Nuova policy

Dal 2016 questo blog non verrà aggiornato con i pezzi che scrivo altrove. Chi vuole seguire quello di cui parlo e scrivo, può farlo seguendo...

venerdì 22 gennaio 2016

Policy del blog, da qui a un tempo x

Dal 2016 questo blog non verrà aggiornato con i pezzi che scrivo altrove. Chi vuole seguire quello di cui parlo e scrivo, può farlo seguendo questo link: http://formiche.net/author/emanuele-rossi/

Il motivo è semplice: ho pensato che la cosa stesse iniziando ad essere ripetitiva. Quello che scriviamo è roba nostra, ma è anche qualcosa che una volta uscito al pubblico deve vivere di vita propria, dobbiamo avere la forza di abbandonarlo, di lasciarlo respirare libero. Ingabbiarlo qua dentro non ha senso. Al di là di queste cose che ho appena detto, che sono frutto di una lettura che mi ha dato un mio amico attore e che io trovo condivisibile, ma di cui mi pentirò perché mi fanno sentire un po' coglione, la questione piuttosto è un'altra.

Da diversi mesi sto scrivendo solo per Formiche, e dunque non serve più che questo spazio faccia da hub per i pezzi che prima uscivano su altre testate e avevano bisogno di un punto di raccolta. Ragion per cui, se dovessi trovarmi a scrivere da qualche parte di diverso dal solito, quell'articolo finirà nel blog e segnalato.

Qui, in futuro, troverete più che altro mappe e infografiche, credo che siano un modo giusto e semplice per raccontare quello che si vede. Qualche foto, forse. E poi, al solito, qualche cosa di personale.


Schengen


sabato 16 gennaio 2016

giovedì 31 dicembre 2015

Tutti i passi (e gli ostacoli) dell’accordo Onu sulla Siria

(Pubblicato su Formiche)

Una risoluzione approvata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite due settimane fa, mette l’organismo formalmente dietro ad un lungo piano negoziato per la crisi in Siria, che richiede un cessate il fuoco, i colloqui tra il governo siriano e l’opposizione e una linea temporale di sei mesi per creare un governo di unità nazionale e indire le elezioni entro 18 mesi. L’accordo, tappa finale di un percorso iniziato a Vienna il 30 ottobre con la partecipazione della Russia, prevede che i negoziati formali tra governo e opposizione siriana comincino a gennaio del 2016.

I PROBLEMI

«La risoluzione è uno sviluppo positivo […] una rara dimostrazione di unità del Consiglio di Sicurezza» ha scritto l’editorial board del New York Times, facendo riferimento ai cinque anni di guerra che hanno prodotto oltre 250mila morti più un’enorme crisi di rifugiati, e al precedente veto posto nel 2011 da Russia e Cina per una risoluzione Onu del conflitto (quando era appena iniziato). Il problema, secondo la linea editoriale del NYTimes, è che l’accordo onusiano è comunque insufficiente e carente. Ha scritto su Formiche.net Marco Orioles, docente di Sociologia all’università di Udine ed esperto di Islam, «jihadismo e settarismo: le due principali fonti della fitna che ha gettato il Medio Oriente nel caos sono tutt’altro che risolte nell’equazione scritta al Palazzo di Vetro». Manca inoltre un’intesa su chi rappresenterà le opposizioni e sul ruolo che giocheranno vari attori chiave, sponsor esterni proprio di quelle opposizioni, come l’Arabia Saudita, che ultimamente ha rilanciato la propria centralità regionale dando il via ad un’alleanza militare che è stata definita “Nato islamica”; c’è poi la Turchia, che ha utilizzato la Siria nel tentativo di espandere la propria impronta in Medio Oriente e ha ottenuto credito anche dall’Europa per la gestione dei migranti; infine l’Iran, che nonostante l’accordo internazionale sul suo programma nucleare, continua a muoversi secondo una propria, personale, agenda.

E ASSAD?

Irrisolto è anche il futuro di Bashar al-Assad. I gruppi ribelli sostenuti da Arabia Saudita e Turchia insistono sul fatto che debba essere subito rimosso dal potere. La Russia e l’Iran hanno cercato di evitarne il rovesciamento, aumentandogli il sostegno militare e finanziario e tra qualche giorno il presidente siriano sarà protagonista di una visita ufficiale a Teheran, la seconda dopo quella moscovita da cinque anni ad oggi. Per gli Stati Uniti, invece, prima la rimozione era una conditio sine qua senza la quale non si sarebbe raggiunta nessuna soluzione, mentre ora Washington sostiene una transizione negoziata che includerebbe anche membri del regime. Il NYTimes spiega che la situazione è confusa: se è vero che adesso la rimozione potrebbe portare ancora più destabilizzazione, «sarebbe vergognoso se a un tale macellaio fosse permesso di correre alle elezioni che il nuovo piano prevede entro due anni».

IL CESSATE IL FUOCO: UN’UTOPIA

Pure il cessate il fuoco, che dovrebbe essere l’aspetto del piano Onu più vicino alle esigenze umanitarie dei civili, secondo il giornale americano è impraticabile: non si possono mandare i peacekeeper, perché non c’è nemmeno un qualche genere di cosa che assomiglia alla pace. È il campo a testimoniare queste affermazioni: si combatte, più o meno senza sosta, su tutti i fronti asimmetrici del conflitto, da nord a sud. Uniche tregue raggiunte, alcune (rare) a livello locale: aspetti puntuali che possono essere sì una buona pratica da seguire, ma che sono complicati dalla molecolarizzazione dei fronti dell’opposizione.

LA RUSSIA

Su Politico un gruppo di 76 personalità, tra diplomatici, funzionari eletti e consiglieri, coperti da anonimato e riuniti dal giornale in un caucus, ha sostenuto a maggioranza che è arrivato il momento che l’Occidente «metta da parte la sfiducia e inizi a lavorare con la Russia per costruire un partenariato strategico».

Le vittime civili. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, ha commentato la chiusura del vertice Onu che s’è tenuto il 18 dicembre dicendosi «non molto convinto di quello che s’è deciso», e il ruolo di Mosca resta uno dei grandi dubbi sull’accordo. Una settimana fa, un attacco aereo russo ha colpito diverse strutture civili ad Idlib, una città in cui non c’è lo Stato islamico, ma che è sotto il controllo dei ribelli: solo l’ultimo di questo genere di attacchi in difesa del regime, portati anche attraverso l’uso di bombe a grappolo, che secondo i calcoli di Amnesty International hanno prodotto più di 200 morti tra i civili. Nel rapporto, Amnesty ha detto di aver “studiato a distanza” più di 25 attacchi russi che hanno avuto luogo a Homs, Hama, Idlib, Latakia e Aleppo tra il 30 settembre e il 29 novembre, su obiettivi che non erano di interesse militare. Per Mosca si evoca l’accusa di crimini di guerra, questione che rende ancora più complicata una qualche intesa con l’Occidente. Se è vero che il Califfato ha perso più del 14 per cento di territorio, come dimostrato da alcuni istituti di analisi, quel controllo è venuto meno soprattutto in Iraq, da dove arrivano le principali vittorie contro i baghdadisti (come nel caso della simbolica Ramadi) e dove la Russia non è impegnata nelle operazioni anti Isis.

Tutti i botti di Capodanno minacciati dall’Isis

(Pubblicato su Formiche)

Nei giorni passati ci sono state diverse allerte su potenziali attentati durante la notte di Capodanno in varie città europee e non solo. Ci sono stati arresti e perquisizioni, con l’obiettivo di scovare jihadisti in giro per il mondo: lupi solitari, elementi di Al Qaeda o dello Stato islamico, o altri gruppi radicali combattenti che si ispirano ai baghdadisti.

VIENNA

Quattro giorni fa, il capo della polizia austriaca ha parlato di una soffiata ricevuta dall’intelligence di un Paese amico il giorno prima di Natale, per possibili attentati durante le feste di piazza organizzate nella notte di San Silvestro in una o più città del Vecchio continente. Il ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni ha rassicurato sull’avviso di Vienna, sostenendo l’Austria non avrebbe detto niente di nuovo e che, l’allerta e l’attenzione durante le manifestazioni sia in Italia sia in Europa, erano già a livelli molto alti. Nello stesso giorno in cui il capo della polizia viennese lanciava l’allarme, a Sarajevo venivano arrestate 11 persone sorprese mentre progettavano un piano per colpire la capitale bosniaca con una bomba: pensavano di piazzarla sotto un’auto della polizia o in un luogo affollato per Capodanno e, ha detto il procuratore antiterrorismo, puntavano ad uccidere «più di cento persone».

BRUXELLES

Mercoledì scorso la polizia belga ha arrestato sei persone sospettate di organizzare un attacco terroristico che avrebbe colpito Bruxelles tra il 31 dicembre e il primo gennaio; quattro sono state poi rilasciate. Il procuratore federale del Paese, che ha diffuso la notizia, ha parlato di una serie di operazioni di polizia condotte tra il 27 e il 28 dicembre tra Bruxelles e Liegi attraverso le quali sono state rilevate «gravi minacce» a «diversi luoghi simbolici» della capitale belga. I poliziotti hanno trovato nelle case dei sospettati abbigliamento militare e materiale di propaganda dello Stato islamico (tra le accuse anche quella di facilitare il proselitismo), ma niente armi o materiale esplosivo. Secondo diversi media, in progetto c’era un attentato in “stile-Parigi” che avrebbe avuto come obiettivo le postazioni della polizia vicino alla Grand Place, nel centro di Bruxelles. Prima il livello sicurezza è stato alzato da “2” a “3”, poi, nella serata di mercoledì, il sindaco della capitale belga ha deciso di cancellare tutti gli eventi pubblici in programma per la notte di Capodanno.

TURCHIA

Ad Ankara la polizia ha arrestato due presunti membri dello Stato islamico con l’accusa di voler colpire con un’azione kamikaze durante la notte di giovedì. Gli uomini, secondo quanto riferito dalle autorità, sarebbero entrambi di nazionalità turca e avevano come obiettivi un centro commerciale e una strada vicina alla centrale piazza Kizilay. Secondo fonti del quotidiano Hürriyet, l’attentato progettato dai due jihadisti sarebbe stato peggiore di quello con cui l‘Isis ad ottobre ha colpito un corteo pacifico nel centro cittadino uccidendo oltre cento persone; tra i pochi dettagli diffusi, una foto dell’ordigno artigianale, messo in uno zaino imbottito con esplosivo e biglie di ferro.

STATI UNITI

La Cnn parla di possibili attacchi a centri di primo interesse nelle maggiori città americane e scrive che le autorità stanno alzando l’allerta in particolare a Times Square (New York), allo stadio Rose Bowl di Los Angeles e a Washington DC. Prima della partenza alle Hawaii per le vacanze natalizie, il presidente americano Barack Obama, in un incontro con i vertici della Homeland Security, ha chiesto di alzare al massimo l’allerta. I funzionari americani specificano che non ci sono informazioni di intelligence specifiche su questi possibili attacchi, tuttavia a New York, l’area della piazza dove avviene la tradizionale discesa della sfera di cristallo Waterford, sarà presidiata da seimila agenti di polizia. Un aumento delle forze dell’ordine su strada è previsto in tutte i luoghi sensibili degli Stati Uniti.

LA PROPAGANDA JIHADISTA

Si arriva a Capodanno con un numero record di minacce e procedimenti giudiziari aperti per accuse di terrorismo. Un funzionario della sicurezza interna americana sentito dalla CNN, ha spiegato che tuttavia la situazione, se non fosse per l’interesse mediatico che suscita, non sarebbe poi troppo diversa da quella di altre occasioni simili. L’Fbi sventa continuamente decine di complotti o pianificazioni, molti dei quali arrivano da personalità con disturbi mentali e non rappresentano pericoli importanti; altri invece hanno il solo fine di alzare il livello di attenzione, far pubblicità ai gruppi jihadisti, e fomentare così successivi proseliti.