che feci una notte di un anno fa.

Ero in casa mia navigando per i sette mari di internet, né da surfista né tantomeno da pirata. Da semplice turista in cerca di nuove terre. Tralasciando il Principato di Monaco, mi diressi in quella che era l'opprtunità del secolo: visitare Cuba. Mi teletrasportai fisicamente in questa, internet era sparito, anzi, sembrava non essere  mai esistito nemmeno il telefono. Ero in un tipico bar di pescatori, e non so quanto io possa essere attendibile, perché io a Cuba non ci sono mai stato, e quello che ho visto è stato in foto e ducumentari. Un docmentario, ero in un documentario, ma questa volta io ero il regista o forse il giornalista, o semplicemente ero qualcuno che faceva domande. Da quello che mi ricordo, domande e interviste ne feci solo a un tizio. Ovviamente la camera o cinepresa, con una fotografia in tecnicolor anni '70, riprendeva non solo l'ambiente, ma anche i visi di quei personaggi, chissá pescatori con la pelle bruciata da sole verso l'alto, così da delineare sorrisi tanto grandi quanto erano le imperfezioni nelle loro bocche.  Tra quelli che erano ben felici di sorridere e posare per la camera c'erano seduti quelli concentrati negli scacchi che solo all'ultimo si accorgevano dell'evento e salutavano con tutta l'energia della tarda età. Alle pareti, vecchie foto in bianco e nero. Chissà se nel mio sogno stava subendo un'influenza Hemingwayana. Solo mi aspettavo di vedere lo scheletro di un  pesce Marlin appeso sopra la porta. Potrei immaginare che in altri tempi e in altri sogni sarebbe stata l'attrazione del locale.



Avvicinadomi al bancone mi venne incontro un signore, vestito come gli altri: pantaloni corti rossi da basket, canottiera della salute bianca leggermente ombrata, ciabatte da bagnino romagnolo, ma più vecchie più bruciate.
Il tipo abbronzato, non era originario dell'isola, bastava vedere i suoi lineamenti europei, e del bar probabilmente non era che un amico del padrone o un aiutante. Però sí che faceva gli onori di casa. Mi sorrideva sereno, né per forza né per prendermi in giro: sapeva e capiva che ero venuto per qualcosa. E lui si mise a disposizione. I suoi capelli corti  e bianchi e il viso con solo una leggera ombra di barba bianca non gli davano l'aspetto del solitario e rattrappito vecchio di mare, ma la schiena dritta e la vitale forza nelle braccia gesticolanti. gli davano sicuramente meno anni di quelli che aveva. Mi parlava in spagnolo, senza accenti o inflessioni particolari. Lo capivo perfettamente, non tanto perché conosco l'idioma, più che altro sembrava che le sue parole mi entrassero più in testa che nelle orecchie. Succede nei sogni. Il giovane vecchio di anni ne aveva vissuti o almeno di cose gliene erano capitate, perché, sono sicuro, mi raccontò parti della sua vita.  Ed era tan entusiasta che da non so dove tirò fuori un  gran libro stampato e a tratti sottolineato. Lesse: e quì ancora X non c'era.
Rimasi perplesso leggendo quel nome, X, che per ovvi motivi rimarrà segreto, era ed è, una amicizia a me cara da molti anni. Perché quel nome mi richiamava alla memoria una persona di mia conoscenza e perché questo "straniero" dava per scontato che io la conoscessi? Era dunque una conoscenza comune? Dove avrebbe dovuto essere? Come? Quando? Mi domandavo e mi chiedevo. Alzando la testa dal libro tenuto e indicato da quelle sicure mani, lo vidi sorridermi e annuire. Senza dire nientaltro. Continuavo a chiederemi cose. Non molte: una. Chi era quest'uomo? Lui continuava a sorridermi e ad annuiure. Mi fissai nei suoi occhi, nella bocca, le sopracciglia, nell'espressione matura e mi vidi come in uno specchio. Ero io. Non era stupore, o sorpresa, era meraviglia allo stato puro. Era l'inspettato. Era come un regalo di laurea al primo giorno di università. Avevo conosciuto me stesso da vecchio. Un me stesso felice, con la mia stessa caratteristica, di rivivere le cose del passato e presagire il futuro. Immagino che per la nostra propria felicità non volle dirmi niente di più che questo. Sotto sotto ci lessi un messagio nascosto: non fare cazzate, aspetta.
Un consiglio alla pazienza. Lo accettai, anche se emozionato lo raccontai a mille e mille persone ricevendo commenti e analisi differenti, ma che al giorno d'oggi già valgono poco o sicuramente meno, visto e considerato il fatto che quel sogno aveva senso in un momento ben preciso della mia vita.
Sta di fatto che "Io da vecchio" come lo chiamai, non si ripresentò più. Quella notte il sogno non finì, solo iniziai a parlare a me stesso dicendo: mi sono visto da vecchio, ero io, cazzo ero io. Il sogno fu un vortice nero e grigio fintanto che non mi svegliai.
Dedussi che Io da vecchio era un sogno di notte. Per un periodo lo dimenticai, o meglio, misi il sogno nello scomprimento del cervello "sogni incredibili e presagi futuri".

Successe l'altro giorno che il mio Io da vecchio si ripresentò, in una situazione alquanto strana, ovvero nel momento di massima concentrazione e sveglia diaria: ero nel traffico con lo scooter.
Fu come assentarmi, mettere un cartellino "torno subito, cervello in avaria". Il mio corpo, grazie a non so quale principio fisico-chimico-divino, percorse lo stesso tragitto quotidiano. Quella parte di cervello detta da me pilota automatico, era l'unica connessa al resto del corpo. Dalle 15 e 25 fino alle 15 e 50, mi intrattenni con il mio Io da Vecchio non solo in un percorso cittadino soleggiato e trafficato, ma anche in una cantina perloppiù buia e chiaramente solitaria.
Il mio Io da vecchio riprese il sogno da dove ci eravanmo interrotti l'ultima volta, dal dentro il bar di presunti pescatori. Chiuse il libro  e mi chiese di accompagnarlo in basso in cantina. Immagino che si ripresentò dopo un anno per un motivo ben preciso. Aspettò digerissi bene la sua presenza, così da non metterlo in difficoltà con domande stupide cercando di sapere quanti matrimoni, quanti figli, quente case, quanti lavori. Dovevamo concentrarci nel poco tempo a nostra disposizione.
Accese la luce. I cavi della corrente erano parcchio vecchi. Calcolando tempo avanti del sogno con tempo attuale avranno più di centocinquanta anni. Sta di fatto però che ragnatele non ve ne erano, e tra casse e botti, raggiungemmo un cofanetto nel fondo. Era in legno chiaro. Non ci furono momenti di suspance, il tempo passava, i semavori cambiavano colore, mi avvicinavo alla meta, noi due lo sapevamo. Biascicò qualcosa, come: ci sono persone che ancora si ricordano di chiedermelo. Non stanno scritti nella carta...la verità è quì non c'è una carta dei vini. A volte offro io, a volte li lascio in giro con voluta distrazione.
Tirò fuori da una cassa di legno una bottiglia verde. Dentro c'era un biglietto. La presi in mano e notai che il foglio all'interno era attaccato alle verdi pareti. Era bianco, o meglio, gialliccio. Che l'etichetta fosse al contrario e dentro la bottiglia? Strano. Infatti non era una etichetta. Era un messaggio. Una bottiglia con un messaggio dentro, come quella di un naufrago. Eppure, quando mi fissai meglio vidi che le parole si scrivevavano sole alla velocità di lettura. Apparivano e scomparivano lasciandomi leggere solo dove posavo gli occhi. In fin dei conti è così, le parole esistono materialemente solo quando le leggiamo, in altri casi casi sono macchie di colore, con differente peso specifico. Rimisi la bottiglia al suo posto. Io da vecchio richiuse la scatola, sorrise con furbizia. Capìi. Erano sogni, non c'era bisogno di spiegarmelo. Erano nostri? Non lo chiesi, non volli, per ovvie ragioni. Non feci domande. Il sogno ad occhi aperti fu più che sufficiente.
Arrivai al destino e continuai i miei impegni. Continuai a pensarci.
Io da vecchio non si presenta per un motivo qualsiasi. Ce ne è sempre uno, e questa volta sono sicuro fu per addrizzare la rotta. Non è un uomo di altisonanti azioni, ma muove i miei pensieri. È servitore dei miei sogni, è vero, ma anche custode dei miei ricordi. Conserva tutto affettuosomente, affinché il presente le migliori. Li serve in calici splendenti o in bicchieri da osteria, non fa differenza per lui, l'importante è che ci sia voglia di gustrali. Ed è per questo che vogliamo regalarvi la storia del nostro incontro. Non c'è morale, o forse sì se volete, solo, lasciateci scendere giù in cantina per scegliere una buona annata per voi. Perché sí che le nostre bottiglie migliorano col tempo.



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