venerdì 24 ottobre 2014

Attacco a New York, un altro caso di terrorismo “fai da te”

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(Pubblicato su Formiche)

L’ultima, in ordine cronologico, è l’aggressione avvenuta a New York. Nella serata di giovedì, un uomo ha colpito con un’accetta due poliziotti. L’aggressore Zale Thompson, un trentaduenne da poco convertito all’Islam, ha agito da solo: i due agenti di pattuglia nel Queens sono stati presi alle spalle – erano in una squadra di quattro, ma si erano allontanati per fare una foto, a quanto sembra.

Uno dei poliziotti, è stato preso su un braccio, ed ora è stabile; l’altro è stato colpito alla nuca ed è invece in condizioni gravissime. I compagni presenti – tutti e quattro erano usciti dalla Police Academy l’8 luglio – hanno reagito all’aggressore, e lo hanno freddato a colpi di pistola. Una passante, è stata ferita alla schiena nello scontro a fuoco ed è stata operata per estrarre il proiettile,

L’attacco ai due dell’NYPD è l’ultimo di una serie che in queste giorni sta interessando città a diverse latitudini.

Due giorni fa, un altro trentaduenne Michael Hall, diventato Michael Zehaf Bibeau dopo la sua conversione all’Islam, ha attaccato il parlamento di Ottawa, in Canada, dopo aver ucciso un soldato di guardia al National war memorial – che sta più o meno davanti al palazzo legislativo. L’intruso armato, ha fatto irruzione seminando il panico (l’immagine dei parlamentari chiusi in aula, barricati con le sedie dietro la porta resterà nell’iconografia storica canadese), poi è stato colpito a morte in un conflitto a fuoco scoppiato all’interno dell’edificio.

Lunedì, sempre in Canada, ma a Saint-Jean-sur-Richelieu (un sobborgo di Montréal), Martin Rouleau, un altro convertito di origini canadesi, ha ucciso con la sua vettura un soldato e ne ha ferito un secondo. Poi è finito sotto gli spari della polizia, dopo che, sceso dalla macchina, si era scagliato contro gli agenti con un coltello in mano.

Tre episodi analoghi nell’ultima settimana, che arrivano tutti dal Nord America. Episodi angoscianti, non solo per le povere vittime, ma per lo scenario che aprono davanti a noi. Quello del terrorista solitario – in nessuno dei casi, finora, si è potuta ricostruire una programmazione di “ordine superiore” – che agisce sull’onda di una forte determinazione personale, nel proprio paese, infiammato da un auto-indottrinamento, spesso ottenuto via internet (ormai terra di ispirazione e fascinazione del jihad), per compiere atti dal forte effetto simbolico. Non è la prima volta che succede: pensare, per esempio ai killer di Woolwich, Sudest di Londra, che lo scorso maggio hanno ucciso un soldato inglese a colpi di machete urlando “Allahu akbar” davanti ai testimoni che riprendevano, sbalorditi, la scena con i propri smartphone. Non c’era un piano, o almeno uno specifico: l’idea era di colpire un soldato – il fatto avvenne a pochi metri dalla caserma della Royal Artillery, l’uomo ucciso indossava una maglia dell’associazione Help for heroes, che aiuta i militari feriti in battaglia. Scena analoga, fortunatamente sventata, sarebbe dovuta succedere in Australia: a settembre l’intelligence locale ha bloccato una quindicina di militanti a Sidney nella più imponente operazione anti-terrorismo della storia del paese. Erano pronti ad uccidere un occidentale, decapitandolo, e riprendendo il gesto con le telecamere per poi postarlo in Rete.

Si temeva da tempo che la guerra civile in Siria potesse essere fonte di “terrorismo di ritorno”, dato l’alto numero di foreign fighters partiti anche da Paesi occidentali: ora, con la creazione del Califfato tutto si moltiplica esponenzialmente. Da notare, che per ora non ci sono collegamenti diretti tra l’IS e i fatti newyorkesi e canadesi, se non l’esultanza in rete dei seguaci di Baghdadi, e le posizioni apertamente radicali – e pro-Stato Islamico – degli aggressori, ricostruite con le prime indagini.

A settembre, però, prima dell’inizio delle operazioni aeree contro lo Stato Islamico in Siria, il portavoce (e intimo) del Califfo Abu Mohammed al Adnani al Shami era apparso in un lungo video in cui chiedeva ai simpatizzanti dell’organizzazione di cominciare una campagna di rappresaglia all’interno dei Paesi occidentali che fanno parte della Coalizione internazionale “anit-IS” (ai tempi attiva solo in Iraq). «Se potete, uccidete un infedele americano o europeo, specialmente uno schifoso francese, o un australiano o un canadese, o un qualsiasi altro infedele tra gli infedeli che hanno dichiarato guerra, inclusi i cittadini dei paesi che hanno formato una coalizione contro lo Stato islamico», diceva Adnani. E invitava ad uccidere in qualsiasi modo: se non avete una pistola, organizzatevi con arme improprie, al limite investitelo con l’automobile, oppure spaccategli la testa con una pietra, diceva.

Quelle di New York e del Canada, erano persone che non erano state in Siria o in Iraq a combattere sul campo, cittadini è vero controllati e spesso finiti nelle “liste dei pericolosi” per comportamenti al limite, ma che poi hanno portato le proprie posizioni al parossismo dell’attacco. Diverso, per esempio, il caso di Medhi Nemmouche, l’attentatore che aveva ucciso quattro persone al museo ebraico di Bruxelles, del quale si sono ricostruite le rotte e si pensa possa aver avuto un soggiorno di almeno un anno in Siria, tra gli uomini di Baghdadi. Un caso di “terrorismo di ritorno” vero e proprio.

La fascinazione del Califfato è potente, quanto pericolosa. Non serve muoversi da casa, basta una connessione internet per essere al centro della battaglia: l’attività sui social network è seguita e studiata proprio per questo. È sufficiente un’auto o una pietra per colpire e essere un mujaheddin. Questo è quello che vuole Baghdadi e che predica Adnani.

Anche a Gerusalemme, dove la jihad che combatte Hamas è lontana ideologicamente da quella del Califfo – e il Califfo per questo non ama il gruppo – ci sono stati episodi analoghi. Un ragazzo palestinese, a quanto pare vicino agli ambienti radicali dell’organizzazione di Gaza, si è lanciato contro alcune persone alla fermata del tram: la sua auto, mercoledì, ha ucciso una neonata di tre mesi. La mattina seguente un gruppo di palestinesi incappucciati, sempre a Gerusalemme, ha preso a sassate un asilo ebraico.

Sassi e automobili: le nuove armi di questa jihad internazionale, frutto della fascinazione di Khalifa Ibrahim, che supera ogni posizione ideologico e guida la marcia contro gli infedeli.

Caccia di ottobre ai russi

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(Uscito sul Giornale dell'Umbria del 24/10/2014)

«Lo sai...una volta ho visto una sirena, ho anche visto uno squalo che divorava una piovra...ma non ho mai visto un sommergibile russo fantasma». Disse così l'ammiraglio Joshua Panter (al secolo Fred Thompson), mentre la Marina americana dava la caccia all'"Ottobre Rosso", il sottomarino sovietico del disertore (Sean Connery) Marko Ramius. Forse per il grande successo di pubblico, il protagonista del film tratto dal libro di Tom Clancy (l'”Ottobre Rosso”), viene spesso citato in questi giorni per descrivere quello che sta succedendo sotto le acque svedesi.

E tralasciamo le questioni da "patiti", secondo cui sarebbe più giusto tirare in ballo un altro film, "K19" (con Harrison Ford), per la maggiore attinenza della trama.

Le acque della Svezia sud orientale sono da una settimana, il campo della caccia a una sospetta unità navale russa. L'intelligence svedese alle 22 del 16 ottobre, avrebbe captato una segnalazione di emergenza a largo di Kanholmsfjarden: per questo è stata aperta l'indagine e sventagliata l'ampia squadra di ricerca. Non si esclude (ma siamo nel campo delle supposizioni) che possa trattarsi di un sottomarino russo: possibile sia un minisub, magari mandato a piazzare sensori oppure ad osservare, o a disturbare, le operazioni navali congiunte tra Svezia e Olanda in corso in questi giorni – più improbabile che sia un silenziosissimo Classe "Kilo".

La Marina svedese ha diffuso la foto di un "oggetto marino non identificato" avvistato in un fiordo. L'immagine è distante, piccola e un po' sfocata: potrebbe essere qualsiasi cosa, solo che "l'avvistamento" s'è ripetuto per almeno tre volte a distanza di tempo.

Forse il sottomarino, partito in missione o per una dimostrazione di muscoli, è in difficoltà e sta aspettando supporto – per questo, dicono sia più attinente la trama di “K19”.

Nelle acque poco fuori la Svezia, c'è da giorni una petroliera battente bandiera liberiana di proprietà della società russa Novorossiysk: alcuni analisti sostengono che si possa trattare di un'unità-madre fatta intervenire proprio per assistenza. E a quanto pare si sta muovendo anche la "Professsor Logachev", nave specializzata in operazioni di recupero: partita da una base russa, viaggia verso ovest. Ufficialmente è in direzione Las Palmas, ma due navi da guerra olandesi la seguono da lontano. Per sicurezza.

Supposizioni, anche perché ufficialmente Mosca nega, anzi ironizza sul «Risparmiate denaro», delle ricerche, mentre invece la Svezia le ha spettacolizzate quelle ricerche, portandole sotto gli occhi delle telecamere internazionali. Se quella russa era una missione di disturbo, per certi versi propagandistica, Stoccolma si è messa sulla stessa linea, opposta, dimostrando alla comunità internazionale che "sulla Russia si picchia duro".

C'è comunque confusione e pochi dati certi e chiari, va detto: figurarsi che poche ore dopo la diffusione della foto dell'ipotetico minisub, è girata anche un'immagine che ritraeva una figura umana sulle scogliere d'intorno. Si diceva fosse un frogman degli Spetsnaz sceso per perlustrazione o per piazzare quei sensori: invece s'è scoperto che era un pensionato svedese andato a pesca.

Il dato certo, è che le notizie che arrivano dal largo dell'enclave russa di Kalinigrads, si inquadrano all'interno di un di crescente ostilità tra Europa (sopratutto nord e est) e Russia.

In Polonia – dove quell'enclave è ospitata – mercoledì scorso sono stati arrestati due uomini con l'accusa di collaborare con i servizi segreti militari russi (Gru). I due sono stati presi a Varsavia: uno è un tenente colonnello impiegato al ministero della Difesa, che avrebbe avuto accesso a documenti riservati NATO; l'altro un avvocato che sta lavorando a un importante progetto energetico: un gasdotto con il quale la Polonia conta di prendere gas naturale direttamente dal Qatar, superando la dipendenza dalla compagnia “del Cremlino” Gazprom.

Varsavia, ex satellite russo, è attualmente uno di quei paesi che, dopo la crisi ucraina, chiedono all'Alleanza Atlantica una maggiore presenza militare sul proprio territorio al fine di controbilanciare la politica di Mosca – considerata espansionista, aggressiva, pericolosa. Con i polacchi, gli ungheresi: il Parlamento europeo sta per votare la richiesta avanzata dal governo di Budapest sulla revoca dell’immunità a un europarlamentare ungherese accusato di spionaggio per i russi. E poi l’Estonia, che ha accusato la Russia di aver mandato una squadra speciale a rapire un uomo dei suoi servizi segreti: il blitz militare sarebbe avvenuto addirittura di qua della frontiera estone, il 5 settembre scorso.

Scenari di cui ormai s'era persa l'abitudine: clima da Guerra Fredda. In Ucraina, nel frattempo, c'è tutt'altro che chiarezza sul futuro del Paese – mentre questo giornale va in stampa, il premier della filorussa autoproclamata repubblica di Donetsk, annuncia che «Kramatorsk, Mariupol e Sloviansk saranno nostre; abbiamo intenzione di riconquistarle e non si esclude un'azione militare».

Eppure le sanzioni internazionali contro Mosca cominciano a farsi sentire sonoramente: il tonfo del rublo di inizio mese è molto più di un segnale (è stato toccato il minimo storico contro dollaro e euro). Certo, c'è un contro-effetto: se il rublo è debole (debolissimo come adesso), diminuiscono le importazioni e Paesi come l'Italia (che in Russia ha un forte mercato export) ne soffrono.

Oltretutto il fattore petrolio potrebbe peggiorare la situazione di Mosca: il New York Times aveva spiegato che dietro al motivo della discesa dei prezzi del greggio, c'è la volonta dell'Arabia Saudita di continuare a immetterne grosse quantità sul mercato, non curandosi della diminuizione dei prezzi.

Il budget statale russo è ancorato a un prezzo di vendita del greggio di 105 dollari al barile: ora è intorno ai novanta. Se dovesse calare troppo, Mosca non riusicrebbe più a pagare le spese dello Stato.

La Banca centrale russa sta già studiando scenari di stress estremi simulando livelli di crisi spinti, forse difficilmente raggiungibili, ma non del tutto utopici. Entro fine anno, potrebbero "fuggire" dalla Russia 120 miliardi di capitali. Il rublo è molto lontano dall'essere la «moneta rifugio» che Putin progettava nel 2007. Ma il "presidente-zar" incurante, continua a giocare il suo Risiko di navi e spie.

Quello che è peggio, è che qua da noi, in Italia, alcuni lo considerano uno statista da prendere come esempio.

giovedì 23 ottobre 2014

Siria, la guerra nella guerra, che ci stiamo dimenticando

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(Pubblicato su Formiche)

Le attività della Coalizione internazionale, mirate a controbattere l’avanzata del Califfato, la potenza mediatica che alcune battaglie come quella di Kobane hanno avuto, la brutalità disumana delle azioni legate all’amministrazione dello Stato Islamico, e il clamore propagandistico della morte spettacolarizzata nelle esecuzione pubbliche dei quattro occidentali (e non solo), hanno fatto dimenticare ai media, che in Siria si sta combattendo una guerra. O meglio, un’altra guerra, iniziata molto tempo prima, di cui le gesta del Califfo sono una sorta di “strano” spin off.

In Siria è in corso una guerra civile più o meno dal 2011, e sebbene noi prestiamo lo sguardo altrove, tutto sta procedendo secondo il copione già noto: il presidente Bashar al- Assad cerca di reprimere i ribelli, senza curarsi troppo di discernere tra combattenti e civili. Anzi, sotto certi aspetti, spostare l’occhio di bue dell’attenzione internazionale verso la realtà pseudo-statale del Califfo Baghdadi, era ciò che il regime di Damasco cercava per poter perpetrare i propri massacri, le proprie barbarie, pur di mantenere il potere.

In molti hanno sottolineato come per lunghi mesi le forze del governo siriano hanno lasciato campo all’allora Isis, ritirandosi ed evitando lo scontro il più possibile – pur rimettendoci ampie porzioni di territorio, comprensive di basi e armamenti. L’esercito siriano non solo si è mosso strategicamente verso le aree orientali del Paese, quelle “care” agli Assad – il mare, Damasco, la roccaforte alawita Latakia -, ma ha permesso all’Isis di crescere al punto di diventare quel che è. C’era un fine: coinvolgere la comunità globale, e cercare di convincerla che tutto sommato Assad era nel giusto: quelli che si opponevano al suo governo – un regime duro e oppressivo, ma in ultima analisi laico – nient’altro erano se non fanatici religiosi islamisti, radicali che più non si poteva, che avrebbero voluto istituire uno stato islamico, per molti aspetti peggiore della dittatura di Damasco.

Sulla linea di questo, il Daesh (è il nome dispregiativo con cui gli arabi definiscono lo Stato Islamico) è riuscito a prendere piede e consistenza, entrando nel mirino delle preoccupazioni dell’intero pianeta e spostando attenzione e sforzi internazionali. Ora il mondo libero combatte Baghdadi, di qua e di là del confine siro-iracheno, soffre per i curdi che resistono eroicamente aKobane, è preoccupato per le sorti delle minoranze religiose (i cristiani prima, gli yazidi poi, i turcomanni ancora e via dicendo). Nutre il proprio disprezzo per quella fetta di mondo che ormai chiamiamo Califfato, con vicende e storie oltre il limite del concepibile, come quella della ragazza lapidata perché adultera, su richiesta esplicita del padre “perché un esempio di ciò che non andava fatto”: il fatto è avvenuto a Hama, città siriana dello Stato Islamico. Il padre della donna si rifiutava pure di perdonarla, poi gli uomini dell’IS l’hanno convinto a farlo per volere di Dio e lo hanno esortato ad essere lui stesso a legarla e condurla al centro dell’esecuzione. Alla fine tra chi lanciava pietre c’era pure il padre, abbracciato e acclamato dai boia del Califfo.

Per affrontare tale sfregio alla Libertà e ciò che l’evocazione di Khalifa Ibrahim può rappresentare in tutto il Mondo (vedere, per esempio, quello che è successo negli ultimi giorni in Canada, con l’attacco al Parlamento e con quello del jihadista “fai da te” che ha investito due soldati con la propria auto, uccidendone uno e ferendo l’altro, in nome del Califfo), l’Occidente – che noi consideriamo casa per quella Libertà – è sceso a patti con i suoi peggiori spettri. Obama è tornato in guerra, per altro al fianco degli iraniani (senza fare giri di parole), mettendosi in una posizione difficile con la Turchia (un alleato storico) e di fatto ponendo la coalizione da lui guidata sullo stesso asse di Assad.

Il presidente siriano voleva questo: costruirsi un ruolo credibile tra la comunità internazionale come “interlocutore” anti terrorismo (successe già, con pessime conseguenze ai tempi della Guerra d’Iraq): posizione che per di più gli avrebbe permesso pure di giustificare le repressioni nei confronti di quelli che erano, allo stesso tempo, i “suoi” ribelli ma più che altro terroristi.

Contemporaneamente, nell’idea del Dottor Bashar, i fatti dello Stato Islamico, avrebbero potuto togliere l’attenzione sulle operazioni militari del regime siriano contro le forze di opposizione.

Operazioni che, infatti, si stanno facendo sempre più toste: nelle ultime 36 ore, l’Osservatorio siriano per i diritti umani con sede a Londra, ha segnalato che l’aviazione governativa ha condotto oltre 200 attacchi aerei nelle zone controllate dai ribelli ad Aleppo, Hama, Idlib, e sull’hinterland occidentale di Damasco. Attacchi, segnalati pure a Kfar Zaita, condotti con i caccia e con il lancio di barrel bomb dagli elicotteri. Sembra quasi inutile dire, che le organizzazioni umanitarie stanno segnalando decine di vittime, molte tra i civili.

Parallelamente, in linea con il comportamento a doppia agenda di Assad, il ministro dell’Informazione siriano, Omran al-Zoubi, ha fatto sapere al mondo che in un bombardamento l’aviazione governativa avrebbe (il condizionale è d’obbligo, con Damasco) colpito e distrutto due dei tre aerei (L39) finiti nelle mani dell’IS – e diventati per qualche giorno, un punto di discussione sulla possibile evoluzione militare del Califfato, ammesso che ci fosse qualcuno in grado di pilotarli.

Assad attacca i ribelli senza dare troppo nell’occhio, anche per indebolirli prima che l’addestramento militare programmato dagli USA inizi. Ormai sembra quasi una battuta parlarne: lo stesso gen. Allen, coordinatore dell’Operazione Inherent Resolve qualche giorno fa ha ammesso che non c’era ancora niente in attività su questo fronte. Molti l’hanno letto come un modo per scaricare quel che resta dell’FSA, la prima forza combattente contro Assad, disgregata, sfrangiata, ormai debolissima, su cui l’America all’inizio pensava di poter contare.

Nello stesso modo in cui si muove “nel silenzio” contro i ribelli, il governo di Damasco sbandiera propagandisticamente l’azione contro i caccia del Califfo.

È Assad si sa, e resta tale anche con il Califfo di fianco.


martedì 21 ottobre 2014

Dieci cose che ci insegna la vicenda di Kobane

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(Pubblicato su Formiche)

Da diversi giorni le sorti della città simbolo del Rojava, Kobane, sono al centro delle vicende che arrivano da quel pezzo di mondo che abbiamo imparato a definire Califfato. La città è sotto l’attacco dello Stato Islamico da oltre un mese, ma le forze combattenti delle milizie curde siriane dell’YPG stanno resistendo in un enfasi che definirla eroica sembra limitante – anche dato quello che è successo in città e basi limitrofe, quando si sono viste accerchiate dall’IS.

A dar manforte ai curdi di Siria, sono arrivati anche guerriglieri del PKK (entità curdo-turca affiliata con i siriani che si è mossa) e, dapprima con reticenza e poi crescendo d’intensità, precisione, e numero, gli airstrike della Coalizione internazionale. Domenica scorsa c’è stato pure l’invio di armi e munizioni da parte degli USA. In tutto, il ruolo molto discusso della Turchia, che non ha fatto niente per intervenire, e anzi aveva impedito finora gli aiuti del PKK. Finora: perché (anche dopo che Washington se n’è fregata del placet turco e ha paracadutato quei rifornimenti su Kobane) il governo di Ankara ha deciso di permettere il passaggio dei Peshmerga iracheni in soccorso dell’YPG – da notare che i due gruppi curdi formerebbero un’alleanza strana, diciamo una società di intenti, dato che tra le due realtà del Kurdistan ci sono stati attriti (ma ci si tornerà).

L’attenzione mediatica, implementata dalla favorevole esposizione della città agli obiettivi dei cameraman di mezzo mondo, ha fatto sì che, ben oltre al valore militare, presa o difesa di Kobane diventassero questione di faccia, di immagine, per gli schieramenti in campo (IS, curdi, Coalizione).

Analizzare l’intera vicenda, ci permettere di capire alcune cose, che vanno tenute come bagaglio d’insegnamento per il proseguimento di questo conflitto.

1) Le notizie dal fronte sono frammentare e immediate, e molto soggette alla propaganda. Molti dei reporter che si trovavano a Kobane avevano segnalato nei giorni passati che la situazione stava volgendo positivamente per le forze curde, che stavano quasi «buttando fuori» (titolo BBC) l’IS dalla città. Notizie che per altro trovavano riscontro in quello che i curdi da “dentro” il combattimento portavano “fuori” con i social network, ma che invece, con un flusso “dentro-fuori” analogo, venivano smentite dalle dichiarazioni degli uomini del Califfo: entrambe fonti da scartare, visto la spinta propagandistica da cui si muovevano. In realtà, poi, si è assistito a un cambiamento della situazione (che per altro è fluida e mutevole, va detto), e la città di Kobane – come ha ricordato anche il generale Austin, capo CENTCOM – rischia ancora di cadere.

2) Kobane non è “strategicamente” importante. Almeno non solo, o almeno non solo nel termine di riferimento militare a cui siamo fin qui abituati a conoscere. Il ruolo strategico che lo Stato Islamico gli aveva attribuito, era legato alla sua posizione geografica: Kobane è posta al confine tra Turchia e Siria, sulla stessa direttiva latitudinale di Aleppo e in verticale su Raqqa. “Prenderla” garantirebbe all’IS di avere il controllo di un’ampia fetta di territorio al confine turco: una fascia che si estende fino alla zona meridionale della capitale dello Stato Islamico. Ma sia chiaro, che conquistarla non cambierebbe le sorti della guerra, né per il Califfo né per la Coalizione internazionale.

3) Sia IS che coalizione US-led hanno scelto di combattere questa battaglia per motivi di propaganda. Il generale John Allen, l’uomo che Obama ha richiamato dalla pensione per coordinare le operazioni “anti-IS”, ha ammesso mercoledì scorso che in questo momento per il Pentagono la massima importanza ce l’hanno le vicende irachene: l’IS ha puntato nel mirino ciò che resta fuori dal suo controllo nella provincia di Anbar per organizzarsi verso la contigua Baghdad. Tuttavia, le storie umanitarie dei profughi che sono fuggiti da Kobane verso la Turchia, le posizioni cocciute e poco schiette degli stessi turchi, i rinforzi che lo Stato Islamico ha fatto affluire nella città curdo-siriana, hanno trasformato la “battaglia di Kobane” in una grande chance propagandistica non solo per il Califfo, ma anche per la Coalizione internazionale.

4) L’importanza della geografia in questa guerra. Se questa battaglia, e non centinaia di altre (anche analoghe), è diventata così “seguita”, è di certo per il contesto geomorfologico in cui Kobane è inserita: una piana stretta tra le colline – che permettono il controllo del confine. Ma le colline si trovano anche sul lato turco di quei confini, così che le troupe televisive internazionali si sono potute sistemare al sicuro, protette dai soldati turchi, hanno potuto riprendere live tutto quello che accadeva e raccogliere umori e notizie direttamente senza mettere a repentaglio la propria incolumità. In più, sono state proprio quelle colline e quell’apertura in cui si pone la città, a permettere l’efficienza degli attacchi una volta che si è trovato il quadro del coordinamento. Per questi fattori, colpire a Kobane garantisce una “sicurezza di successo” superiore rispetto ad altre zone della Siria. È stato proprio il capo di CENTCOM a sottolineare come l’afflusso di rinforzi, permetteva agli aistrike di centrare più obiettivi, perché le forze dell’IS erano costrette a scoprirsi. Il controllo geografico e geomorfologico sul “fenomeno Kobane” è stato centrale.

5) Se l’IS concentra troppe unità scopre il fianco. Secondo il Comando Centrale americano, i raid aerei della coalizione avrebbero ucciso centina di soldati dello Stato Islamico. Il 90% delle missioni che la coalizione ha condotto finora sul suolo siro-iracheno, hanno visto rientrare i velivoli con il loro carico di armamenti intatto: il motivo di questo, è la dispersione delle unità di combattimento del Califfo. La concentrazione su Kobane (dovuta alle ragioni sopra dette), ha invece invertito la tendenza, creando un bersaglio da “caccia grossa”. La stessa circostanza era stata notata nell’occasione degli attacchi alla diga di Mosul. L’Is, per il momento, non ha modo di proteggere dall’alto i suoi assembramenti di truppe, esponendoli così agli attacchi aerei.

6) La paura di colpire i civili. Il principale terrore della Casa Bianca, è procurare vittime civili, che con la copertura mediatica e con l’attenta social media strategy del Califfato, potrebbero diventare gli affreschi che segnano il futuro di questo scontro – e infiammare, ancora di più, gli animi dei sunniti dei clan locali, tanto quanto le opinioni pubbliche internazionali. Civili, donne e bambini, uccisi da un attacco della Coalizione porterebbero i raid contro l’IS allo stesso livello delle decapitazioni di Raqqa: e diventerebbero spettacolo di propaganda per il Califfo. Kobane era densamente abitata, ma la fuga degli abitanti ha permesso di creare un campo di battaglia privo di innocenti, su cui gli aerei della Coalizione hanno potuto sganciare bombe senza troppi problemi di precisione. Anche per questo, sono stati, nelle fasi successive dell’assedio, più efficaci. Situazione analoga, a quella registrata, per esempio, nelle aree circostanti la diga di Mosul.

7) Lo Stato Islamico sa gestire più fronti contemporaneamente. Dalle vicende di Kobane, il più tremendo dei dati che esce, non riguarda Kobane, ma le aree irachene dell’Anbar. L’IS è una realtà organizzata: nel corso della battaglia ha capito che sarebbe diventata questione di lungo periodo, ma ha capito pure che concentrare tutte le strategie e le forze a Kobane sarebbe stato un errore. E dunque ha ripreso le offensive nelle zone centro-meridionali dell’Iraq. Quelle che, strategicamente, sono molto più cruciali e preoccupanti.

8) Lo Stato Islamico non è imbattibile. La Coalizione aerea se si coordina con le forze di terra disponibili (in questo caso i curdi), riesce a funzionare. L’IS se trova resistenza può essere bloccato: come è successo alla diga di Mosul, o ad Amerli o sul Sinjar. Serve però che quelle forze di terra siano guidate – e allo stesso tempo guidino i raid. E serve che siano armate per resistere alle offensive del Califfo. Al nord i curdi (sia siriani che iracheni, e in fondo pure i turchi) si sono rivelati partner affidabili, ma scendendo verso le aree meridionali del Califfato tutto diventa più complicato. Chi difenderà Baghdad? È presumibile che l’esercito iracheno si sia concentrato proprio su queste zone, e non cederà terreno tanto facilmente come ha fatto finora: ma sarà da vedere. Laggiù ci sono pure le milizie sciite filo-iraniane, storicamente non “schiette” con gli occidentali (e con i Paesi arabi alleati). E infine, in Siria? Là, i ribelli “amici” devono ancora superare gli step del training militare che molte forze speciali della Coalizione gli stanno fornendo. Ma poi? E di mezzo c’è pure Assad. La storia della battaglia di Kobane, insegna che resistere allo Stato Islamico si può: ma serve volontà, organizzazione e potenza. Anche a terra.

9) I curdi, e non solo, sono divisi. La principale delle notizie uscita nelle ore passate da Kobane, riguarda la decisione turca di permettere il passaggio di uomini di rinforzo dal Kurdistan iracheno. Dall’YPG hanno fatto sapere, però, di non essere completamente d’accordo, perché i curdi siriani vorrebbero che le forze arrivassero dal PUK (Unione patriottica del Kurdistan, partito di ispirazione socialista), ma invece Turchia e Coalizione preferiscono siano del PDK (filo-occidentale e “vicino” agli USA). Una divisione storica tra le varie realtà curde, che piano piano – se l’emergenza si allontanerà – verrà fuori ancora più prepotentemente. E non solo i curdi: sul terreno, a combattere contro l’IS, ci sono ovunque forze molto frammentate, divise, astiose. Gioco, inutile dirlo, buono per il Califfo.

10) Sì, questa è una guerra. L’Amministrazione americana ha scelto il nome all’operazione contro l’IS: “Inherent resolve” (più o meno “determinazione intrinseca”, non un gran nome, ma questa è un’opinione personale). Il fatto della denominazione non è secondario: quella che fin qui era stata fatta passare come una missione di counterterrorism è diventata ufficialmente una vera e propria operazione militare. A essere schietti, verrebbe da chiamarla “guerra”, ma dalla Casa Bianca non vogliono che venga mai usata questa parola: almeno non in pubblico. Obama ha vinto la propria compagna presidenziale, nel 2008, sull’onda del sentimento “anti-guerra” tra la popolazione. Ma l’insegnamento di Kobane, è che niente si concluderà in attacchi mordi&fuggi: il Califfo è determinato e resistivo. Sarà una lunga storia, servirà tempo, come lo stesso Obama ha dovuto ammettere.

lunedì 20 ottobre 2014

Gli USA paracadutano aiuti su Kobane

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(Pubblicato su Formiche)

Aerei da trasporto C-130 americani hanno sganciato rifornimenti paracadutati sopra alla città di Kobane – roccaforte curdo-siriana, che resiste all’assalto dello Stato Islamico da oltre un mese.

Nel fine settimana erano arrivate notizie di nuove offensive dell’IS, dopo che nei giorni precedenti si era pensato che i curdi potessero invertire la polarità dell’offensiva e rispedire il Califfo fuori dalla città.

Sono arrivati rinforzi di uomini e mezzi del Califfato: rinforzi “tracciati” dagli occhi dei velivoli della Coalizione internazionale. Lo stesso gen. Lloyd Austin, capo del CENTCOM (il comando che sta dirigendo le operazioni), aveva segnalato in conferenza stampa che era in corso un afflusso di combattenti verso il confine turco siriano, ricordando che questo continuava a far traballare le sorti di Kobane.

Afflusso frettoloso e non troppo organizzato, però – il Califfo vuole vincere, perché ormai Kobane è molto di più di un passaggio strategico verso Raqqa: Kobane è la faccia di questa guerra, là si gioca l’onore di Baghdadi, là si mostra l’effettiva forza del Califfato. I mezzi “scoperti” dell’IS erano stati ripetutamente colpiti dagli airstrike della Coalizione – che, a questo punto, si trova anch’essa a giocarsi la propria credibilità nella battaglia. Diversi danni, con i raid che erano sensibilmente cresciuti di numero (dopo un inizio timido, per stessa ammissioni di alcuni funzionari militari americani, a quanto pare in questo momento sono arrivati a un numero totale di 135, rispetto ai 13 di qualche giorno fa). Danni che tuttavia, non erano stati, ancora, sufficienti a fermare l’IS.

Sebbene “scremati” dalle bombe dei velivoli della Coalizione, i rinforzi erano arrivati e hanno subito portato nuovi sviluppi, con lo Stato Islamico che si è tolto dalla posizione difensiva cui l’YPG l’aveva costretto.

La nuova inversione sul teatro di combattimento, è stata registrata ieri, domenica. E proprio domenica sono arrivati gli aiuti militari americani. Sono partiti da Erbil: si tratta di armi, munizioni e attrezzature mediche, e fanno parte del “magazzino” che Stati Uniti e alleati hanno messo a disposizione dei curdi iracheni.

Sembrerebbe che l’idea di spedire rifornimenti fosse in essere già da qualche giorno. Un funzionari della Casa Bianca, ha raccontato alla BBC che il presidente Barack Obama si era sentito telefonicamente con il suo omologo turco Erdogan già sabato, per avvisarlo delle intenzioni americane. Non sono stati resi noti i dettagli, ma a quanto pare ad Ankara sarebbero abbastanza scocciati di questo “aiutini” ai curdi.

I turchi considerano l’YPG alla pari di un’organizzazione terroristica, per via dei legami a doppio filo con il Partito dei lavoratori del Kurdistan (il PKK). Per diversi giorni hanno bloccato i curdi di Turchia al confine, impedendo loro di poter portare rinforzi a Kobane – decisione che aveva suscitato diverse polemiche e pure uno scontro a fuoco, seguito da un bombardamento dei jet di Ankara su alcune postazioni del PKK.

Di nuovo, la situazione di Kobane, sembra essere il centro degli equilibri geopolitici dell’area – molto più di una battaglia, un simbolo.