sabato 20 settembre 2014

Liberati i 49 diplomatici turchi in ostaggio dell’IS

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(Pubblicato su Formiche)

Sono stati liberate le 49 persone (diplomatici e militari) prese in ostaggio l’11 giugno dallo Stato Islamico, all’interno del consolato turco di Mosul.

Secondo fonti locali, adesso si troverebbero nel sud della Turchia, dopo aver passato la frontiera dal cancello di confine di Akçakale, provincia sud orientale di Sanliurfa. Ad attendere il console Ozturk Yilmaz – anche lui tra i 49 tenuti prigionieri per 100 giorni – c’era il responsabile regionale del Mit (l’agenzia d’intelligence turca).

Non ci sono molte informazioni: il primo ministro Ahmet Davutoglu ha annunciato che nelle prossime ore darà approfondimenti (rientrerà appositamente dall’Azerbaijan dov’era in visita) – ma secondo molti il rischio è che tutto sfumi senza ulteriori precisazioni, come nel caso dei 30 camionisti rapiti sempre a giugno dall’IS, e poi rilasciati dopo un mese non comunicando troppi dettagli.

Per il momento quello che si sa, di certo, è che il gruppo pur essendo stato rapito in Iraq, è stato riconsegnato alla Turchia dal territorio siriano. Come? C’è stato il pagamento di un riscatto? Che ruolo ha avuto Ankara e che rapporti e mediazioni ha messo in gioco?

La Turchia è finita spesso in questi mesi sul banco degli imputati: si contestano l’ambiguità del paese nei rapporti con lo Stato Islamico (e con altri gruppi estremisti). Il New York Times ha da poco pubblicato un lungo articolo in cui si tracciavano le rotte del reclutamento degli uomini del Califfo tra le stradine dei campo profughi siriani turchi, come tra le vie dei quartieri alla periferia di Istanbul. C’è chi dice che ci sarebbero tremila combattenti turchi tra le forze del Califfato. Il pezzo ha scatenato un vespaio di proteste, con minacce verso la giornalista che lo ha scritto e con una dura critica del presidente Erdogan, che lo ha definito «volgare, ignobile e sordido». Tuttavia la problematica resta: è noto che molti turchi sono entrati tra le linee dello Stato Islamico, così come è noto che la Turchia ha deciso (da subito) di affrontare la guerra in Siria, chiudendo un occhio sul passaggio di mujahidin sul proprio territorio – in direzioni Siria e poi Iraq. Il giornalista di al-Monitor Kadri Gursel, turco, la definì «un’autostrada jihadista a doppio senso» – nel senso di rientro, il riferimento va al posizionamento di vari elementi in “uffici” logistici distaccati dal teatro di guerra all’interno del territorio turco, così come alle notizie secondo cui diversi ribelli combattenti (anche IS) avrebbero ricevuto cure mediche negli ospedali delle città di frontiera turche (uno di questi, il comandante militare Abu Muhammad, ferito, è stato addirittura fotografato nel letto di un ospedale pubblico di Hatay).

Ankara ha risposto negativamente anche all’invito americano – e occidentale – a entrare nella coalizione che qualche giorno fa si è costituita a Parigi per organizzare la controffensiva all’IS. Nel paese, membro Nato – e questa è una delle principali incoerenze, da sempre -, si trovano diverse basi militari, logisticamente e strategicamente utili per organizzare i raid aerei e i supporti ai combattenti. Tuttavia Erdogan si è dichiarato contrario a fornire qualsiasi forma di intervento, se non a fini umanitari.

Resta però un’ambigua “selettività” anche in questo caso. Sono giorni che al confine turco-siriano si sta combattendo una pesante battaglia tra forze curde locali (YPG) e i soldati dello Stato Islamico. Il nocciolo degli scontri si trova a Kobane, cittadina di confine, che l’IS vuole controllare per ottenere una via continua tra la Turchia e Raqqah – la capitale siriana del Dawlah si trova pochi chilometri a sud. I guerriglieri curdi sono in difficoltà, hanno perso il controllo di diversi villaggi, e in più c’è il rischio umanitario dei profughi che fuggono dal conflitto. Ankara, fino alla mattinata di venerdì non aveva però aperto i passaggi di frontiera, lasciando ammassate migliaia di persone alla recinzioni di confine – senza cibo, acqua e assistenza sanitaria. L’apertura arrivata è stata comunque selettiva, con la solita durezza dimostrata negli anni, nei confronti delle popolazioni curde – e magari l’arrivo di peshmerga del Pkk, arci-rivali turchi, a sostegno dei “fratelli” siriani, non ha facilitato le cose.

Incoerenza, s’è detto, ma con la Turchia c’è da aspettarselo. Mentre arrivano rassicurazioni sulla scelta di stringere le cinghie dei controlli frontalieri per i passaggi di jihadisti, arrivano anche altre indiscrezioni sui traffici che gli uomini dell’IS intrattengono dentro e fuori dal paese di Erdogan – motivo, chiaramente, dell’importanza di punti di sbocco come Kobane. Un vero e proprio business, che oltre al noto contrabbando di petrolio – che viaggia facilitato in direzione del mercato nero israeliani, passando per le strade e per i porti turchi, raggiungendo numeri enormi (anche se spesso esasperati dalla stampa) – sono uscite notizie su traffici di carne. Ci sarebbero 15 mila capi di bestiame al mese – secondo alcuni media turchi – portati dagli uomini del Califfato in Turchia dalle terre controllate in Siria e Iraq, e vendute sotto prezzo nei mercati locali – un giro di soldi considerevole, che rimpingua le casse del Califfo.

Secondo alcuni analisti, è in parte vero che la Turchia avrebbe messo un freno a queste discutibili “aperture” nei confronti dello Stato Islamico – anche se sarà indubbiamente difficile sradicare il sistema tentacolare che l’IS ha creato negli anni, con il consenso tacito di Ankara. La necessità è diventata quasi un ordine Nato, con la richiesta al paese di fare fronte ai propri impegni con l’alleanza militare. Ma i dubbi restano – e le risposte negative sull’appoggio alle operazioni anti-IS ricevuta anche dopo l’incontro personale tra il segretario di Stato americano John Kerry con il presidente Erdogan, sembrano un’ulteriore conferma a quei dubbi.

Dietro la reticenza, si pensava ci fosse proprio il caso degli ostaggi del Consolato: Ankara non si esponeva, per non rischiare che uno dei diplomatici finisse triste protagonista di un video come quello di Foley, Sotloff o Haines. Anche per questo nei media turchi la vicenda era spesso sorvolata: si definisce “creare black-out mediatico” per evitare che le discussioni rischino di peggiorare le cose – ma indubbiamente dietro al silenzio dei media, in Turchia c’era anche una componente propagandistica voluta dal governo, nel senso che “non si parla di quello che è negativo”.

Ora che la liberazione degli ostaggi c’è stata, si pone come un enorme problema diplomatico: perché per certi versi può essere letta come ricompensa che il Califfo ha concesso, in cambio della neutralità turca. Un precedente deleterio, se si pensa che il grosso della strategia per combattere lo Stato Islamico, si basa sul coinvolgimento degli stati arabi (una decina) – soprattutto le monarchie del Golfo – con il fine di avviare una sensibilizzazione nei clan sunniti iracheni, spostandoli “contro” il Califfato. Molti di questi paesi sono esposti, e temono ritorsioni interne – attentati, assassini, rapimenti – ad opera dell’IS: se le posizioni neutrali dovessero venir ripagate con “gesti di pacificazione” dal Califfo, alcuni di questi Paesi potrebbero togliere l’appoggio alla coalizione internazionale.

A tutti gli effetti, fatte salve le responsabilità turche, la mossa della liberazione è un altro, azzeccato, passaggio mediatico di Khalifa Ibrahim – che farà discutere in Occidente, quanto in Medio Oriente.


venerdì 19 settembre 2014

Primo raid aereo francese in Iraq

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(Pubblicato su Formiche)

L’Ufficio del presidente Francois Hollande, ha comunicato che nella mattinata odierna (intorno alle 9:40) la Francia ha condotto il primo raid aereo in Iraq, contro le posizioni dello Stato Islamico.

L’attacco, secondo le dichiarazioni, ha riguardato un deposito logistico situato nel nord est iracheno. L’area è molto calda, ed è stata quella più battuta dagli oltre 170 bombardamenti americani fin qui comunicati da CENTCOM – ieri, in uno di questi proprio nella zona prossima a Mosul, confine nordorientale del paese al limite del Kurdistan, un B1 Lancer dell’US Air Force ha colpito pesantemente un campo di addestramento dell’IS uccidendo decine di combattenti e mettendo fuori uso diversi mezzi.

Giovedì il presidente Hollande aveva comunicato ufficialmente quella che era una decisione già nota da qualche giorno: «La Francia ha acconsentito alla richiesta di supporto aereo iracheno», specificando che i Rafale della base aerea di al-Dhafra negli Emirati Arabi, si sarebbero limitati al territorio di Baghdad – tradotto, per il momento sarebbero restati fuori dalla controversa questione dei raid in Siria.

«Obiettivo colpito e completamente distrutto» si aggiunge nella nota del Bureau présidentiel. E così la Francia diventa di fatto il primo partner americano a prendere parte direttamente nella controffensiva allo Stato Islamico.

La politica estera di Hollande si sta spostando molto su posizioni interventiste e americaniste. Secondo fonti dei media locali, Francia e USA avrebbero chiesto all’Algeria il permesso di utilizzare il proprio territorio – e il proprio spazio aereo – come supporto logistico per interventi militari nella Libia del Sud. Altro fronte rispetto a quello siro-iracheno, ma che conferma la forte volontà francese di combattere i jihadisti. A tale proposito il ministro della Difesa Jean Yves Le Drian aveva fatto sapere che sarebbe stato possibile estendere l’operazione di sicurezza “Barkane” – che sorveglia il deserto del Sahel dopo la fine della missione MISMA in Mali – fino al limite meridionale del territorio di Tripoli.

Lo scorso anno, di questi tempi, fu proprio Parigi il primo e più deciso sostegno alle minacce di Obama di bombardare la Siria – dopo il massacro chimico alla periferia di Damasco, ordinato dal regime. In quell’occasione, per poco Hollande non cominciò gli attacchi da solo, visto che la Casa Bianca cambiò idea di colpo, senza avvertire l’Eliseo.

Adesso arrivano i primi segnali positivi – e concreti – per quella che è stata definita dai critici la “coalizione dei non-volonterosi” anti-IS. Ora il problema è la Siria, dove al confine turco i peshmerga curdi stanno subendo pesanti attacchi da parte delle forze del Califfo – l’area si trova intorno alla città di Kobane, passaggio strategico che porta dalla Turchia direttamente fino a Raqqah, capitale siriana del Califfato. Per il momento le forze dell’YPG sono supportate dall’arrivo di rinforzi del Pkk – che in alcune aree sono praticamente fusi. Ma servirà aiuto se l’offensiva continua, anche perché da giovedì giravano notizie che più di dieci villaggi sono passati sotto il controllo dell’IS.

Il dilemma resta: sarà possibile dare supporto aereo ai curdi siriani? «Seguiranno altre operazioni» che prevedono «l’impegno delle forze francesi a fianco delle forze irachene e dei peshmerga», chiude la nota dell’Eliseo. Ma sulla Siria Hollande è stato chiaro.


Uno straordinario esempio di democrazia

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La Scozia resterà parte della Gran Bretagna: il Regno Unito non si disunirà. Gli "unionisti" hanno battuto i "separatisti" 55.3 a 44.7: queste le percentuali di voto che le urne hanno consegnato la notte passata e che la Commissione elettorale di Edimburgo ha certificato.

«Accetto il verdetto del popolo e invito tutti gli scozzesi a fare altrettanto», ha commentato il premier Alex Salmond, una vita spesa nel Partito Nazionale Scozzese, sognando quella votazione.

Ed è tutto lì, nelle parole di Salmond, lo straordinario esempio di democrazia che la vicenda scozzese ci lascerà per sempre. Uomini e donne che hanno aspettato l'apertura di quelle urne per decine e decine di anni, che hanno votato ─ l'85% di affluenza è un altro pezzo di quell'esempio ─ e hanno deciso, scelto, liberamente, sull'enorme possibilità garantita dall'Inghilterra, nonostante fosse per gran parte apertamente schierata per evitare il distacco.

Saremmo tutti portati a stare con il più debole, non per becero pauperismo, ma per la costruzione drammatica della vicenda: la Scozia che combatte il colosso, che sogna e che vince. Ma poi la ragione ci potrebbe invece spostare verso argomenti più pratici: l'economia, la moneta, le istituzioni, una collocazione internazionale, la Difesa; questioni che sarebbero state macigni sulla groppa della neonata Scozia indipendente. Anche se a quelli come noi, l'indipendenza piace, ché la libertà è tutto.

Non c'è un lato: da qualsiasi delle due parti presenti in questa storia c'è solo da imparare. Imparare a vivere.

Coraggio, intraprendenza, sogni, speranze, persone, democrazia, libertà. Storie da raccontare a Tea per spiegargli come la politica possa rappresentare tutto nella vita, possa interpretare le esistenze, possa segnare le coscienze e dirigere il futuro.

 Non vedo l'ora.


Quelle sigle diventate acronimo del terrore

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(Uscito sul Giornale dell'Umbria del 19/09/2014)

Proviamo a mettere in chiaro subito un po' di cose: per quel che conta, la definizione "più corretta" per definire il gruppo radicale islamista sunnita che sta mettendo in crisi il mondo dall'Iraq, adesso è IS, che sta per Stato Islamico – lo è dal 29 giugno in poi, data in cui Abu Bakr al-Baghdadi è diventato Khalifa Ibrahim e ha proclamato il Califfato; da lì non ci sono più connotazioni territoriali al suo stato, che teoricamente è in continua espansione. Dunque niente più “Iraq e Siria” o “Levante” che sia, tuttavia gli acronimi “ISIS” e “ISIL” sono un'adozione giornalistica ritenuta “non scorretta”. (Servirà più avanti).

Va aggiunto che quel territorio preso per il momento dall'IS – e come detto in teorica espansione – ha, secondo molti analisti, raggiunto il massimo dell'estensione. Più di così, nonostante i 30 mila uomini stimati dalla Cia, lo Stato Islamico non ha modo di gestirsi. (Certo, per il momento: la situazione è in divenire e si mette in conto ogni evenienza).

A proposito di questo e di mettere in chiaro le cose, va detto anche che il Califfo non ha praticamente mai minacciato l'Occidente sulla possibilità di espandersi fino a “conquistare” le sue terre, pensando più a un progetto regionale: lo ha ripetuto anche Chuck Hagel martedì, in un'apposita udienza al Congresso americano riunito. (Altra cosa sono gli attentati).

Da qui prende aria la considerazione che molti analisti stanno portando avanti in questi giorni: lo Stato Islamico è un pericolo sopravvalutato, lo stiamo prendendo troppo sul serio, ci stiamo facendo coinvolgere troppo su un teatro che è e resterà regionale (queste più o meno le tesi di fondo di un discusso pezzo di Ramzy Mardini, studioso del Rafik Hariri Center for the Middle East, uscito sul Washington Post la scorsa settimana e che sull'argomento "sopravvalutazione del Califfo" è diventato il riferimento). (È un aspetto relativo, ma è comunque interessante).

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Che siano quattro sigle o due, resta che l'IS è comunque un threat fondamentale, tanto da spostare una discussione simil-accademica sull'acronimo verso il piano politico.

Isis Martinenz, una donna di Miami, è il simbolo di una raccolta di firme per chiedere al mondo di non utilizzare l'acronimo che lei porta per nome – per intenderci, “Isis” è la traduzione inglese di “Iside”, e molte donne si chiamano con il nome della dea (compresa una mia anziana zia). Allo stesso tempo, invece, altri hanno ricordato che l'uso della “L” per “Levante”, è un'incoerenza storica: la columnist del New York Times Maureen Dowd ha sottolineato che con l'uso di tale termine «si evoca un'associazione coloniale dei primi del 20° secolo, quando la Gran Bretagna e la Francia trassero le loro mappe, spartendosi la Mesopotamia secondo l'ottica del guadagno economico, piuttosto che delle realtà locali» – non è folle sostenere che quegli accordi, noti come Accordi di Sykes Picot, sono il background alla grande instabilità della regione. Si chiede Dowd, se il richiamo al colonialismo rappresenti una specie di lapsus inconscio che scopre una volontà di sottomissione tale da rendere quei popoli «più facili da gestire», «una speranza per l'Occidente».

Come spesso accade a mettere ancora più pepe alla discussione, è stato un intervento del presidente Obama, che, domenica scorsa, quando ha incontrato il nuovo moderatore di "Meet the press" Chuck Todd, ha usato sempre e solo "ISIL". Nell'uso dell'acronimo, secondo Todd, c'è una lettura politica forte: Obama non metterebbe quella "S" per non evocare la Siria. Martedì al Congresso, sia il segretario alla Difesa Hagel che il generale Dempsey (capo di stato maggiore dell'Esercito), hanno confermato la volontà americana di colpire l'IS anche sul territorio di Damasco, ma senza coinvolgere il regime locale. Per questo si evitano menzioni a proposito: parlare di Stato Islamico di Iraq e Siria (aka Isis), metterebbe automaticamente la nazione di Assad tra le vittime del Califfo e avallerebbe le richieste del presidente siriano di partecipare alla coalizione anti-IS.

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Coalizione già abbastanza problematica ed eterogenea. Abbandonando le letture minuziose che vedono dietro agli acronimi progetti di politica estera, sul campo la situazione è fluida e incerta. Gli alleati occidentali hanno risposto tiepidamente – anche se UK, Francia, Belgio e Australia, sono già preparati a combattere. Ci sarebbe pure un gruppo di dieci non specificati paesi arabi pronti a scendere in campo attivamente contro l'IS, ma, come si dice, nessuno "ha fatto una corsa" per scontrarsi con il Califfo – tanto che qualcuno l'ha malignamente definita "la coalizione dei riluttanti".

Quello che serve, invece, per il momento manca: l'appoggio, fondamentale, dei clan sunniti locali. Argomento enorme, ma imprescindibile se si vuole andare oltre il contenimento del Califfato.

Sul campo per il momento continuano più che altro a sventolare le bandiere delle milizie fanatiche sciite, quelle che durante l'ultima guerra (precisamente tra il 2005 e il 2011) sono state armate dall'Iran per combattere gli americani. Gruppi che ora appoggiano l'esercito regolare iracheno (su guida iraniana) e hanno un'ideologia estremamente anti-sunnita: la Brigata Badr, le brigate Hezbollah (non quelle libanesi, anche se il modello è lo stesso), la Lega dei giusti (Asaib al-Haq) e la brigata del Giorno promesso (Liwa al-Youm al-Mawud, riferita all'Apocalisse). Negli anni della guerriglia, erano chiamate tutte con lo stesso nome, per comodità: "Gruppi speciali". Il Guardian tempo fa aveva mandato un inviato a seguire il ritorno in Iraq di questi gruppi dalla Siria, dove combattevano al fianco del regime di Assad.

Quando, esattamente un anno fa, Obama minacciò di bombardare Damasco, responsabile del massacro chimico alla periferia della capitale, i "gruppi speciali" iracheni annunciarono attentati contro l'America per rappresaglia: gli stessi adesso godono dell'appoggio aereo USA.

Situazione complicata, delicata, e liquida, gestire i membri di questa "non-coalizione", che però stanno facendo il grosso del lavoro sporco: «una mina» li ha definiti il NYTimes.

Per combattere lo Stato Islamico c'è da fare molto di più che aggiustare le lettere di un acronimo: per questo il generale Dempsey, presente anche lui all'udienza di martedì al Congresso, non ha escluso la possibilità dell'invio di truppe di terra (in più alle Special Forces già presenti).


giovedì 18 settembre 2014

Il referendum scozzese può incoraggiare i separatisti in Africa?

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Approfondimento della BBC, su come e quanto il referendum scozzese può influenzare gli umori delle realtà separatiste in Africa. Realtà ovattate dopo la fine della Guerra Fredda ─ e della filosofia "il nemico del mio nemico è mio amico". Il parallelo che fa la BBC è con la fine della dominazione britannica in Africa. Interessante  (pure la mappa) anche se, ovviamente, la risposta alla domanda del titolo è "no" ─ era talmente banale che questo non è uno spoiler.