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venerdì 29 aprile 2011

Al PD, senza appartenenza

Metto subito in chiaro una cosa: io non sono un deluso della politica; né tantomeno un illuso dalla politica.

Mi sono candidato alle ultime elezioni comunali, come passaggio logico, di un periodo (diciamo anche percorso, come va di moda) che mi vedeva impegnato attivamente già dentro La Margherita, da diversi anni.
Poi di passaggi ce n'è stato un altro: quello del PD, con il mio ruolo (condiviso) di coordinatore del Comitato Promotore: ruolo assegnatomi più per decisioni di segreteria ed equilibri politici, che per i meriti (sebbene, modestamente, un po’ li avevo).

Ho conosciuto abbastanza della politica locale, per illudermi o deludermi: la politica, locale, non è né più e né meno di quello che mi aspettavo e che avevo avuto modo di apprezzare. Ma soprattutto non è né meglio né peggio di quello che si vede.

La mancata elezione, forse conseguenza di una scarsa capacità mia di entrare (forse di qualche altra cosa che non vale nemmeno la pena di dire), non ha rammollito le mie visioni o il mio interesse. Non ha nemmeno inasprito i miei toni, non mi muovo con spirito di rivalsa, o per vendetta.

Attualmente sono fuori dal partito, perché non sono in sintonia con molte decisioni e movimenti a livello nazionale e regionale (non parliamo del provinciale), in più, per le ragioni che seguiranno, mi sono sentito inadeguato. Ma la decisione di restare fuori, è anche e soprattutto la ricerca di quella Libertà, piena, a 360° per dire, che con una tessera o un ruolo negli organismi, diciamocelo francamente, non si può avere.

Ho letto la lettera aperta che il mio ex-candidato a sindaco (mio perché era il candidato del partito con cui io ero in lista, ma non è un segreto il mio voto per Pecci alle primarie), Antonio Criscuolo, ha indirizzato al PD ("con appartenenza", come dice lui), e che è stata pubblicata sul numero di aprile di Terrenostre. È da questa, che sono partite alcune mie riflessioni.


Innanzitutto partiamo col dire, che la fusione (come si diceva), lo scioglimento (come mi piace dire) dei due soggetti politici fondatori, ha portato a perdere gran parte dei motori dei partiti precedentemente presenti, sono evaporate: dove sono nascosti le visioni liberaldemocratiche e del liberalismo sociale, se non in qualche retrogusto di quel socialismo moderno di cui il PD si veste adesso?

Ma tuttavia, questo passaggio, sarebbe per certi versi accettabile, se si fossero veramente lasciati indietro, quei vecchi “schematismi ideologici” e quelle logiche burocratiche partitiche, se quel rinnovamento, insomma, fosse veramente arrivato. Perché è così, il Partito Democratico non è più così giovane da non produrre già qualche frutto.

Il problema della Sopravvivenza c’è e come, Antonio, ma non intesa come il nobile tentativo di tenere a galla “esperienze e idealità” che rappresentano il proprio bagaglio culturale, ma come lotta per la pagnotta (politica), gettarsi sull’osso come cani affamati, come debole tentativo di prevaricazione culturale interna, ancora più inutile in un momento in cui anche i vecchi sentimenti politici hanno bisogno di un aggiornamento.

Smettiamola di chiederci se il popolo stenta a riconoscersi nel PD, tanto la risposta non la vogliamo accettare o meglio facciamo finta che sia un’altra.

Non abbiamo mai avuto un contatto vero, efficace e costruttivo a Bastia. Non c’è mai stato nemmeno troppo senso d’appartenenza, quello autentico, quello che viene dalla ragione ma è mosso dal cuore, quello che non ha niente a che vedere con gli interessi o con i posizionamenti: figuriamoci poi l’entusiasmo!? Basta guardare il numero degli iscritti..

E lo sai perché, Antonio?

Perché noi promuovevamo un partito nuovo, ma eravamo vecchi, soprattutto noi Giovani, la nuova generazione, il nuovo che avanza, eravamo già vecchi, lo ripeto. Noi eravamo strutturati dentro i partiti e se non lo eravamo, ragionavamo come strutturati. Ci è mancata la prospettiva, la lungimiranza, le idee, i progetti, le visioni, le emozioni, il coraggio: abbiamo avuto paura.

L’autoreferenzialità, l’invidia e la gelosia delle vecchie strutture, lo spirito di affermazione dei vari leoni feriti, hanno poi fatto il resto. E no! Antonio, noi “non vogliamo alzarci dalle sedie e camminare con gli altri!”.
Forse è la consapevolezza di questi limiti, che mi ha portato, a me e non ad altri, a fare quel “passo indietro con onestà e dignità intellettuali”, di cui tu parli nella lettera.
Nel PD, il rinnovamento ed il cambiamento di cui si è tanto parlato, sono serviti da maquillage allo status quo: nessuno, dai livelli nazionali ai locali, ha ancora veramente il coraggio. E questi processi stanno inquinando anche le anime pure (non mi metto tra queste) che invece in quelle cose hanno creduto dall’inizio.


È tardi ormai per chiederci se c’era veramente bisogno del PD, processo politico non partito dal popolo, ma dagli organismi dei partiti, lo ricordo; e soprattutto, non è il momento di questi discorsi, perché il PD ha superato quella fase costituente e formativa, e le tue parole, stridono con questo momento storico, a mio avviso.

È finito il periodo della semina, adesso bisogna raccogliere i frutti; oppure sarà il caso di riseminare di nuovo?

Allora si che hai ragione tu, e torna il momento di ribadire quei concetti. D’altronde si sa, il popolo è una terra arida, che difficilmente i raccolti prosperosi li regala. Certo anche ammettere che si è sbagliato, che si è raccolto poco o niente, sarebbe un processo nuovo, moderno; sempre a patto che non ce la prendiamo con il clima, però?!

A proposito delle ultime righe: “Nessuno va più lontano di chi non sa dove andare” dici tu; Winston Churchill diceva, invece, che “i socialisti sono come Cristoforo Colombo: partono senza sapere dove vanno, quando arrivano non sanno dove sono. Tutto questo con i soldi degli altri.”

Riflettiamo.



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