sabato 30 agosto 2014

Obama ha bisogno di concentrarsi

Duro, durissimo, editoriale del Washington Post (uno di quelli firmati dall'Editorial Board, che rappresenta la linea del giornale), contro Obama.

Passaggio cruciale: «Quando Obama si rifiuta di riconoscere la realtà, gli alleati naturalmente si chiedono se si rifiuterà anche di rispondere ad essa». Ovviamente il riferimento è all'assenza di strategia sulla Siria, alla debolezza nei confronti delle ultime vicende che stanno arrivando dall'Ucraina, alla poca lungimiranza nella gestione dell'enorme problema "Califfato".

Per carità, è indubbio che gli Stati Uniti non possano risolvere tutte le questioni del mondo, ma è anche altrettanto vero - come scrivono sul WaPo - che nessuna delle sfide globali può essere risolta senza il ruolo chiave statunitense. Piaccia o no, agli anti-amerikanisti de noantri.

Serve uscire dalla "can't-do attitude" del ciò-che-gli-Usa-non-possono-fare che ha caratterizzato tutta la presidenza Obama, per iniziare a concentrarsi su quello che invece "possono fare" (e come).


PRESIDENT OBAMA’S acknowledgment that “we don’t have a strategy yet” in Syria understandably attracted the most attention after his perplexing meeting with reporters Thursday. But his restatement of the obvious was not the most dismaying aspect of his remarks. The president’s goal, to the extent he had one, seemed to be to tamp down all the assessments of gathering dangers that his own team had been issuing over the previous days.
This argument with his own administration is alarming on three levels.
The first has to do with simple competence. One can only imagine the whiplash that foreign leaders must be suffering. They heard U.S. Ambassador to the United Nations Samantha Power denounce Russia as “today . . . they open a new front . . . Russia’s force along the border is the largest it has been . . . the mask is coming off.” An hour later, Mr. Obama implicitly contradicted her: “I consider the actions that we’ve seen in the last week a continuation of what’s been taking place for months now . . . it’s not really a shift.”
Similarly, his senior advisers uniformly have warned of the unprecedented threat to America and Americans represented by Islamic extremists in Syria and Iraq. But Mr. Obama didn’t seem to agree. “Now, ISIL [the Islamic State of Iraq and the Levant] poses an immediate threat to the people of Iraq and to people throughout the region,” he said. “My priority at this point is to make sure that the gains that ISIL made in Iraq are rolled back.” Contrast that ambition with this vow from Secretary of State John F. Kerry: “And make no mistake: We will continue to confront ISIL wherever it tries to spread its despicable hatred. The world must know that the United States of America will never back down in the face of such evil.”
The discrepancies raise the question of whether Mr. Obama controls his own administration, but that’s not the most disturbing element. His advisers are only stating the obvious: Russia has invaded Ukraine. The Islamic State and the Americans it is training are a danger to the United States. When Attorney General Eric H. Holder Jr. says the threat they pose is “in some ways . . . more frightening than anything I think I’ve seen as attorney general,” it’s not because he is a warmonger or an alarmist. He’s describing the world as he sees it. When Mr. Obama refuses to acknowledge the reality, allies naturally wonder whether he will also refuse to respond to it.

Which is, in the end, the most disturbing aspect of Mr. Obama’s performance. Throughout his presidency, he has excelled at explaining what the United States cannot do and cannot afford, and his remarks Thursday were no exception. “Ukraine is not a member of NATO,” he said. “We don’t have those treaty obligations with Ukraine.” If Iraq doesn’t form an acceptable government, it’s “unrealistic” to think the United States can defeat the Islamic State.
Allies are vital; the United States overstretched in the Bush years; it can’t solve every problem. All true. But it’s also true that none of the basic challenges to world order can be met without U.S. leadership: not Russia’s aggression, not the Islamic State’s expansion, not Iran’s nuclear ambition nor China’s territorial bullying. Each demands a different policy response, with military action and deterrence only two tools in a basket that includes diplomatic and economic measures. It’s time Mr. Obama started emphasizing what the United States can do instead of what it cannot.

Il peso delle lobby straniere in USA: gli Emirati Arabi Uniti

(Pubblicato su Formiche)

Erano giorni che Tripoli veniva sorvolata da aerei non identificati durante la battaglia per la presa dell’aeroporto, poi due serie di bombardamenti misteriosi, senza che si sapesse l’autore (e, a dire il vero, senza ottenere i risultati sperati, dato che le milizie alla fine sono riuscite a conquistare lo scalo aereo). Tante congetture (gli uomini di Haftar, piloti “gheddafiani” su caccia egiziani, l’Algeria con dietro la Francia, gli USA in segreto) poi alla fine qualche giorno fa il New York Times ha fatto lo scoop e rivelato la verità: erano caccia degli Emirati Arabi Uniti decollati da basi messe a disposizione dall’Egitto vicine al confine con la Libia.

Implicazioni profonde per la regionalizzazione del conflitto libico (Egitto, UAE, e Arabia Saudita fanno parte di uno schieramento che si oppone alle milizie islamiste libiche, sponsorizzate invece dalla Fratellanza Musulmana e dal solito Qatar). Ma anche, stando ad una rivelazione accessoria – ma non secondaria – fatta dal NYTimes sulla base di fonti americane di alto livello, un’importante segnale per gli USA: Egitto e UAE avrebbero agito senza avvisare Washington. In un mondo come quello mediorientale dove spesso si finisce per andare a braccetto con vecchi nemici (vedere quello che sta succedendo con l’IS, con gli USA sullo stesso schieramento di Iran, Pkk e Siria), si rischia di perdere la giusta considerazione tra gli amici – Egitto e UAE sono storici alleati americani nell’area.

Gli Stati Uniti, con tutta la serie di satelliti puntati sia sul Mediterraneo in direzione Turchia-Bosforo (per la crisi ucraina), che più a sud verso il Golfo (per “osservare” Iraq e Siria), non possono non aver “visto” quello che stava accadendo; ma impegnati sul dossier “Califfato” forse hanno voluto lasciar correre – e preferito “sputtanare” gli alleati sui media.

Non un buon gioco per gli sforzi di relazione che gli Emirati Arabi stanno mettendo in piedi a Washington: con i 5 milioni l’anno per attività di lobbying e pubbliche relazioni, sono il paese che investe più in queste attività di tutto il Medio Oriente. Richard Mintz, CEO di The Harbour Group (agenzia di “diplomazia pubblica”) disse nel 2007 che la comprensione che gli americani avevano del mondo degli emiri, era molto limitata: per questo serviva che la sua società si impegnasse molto. C’era anche da cancellare i ricordi dell’11 settembre (due degli attentatori venivano proprio dalla federazione araba). Insieme alla società di Mintz, nello sforzo di trasformare gli Emirati Arabi nel polo di attività globale, stanno lavorando a suon di migliaia di dollari, anche DLA Piper (298 mila l’anno) e Akin Gump Strauss Hauer&Feld (902 mila).

In questo momento il principale piano di controversie riguarda le compagnie aeree: Etihad (di Abu Dhabi) e Emirates (di Dubai), sempre in tesa alle classifiche di Skytrax tra le migliori al mondo, sono accusate da diversi oppositori in Congresso (tra tutti i Rappresentati Patrick Meehan, repubblicano, e Peter DeFazio, democratico) di godere dell’occhio compiacente del governo, spesso a scapito delle compagnie americane. Adesso sul tavolo c’è la possibilità di creare una struttura di facilitazione per l’ingresso di cittadini e merci provenienti dalla federazione degli emiri negli Stati Uniti (preclearing), che dovrebbe essere costruita (a spese dei contribuenti americani) all’aeroporto internazionale di Abu Dhabi – e che, secondo Meehan e DeFazio, “renderebbe più facile gli ingressi negli USA dal Golfo Persico che da NY City”. Il punto è anche che nessun vettore statunitense vola da dagli UAE. Ma nonostante le opposizioni politiche (Meehan aveva tirato su 150 sponsor tra i rappresentati), il putiferio scatenato dalla Air Line Pilots Association and Airlines for America (la principale lobby delle compagnie aeree americane) e lo scetticismo della Homeland Security sui controlli arabi, il progetto in maggio è passato, con poche sostanziali modifiche.

Una vittoria per il lobbismo degli emiri, che tuttavia è concentrato non solo nel portare a casa “immediati” affari commerciali (il progetto di un accordo di libero scambio tra i due Paesi è in discussione dal 2004, anche se attualmente sta vivendo una fase di stallo), ma piuttosto mira a costruire negli Stati Uniti un’idea del paese lontana da miti e preconcetti. Harbour Group lo scorso anno ha organizzato diversi viaggi-studio (spesati) negli Emirati Arabi Uniti, in cui ha coinvolto il Center for American Progress, l’Atlantic Council e l’American Jewish Comitee. La società ha inoltre calcato molto sulla diffusione mediatica dei progetti sociali finanziati dagli UAE – esempio la costruzione di diversi campi da calcio di quartiere in varie cittadine americane, o il contributo di 4,5 milioni di dollari al fondo di soccorso per l’uragano Sandy che ha colpito il New Jersey.

E a supporto c’è anche l’Abu Dhabi Investment Authority, fondo sovrano che gestisce i proventi del petrolio negli Stati Uniti, che sta compiendo massicci investimenti in America.

Gli Emirati Arabi Uniti sono uno dei più importanti acquirenti al mondo di armi statunitensi. In aprile il segretario alla Difesa americana Chuck Hagel, ha chiuso di persona un accordo da 5 miliardi di dollari per la vendita di un’altra dozzina di F-16 agli UAE, e si vocifera che potrebbero essere interessati anche alla partecipazione al progetto F35 (o quanto meno all’acquisto dei velivoli). Gli Emirati godono anche di un trattamento di favore, e hanno ricevuto il permesso americano di acquistare i droni armati Predator – un accesso privilegiato da cui l’Arabia Saudita è ancora estromessa.

Ultimamente, con la situazione regionale infuocata e con i dialoghi con l’Iran (non proprio “amico” degli emiri), la federazione ha ricevuto rassicurazioni dall’Amministrazione Obama circa l’impegno americano nell’area. A conferma, la promessa che i fondi per i finanziamenti alle basi nel Golfo, arrivino dal bilancio ordinario e non passino sotto la voce temporanea dell’Overseas Contingency Operations.

Certo, le attuali iniziative sulla Libia potrebbero indurire i rapporti: Washington non ama certo essere messo “all’insaputa”, ma potrebbero pure rappresentare quell’aiuto, quello sforzo che l’America richiede agli alleati, per alleggerire le “proprie incombenze” su alcune questioni e concentrarsi su altre (per la Casa Bianca il teatro siro-iracheno è prioritario sulla situazione in Libia) – sforzo che, per dire, spesso l’America fatica a trovare tra i paesi europei.

venerdì 29 agosto 2014

Siria, capire Obama? Meglio lasciar perdere

(Uscito il 27/08/2014 sul Giornale dell'Umbria)

Un anno fa di questi tempi, era tutto un "non mangiare". C'erano quelli – rispettabili, tra loro c'era pure il Papa, e con una certa influenza – in sciopero della fame per protestare contro un possibile intervento militare americano in Siria, anche qua in Italia. L'antefatto era l'attacco chimico al sarin sferrato brutalmente da Bashar al-Assad contro la sua stessa popolazione, in rivolta, di alcuni quartieri di Damasco.

Barack Obama era a un passo dal bombardare postazioni governative siriane: la principale delle red lines poste dagli Stati Uniti – l'uso di armi chimiche – era stata oltrepassata. La comunità internazionale doveva punire il regime siriano e il suo spietato leader: sulla coscienza oltre duemila civili uccisi negli attacchi del 21 agosto – più tutti gli altri.

Ora la Casa Bianca ha autorizzato (lunedì) il pattugliamento con droni e “Dragon Lady” ( i mitici U2 anni '60, rivisitati e ancora super funzionali) dei territori siriani. Ma non contro Assad, come un anno fa, ma al suo fianco, contro un nemico comune: lo Stato Islamico.
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Le terre controllate dal Califfato si estendono dall'Iraq alla Siria, come noto, e secondo gli analisti militari di Washington è impossibile combattere i soldati del Califfo senza impegnarsi su entrambi i fronti. Tradotto: non basta dare una mano ai peshmerga su al nord, serve una vera offensiva.

Politicamente la prima complicazione che dovranno affrontare i comunicatori dell'Amministrazione, sarà quella di far comprendere che il nuovo intervento iracheno, che era stato autorizzato in partenza come azione difensiva sugli americani di Erbil, si sta trasformando (già da un po', dopo i raid sulla diga di Mosul) in una vera e propria operazione di attacco: e adesso anche in Siria. Una guerra, per dirla senza giri di parole.
Toccherà poi far capire agli americani che quella volta in cui Obama aveva sminuito il gruppo di Baghdadi forse s'era sbagliato – era gennaio, in un'intervista al New Yorker, che non fu proprio memorabile per visione in politica internazionale. Con un certo disprezzo, disse dell'Isis in riferimento ad al-Qaeda che «Se alcuni giocatori di basket dei campionati giovanili mettono la maglia dei Lakers non per questo diventano Kobe Bryant». Ora secondo le fonti dell'Amministrazione lo Stato Islamisco è diventato la minaccia globale e più mostruosa che sia mai capitata - «il lupo che bussa alla porta», per citare ancora Obama.

Su tutto, poi, bisognerà spiegare come mai nel giro di un anno, si è passati dal voler punire sonoramente un regime sanguinario al coordinarci insieme operazioni militari.

Per inciso: la guerra civile siriana è arrivata a 191 mila morti, molti procurati dal regime, e l'Onu ha accertato ciò che tutti sapevano da subito, e cioè che ad aprile il governo ha effettuato nuovamente attacchi chimici contro la popolazione (stavolta è stato usato il cloro sulle barrel bomb).

Altro inciso: la Casa Bianca fa sapere che non ci sarà nessun coordinamento con l'esercito siriano, ma sembra quasi impossibile. Il ministro degli Esteri Walid al-Moallem ha già fatto sapere che un attacco contro le forze dell'IS sul proprio territorio non preventivamente comunicato a Damasco, potrà essere considerato un atto di aggressione di un paese sovrano. E intanto il regime di Assad s'è divertito nel diffondere la notizia che ci sarebbe già stato un passaggio di informazioni dagli Usa, dietro agli intensi attacchi dei Mig contro le basi locali dello Stato Islamico. Le coordinate “viste” dai satelliti americani, sarebbero arrivate all'aviazione siriana – i cui mukhabarat sono fedelissimi del regime – tramite funzionari iracheni e addirittura russi, istruiti direttamente da Washington. Chiusi gli incisi.
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Assad ha sempre lasciato spazio allo Stato Islamico: ha preferito perdere territorio e armamenti, per arrivare a questo punto. Legittimare le proprie azioni repressive, dipingendo l'intera forza dei ribelli come islamisti radicali di estrema pericolosità. E in questo, l'IS ha fatto il gioco del regime, scontrandosi contro i ribelli moderati (quelli veri, quelli “buoni”) e con le altre fazioni più radicali (tra i primi la qaedista al-Nusra, anche se ultimamente le cose stanno rientrando).

Ora quei ribelli “moderati” gli Usa vorrebbe armarli per mettere stivali a terra di cui fidarsi contro i soldati del Califfo – una «stronzata» una delle “stupid shit” da non fare, l'aveva finora definita Obama. Un'idea vecchia un paio di anni (studiata dall'ex segretario di Stato Hillary Clinton e dall'allora direttore della Cia, David Petraeus, l’allora segretario alla Difesa, Leon Panetta e l’attuale capo di stato maggiore Martin Dempsey) e finora portata avanti in un campo di addestramento della Cia in Giordania per piccole unità selezionatissime. Ma adesso soltanto i bombardamenti non bastano: in Iraq ci sono curdi e governativi, in Siria serve qualcuno di cui fidarsi – ed è necessario che siano parecchi e ben preparati. E non si può certo pensare all'esercito di Assad – almeno ufficialmente.

Assad che attualmente cerca di passare da partner credibile per l'America e per il mondo intero, è il capo di un regime tremendo e repressivo, che controlla uno stato che ha avuto nel suo passato rapporti estremamente ambigui nei confronti del terrorismo islamico anti-occidentale. Senza andare troppo indietro, basta pensare a quando, durante negli anni della Guerra d'Iraq, Aleppo faceva da base di concentrazione per i jihadisti che poi si lanciavano contro le truppe americane.

C'è di più: perché per combattere l'IS non si può prescindere dal sostegno delle tribù sunnite locali – che sono ancora irraggiungibili, sia in Iraq che in Siria, causa i settarismi dei governi che hanno amministrato questi stati. “Allearsi” – detto tra virgolette, perché ufficialmente così non sarà, ma di fatto invece – con Assad è un errore, perché si creerà ancora più distacco con quei sunniti.
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Ci sarà pure una strategia di Obama sulla Siria e sul Medio Oriente, ma francamente è incomprensibile: e non siamo solo noi osservatori a pensarlo. La scorsa settimana Emirati Arabi e Egitto hanno coordinato un attacco aereo (operato con gli F-16 forniti dagli Usa agli emiri) contro le milizie islamiste libiche, senza nemmeno avvisare Washington. Gli americani hanno fatto finta di tralasciare la vicenda, ma sembra se la siano presa e hanno per ripicca “sputtanato” gli alleati storici al New York Times, ma senza successo, innescando anzi il boomerang della perdita di rispettabilità e credibilità nella regione.

Il Medio Oriente è un posto strano, s'è detto più volte: ci si ritrova, a volte per necessità, a combattere al fianco di quelli che una volta erano nemici giurati (Assad, Iran, Pkk, Russia) mentre gli alleati veri sfuggono, vanno per i fatti propri, si svincolano, per sopravvivenza.

Ma il tutto è reso più complicato da una strategia americana che ci sarà pure, ma è quanto meno confusa.


sabato 23 agosto 2014

Il peso delle lobby straniere in USA: la Giordania

(Pubblicato su Formiche)

Basta guardare sulla carta geografica i confini della Giordania, per aver subito un’immagine chiara del destino del paese nella regione. Profughi; che arrivano da ovest, dove c’è la Palestina, ma da qualche anno arrivano anche da nord, dal conflitto siriano che ha riempito i campi di accoglienza. Ultimamente quelli che scendono dai confini settentrionali del paese, sono raddoppiati: adesso si muovono anche da nord-est, dalla confinante provincia di Anbar, in Iraq, area di partenza delle conquiste dello Stato Islamico; sono soprattutto cristiani, cacciati dal radicalismo del Califfo.

Accoglienza: una politica intrapresa già da re Husayn I (che emanò la legge n.6 del 1954 che permetteva ai profughi, quasi esclusivamente palestinesi ai tempi, di ottenere la cittadinanza giordana senza troppi sforzi) e continuata dal primogenito Abdallah II, al governo dal 1999.

La politica inclusiva giordana, è stata talmente aperta che la popolazione attuale è spaccata – anche in senso sociologico – tra due etnie: quella autoctona, la transogiordana, e quella palestinese. Si stima che la metà della popolazione abbia origini palestinesi, conseguenza dell’enorme esodo che dal 1948 – l’anno della Nakba – fino ad oggi, ha spostato oltre 2 milioni di arabi di Palestina (dati UNRWA). E i profughi palestinesi hanno spesso creato problemi ad Amman, nonostante fosse l’unico paese dell’area ad aver tolto la scritta “profugo palestinese” dai loro passaporti e avergli prospettato un futuro pari ai cittadini del regno – invece in altri stati, come Siria e Libano per esempio, i “rifugiati palestinesi” hanno enormi difficoltà a condurre una vita simile a quella dei comuni cittadini.

Episodi come il “Settembre nero” del 1970 – quando il rea Husayn scampò a diversi tentativi di assassinio e riuscì a reprimere (con l’aiuto israeliano in rappresentanza degli USA) l’iniziativa delle fazioni più radicali dell’Olp, che dall’enclave di Karamesh studiarono un piano per sovvertire l’ordine e prendere il controllo del paese – sono ancora fermi nella memoria. Un equilibrio delicato tra le due culture ancora non del tutto fuse, aggravato in questi ultimi anni dai nuovi flussi migratori, che si sono inevitabilmente portati dietro anche il “marcio” della guerra civili siriana: un equilibrio che in questo momento, sia il governo che i giordani-palestinesi vogliono mantenere stabile, tenendo il jihadismo lontano dal paese.

Servono aiuti, però: per questi la Giordania ha fatto leva proprio sulla propria politica di accoglienza, pressando la comunità internazionale e chiedendo in cambio dell’azione umanitaria supporto economico e sostegno politico. Soprattutto negli Stati Uniti, dove anche le lobby hanno giocato un ruolo chiave.

La Giordania è un paese povero di risorse (soprattutto acqua, ma anche idrocarburi, sostanziale particolarità rispetto al resto della regione). Con le minacce ai confini, la prioritaria sopravvivenza della monarchia hashemita, è diventata ancora più impegnativa per gli Usa. I panel del Congresso hanno confermato il sovvenzionamento per 660 milioni di dollari annui al regno, divisi più o meno equamente tra supporti all’economia e aiuti militari (compresi training e attività counter-terrorism). A questi se ne aggiungono altri 338 che l’Amministrazione ha stanziato direttamente come “soccorso umanitario” ai profughi siriani (arrivati ormai a seicento mila).

Amman ricambia, mantenendo ormai una linea completamente dipendente dalle volontà occidentali, su tutti gli affari strategici del Medio Oriente – la Giordania è uno dei 14 (solo 14) alleati non-Nato degli Stati Uniti, e l’America è molto preoccupata per la stabilità del trono di Abdallah. Obama stesso ha definito il paese «un grande amico e prezioso alleato»: al pranzo a Sunnylands con il sovrano, ha promesso di mantenere in piedi il pacchetto di aiuti (in scadenza)per puntellare l’economia giordana.

I rapporti diplomatici del regno sono fortemente legati ai rapporti diretti del Re: le relazioni internazionali sono affidate a lui in persona, sebbene la Giordania stia pagando lo studio legale White&Castle per attività di consulenza sul diritto internazionale (costo 270 mila dollari annui) e la Vivien Ravdin per migliorare il settore “comunicazioni istituzionali”. E nelle stanze di Washington, la rappresentanza comincia a farsi sentire di più anche grazie al lavoro di pr delle due società.

Nelle relazioni, c’è un lato oscuro però, che riguarda una causa contro la Arab Bank (istituto di Amman che ha rappresentato tra il 20 e il 33% della capitalizzazione di mercato della Borsa locale) che gli Stati Uniti hanno accusato per aver facilitato operazioni bancarie e rifornimento di denaro alle famiglie di diversi esponenti di Hamas. Un tribunale distrettuale ha dichiarato colpevole la banca per non aver fornito i nomi dei “clienti”, l’istituto si è difeso facendo appello alla policy interna sulla privacy. Abdallah ha chiesto l’intervento di POTUS per mettere un pietra sopra alla vicenda, Obama non si è mosso. Il primo ministro giordano ha fatto appello a John Kerry affinché la Corte suprema ribaltasse la sentenza di colpevolezza del tribunale distrettuale, sostenendo che la banca stava solo rispettando le leggi giordane sulla privacy: ma niente.

Data la rilevanza della banca, il fatto è un grave danno di reputazione per la Giordania, che potrebbe destabilizzare l’economia locale. Circostanza che avrebbe ripercussioni politiche interne che costituirebbero un ostacolo per gli sforzi statunitensi di stabilizzazione del Medio Oriente.

Scrive il New York Times che la questione ha diviso l’amministrazione Obama, tra funzionari del Dipartimento di Stato, che temono di perdere un alleato strategico fondamentale, e quelli del Tesoro, che pressano sull’assenza di privacy davanti a certe richieste. (Alla fine, per il momento, l’hanno spuntata gli uomini di Jacob Lew).

Anche la politica estera sulla Siria, adottata dalla Casa Bianca, ha messo in difficoltà la Giordania, esponendola eccessivamente. È noto che le forze speciali americane, utilizzino un campo di addestramento in un canyon poco a nord di Amman, dove vengono preparati i ribelli “selezionati” alla guerra contro Assad. La Giordania ha più o meno negato sempre, tentando di abbassare (almeno ufficialmente) il proprio coinvolgimento e cercando di mantenere una posizione di opposizione di equilibrio tra l’opposizione ad Assad e il rischio che la Siria diventi un campo di battaglia internazionale appena fuori il confine.

Ad Amman, c’è pure un centro di coordinamento di attività di intelligence, in cui la Cia collabora con servizi giordani e sauditi all’interno del territorio siriano. Adesso è lecito pensare che la struttura aumenterà le proprie attività, anche in vista della possibilità dei bombardamenti contro l’IS in Siria.

E il ruolo di partner occidentale, ritornerà di primissimo piano. Arab Bank a parte.

venerdì 22 agosto 2014

Alla fine era stata Hamas a rapire i tre ragazzi israeliani (almeno sembra)

(Pubblicato su Formiche)

Un alto funzionario di Hamas ha detto a Reuters che furono elementi delle Brigate Ezzedin al-Qassam a “facilitare” il rapimento dei tre studenti israeliani la serata del 12 giugno.

I tre yeshiva, Eyal Yifrach (19 anni), Gilad Shaer e Naftali Fraenkel (entrambi di 16), furano catturati mentre facevano autostop in un’area nei pressi di Gush Etsion, tra Hebron e Bethlemme (parte occupata del West Bank): il ritrovamento dei loro corpi – avvenuto una ventina di giorni dopo – ha anticipato l’escalation di violenza che ha poi scatenato l’operazione militare israeliana nota sotto il nome di Protective Hedge. Da alcuni, un po’ superficialmente, considerato il casus belli.

Una notizia importante, che metterebbe a tacere molte delle speculazioni sulla vicenda, che hanno preso la deriva del complottismo con accuse della contro-informazione più mediocre – tuttavia seguita e purtroppo ascoltata -, su un’operazione studiata da Israele: un falso rapimento, oppure uno vero con i tre come vittime sacrificali, soltanto per scatenare una nuova guerra a Gaza.

Hamas finora aveva sempre negato il coinvolgimento, almeno a livello ufficiale – sebbene alcuni esponenti si erano compiaciuti del gesto. È stato Saleh al-Arouri, uno dei fondatori del braccio armato di Hamas (le Brigate Qassam, appunto), ad ammettere che il gruppo era dietro al rapimento, durante una conferenza ad Istanbul (dove vive in esilio). «La volontà popolare è stata esercitata in tutta la nostra terra occupata, ed è culminata nell’operazione eroica dalle Brigate Qassam: imprigionare i tre coloni a Hebron», le sue parole.

Nessun altro membro di Hamas, ha finora avallato la dichiarazione di al-Arouri. Israele ha sempre sostenuto la presenza di Hamas dietro il rapimento.

Non è ancora chiaro se quanto affermato dall’ex leader del movimento, corrisponda alla realtà. Alcuni analisti credono che al-Arouri – che era scappato in Siria da Israele dopo 15 anni di prigione, e dopo la Primavera Araba si era trasferito in Turchia – abbia affermato il coinvolgimento di Hamas come prova che la sua influenza sulle Brigate è ancora forte.

Dentro Hamas è in corso da tempo una grave lotta per il potere: l’uscita di al-Arouri, vera o falsa che sia, si porterà dietro ripercussioni importanti all’interno del frammentato movimento che controlla Gaza.