venerdì 6 marzo 2015

Le dimenticanze di Gentiloni

crea link
(Uscito sul Giornale dell'Umbria del 06/05/2015)

Il ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni, dopo l'incontro di domenica con il suo omologo iraniano Javad Zarif, ha commentato con la giornalista Antonella Rampino della Stampa: «Dobbiamo pensare al ruolo che Teheran può svolgere negli scenari di crisi e nella lotta al Califfato». Secondo Gentiloni, occorre prima stringere sull'accordo sul nucleare e poi "invitare" l'Iran ad unirsi alla Coalizione che sta combattendo contro il Califfo.

Il capo della diplomazia romana, sembra dimenticare due aspetti. Il primo, è che l'Iran di fatto è già pienamente parte (attiva più degli altri, verrebbe da dire) di quella Coalizione – ci piaccia o no – anche se in forma “ufficiosa”. Il secondo, è che accordo o no, gli iraniani continueranno a combattere lo Stato Islamico, perché è di origine sunnita, mentre loro sono sciiti – e per questo sono e saranno alleati del governo filosciita iracheno.

Nel report di fine anno, l'intelligence israeliana aveva espresso un dubbio: cosa è davvero più pericoloso, il terrorismo di origine sunnita o l’Iran con un’arma atomica e alleato trasversale della Siria di Bashar el Assad, di Hezbollah in Libano, di Hamas nella Striscia di Gaza e degli Houthi yemeniti ora al potere a Sana’a? A giudicare dal discorso che il premier israeliano Bejamin Netanyahu ha fatto martedì davanti al Congresso statunitense, in seduta comune, Tel Aviv ha molto più che una risposta – ha detto Bibi che mentre l'IS è armato di «coltelli da macellaio, armi rubate e Youtube, l'Iran potrebbe avere presto missili balistici con testate atomiche». E (quasi avesse fiutato l'idea di Gentiloni, et alii) ha aggiunto: «In questo game of thrones non c’è posto per l’America o per Israele, per gli ebrei o per i cristiani: ISIS e Iran si stanno contendendo la guida dell’Islam militante»

Solo la solita retorica, nessuna alternativa concreta, è stato invece il commento alle parole del primo ministro israeliano diffuso dal portavoce della Casa Bianca (al “1600” di Pennsylvania Ave, la si pensa più come Gentiloni). Non bastasse la nota dell'addetto stampa, il presidente Obama c'è tornato sopra in un secondo momento davanti alle telecamere, sottolineando più volte che non aveva seguito il discorso in diretta, perché era impegnato in colloqui con gli “alleati”. Tra i due leader c'è un contrasto personale duraturo, tanto che i repubblicani hanno invitato Netanyahu a Washington senza “sentire” il Prez – Elizabeth Cobbs Hoffman su un blog di Reuters, ha ricordato che è la prima volta nella storia che un leader straniero viene invitato in America senza il consenso preliminare del presidente, ed è arrivata a dire che ci sono limiti di incostituzionalità in questo.

La situazione è tesa: sono volati gli stracci tra due alleati storici, su un tema delicato come l'Iran, che rappresenta un fulcro su cui gira tutta la geopolitica in Medio Oriente.

Gli accordi in discussione a Ginevra tra le diplomazie di Stati Uniti e Iran, non sono troppo convincenti secondo diversi analisti, che affrontano il tema con maggiore “laicità” e senza il sensazionalismo del primo ministro israeliano, che invece ha anche la necessità di spingere sull'acceleratore della campagna elettorale – le elezioni sono imminenti, e la poca consistenza dell'opposizione laburista alleata ai centristi dell'ex ministro Tzipi Livni, preannuncia che la votazione sarà un referendum su Bibi.
Innanzitutto, al tavolo svizzero si prevede di lasciare intatto l'intero apparato nucleare di Teheran, senza lo smantellamento di nessun sito, semplicemente congelando tutto per dieci anni (che in termini di sviluppo atomico sono niente). Inoltre i controlli e le restrizioni internazionali potrebbero essere aggirati (vedi il caso della Corea del Nord, che ha avuto una storia analoga e che adesso ha la bomba atomica). E per finire, non verrà impedito all'Iran di continuare lo sviluppo di missili balistici intercontinentali, che poi potrebbero diventare vettori per testate atomiche.

Un altro dei rischi concreti, è che l'accordo con Teheran possa creare impunità anche nei confronti dei suoi alleati (chiedete per esempio ad Assad, se adesso sarebbe disposto a smantellare l'arsenale chimico con cui ha sterminato migliaia di civili a Damasco appena due anni fa).

Il grande rischio però, oltre ad un “Iran atomico”, è che si inneschi una corsa al nucleare in tutto il Medio Oriente. Il mese scorso i sauditi hanno avuto un incontro con una delegazione dell’alleato Pakistan, in cui hanno confermato che continueranno a pagare per la manutenzione dell’arsenale atomico di Islamabad, ché lo considerano quasi come “roba loro” (anche dopo il cambio di re sul trono).

Se qualcuno teme che far saltare il tavolo con l'Iran possa innescare uno scombussolamento, si sta sbagliando – lo “scombussolamento” è già in atto, ed è invece molto legato al possibile accordo, e poi all'indecisione di Obama in Medio Oriente. Nel giro di una settimana, per esempio, il nuovo re saudita ha incontrato il sovrano giordano, il presidente turco e quello egiziano: un chiaro segno che un i vari partner americani stanno prendendo iniziative personali.

D'altronde i fatti raccontano di una “politica di Obama” colpita. Lunedì è iniziata la grande offensiva su Tikrit, città irachena del centro-nord, sotto controllo dello Stato Islamico. Il Pentagono è stato ufficialmente avvisato da Baghdad il giorno stesso, in contemporanea con i media: cioè non c'è stata notifica preventiva e l'avviso vale niente. Invece l'Iran, che con le milizie sciite di cui è sponsor sta affiancando in modo consistente l'esercito iracheno, ha avuto accesso alle pianificazioni preliminari, tanto che da sabato Qassem Suleimani (capo delle operazioni all’estero delle Guardie della rivoluzione e architetto della strategia iraniana per espandersi nella regione, che è legata alla creazione di quelle milizie) è arrivato a Tikrit per dirigere le operazioni.

Si tranquillizzi Gentiloni. L'assalto a Tikrit, città natale di Saddam Hussein, ci sarebbe lo stesso anche senza dialogo con l'Occidente. L'impegno che l'Iran ci sta mettendo, non è un “favore” alla Coalizione. L'attacco è una resa dei conti pseudo epica con i baahtisti di Saddam – sunniti – che erano (pure) ultimamente passati con l'IS, e che, appena entrati in città, avevano trucidato centinaia di reclute sciite dell'esercito iracheno intorno a Camp Speicher – una vecchia base utilizzata dagli americani ai tempi della guerra d'Iraq.

mercoledì 4 marzo 2015

Il Fronte al Nusra potrebbe lasciare al Qaeda e formare un’entità indipendente. Forse.

crea link
(Pubblicato su Formiche)

Secondo alcune fonti citate da Reuters in un articolo di Mariam Karouny, i leader della Jabhat al Nusra, affiliazione qaedista ufficiale in Siria, sarebbero sul punto di lasciare al Qaeda e creare un’entità indipendente e non jihadista, che avrà come scopo prioritario rovesciare il governo del presidente Bashar Assad.

In base alle rivelazioni dell’agenzia britannica, il Qatar (paese “vicino” ad al Nusra), starebbe spingendo molto per “il salto”, che permetterebbe a Doha di aiutare il gruppo – o meglio, di farlo senza la segretezza dovuta all’affiliazione di JN al link del terrore. I qatarioti non hanno commentato, ma è ovvio pensare che, in questo modo, il Paese potrebbe aumentare la propria influenza sulla vicenda siriana, utilizzando la forza militare di al Nusra, come “arma diplomatica” – circostanza che rafforzerebbe il Qatar anche a livello geopolitico regionale.

Non si sa quanto ci sia di vero nello scoop di Reuters: non che l’agenzia non goda di buona reputazione, ma gli affari mediorientali in questo momento sono pieni di false notizie, propaganda, trappole e buchi giornalistici. In molti ritengono lo split inverosimile, altri sostengono che al Sham Muzamjer (una delle fonti rivelate da Reuters) sia già noto nel mondo del jihad per le sue dichiarazioni inaffidabili.

Ciò che è sicuramente vero, è il corteggiamento del Qatar – e di altri Stati del Golfo. Da tempo gli uomini dei servizi segreti di Doha (e non solo) si muovono in territorio siriano per incontrare i leader di al Nusra. Negli ultimi mesi ci sarebbero stati diversi colloqui con Abu Mohammed al Goulani, il capo del gruppo qaedista siriano: incontri che avevano lo scopo di convincerlo a lasciare al Qaeda; in cambio, promesse di aiuti (economici) e supporto (logistico e militare). Altro aspetto, riguarda la linea adottata da Nusra nell’ultimo periodo: JN ha chiesto (o imposto, in alcuni casi) il disarmo a diversi gruppi minori non-jihadisti nel nord della Siria, annettendosi i territori da questi controllati – la scorsa settimana ha costretto alla dissoluzione Harakat Hazzm, un gruppo moderato della zona di Aleppo, di non secondaria importanza e che era l'unica brigata di ribelli ad avere un aperto legame di collaborazione con gli Stati Uniti. Il consolidamento delle aree controllate nella Siria settentrionale, secondo alcuni, può essere un passaggio atto a spianare la strada alla nuova entità non-qaedista, che in quelle zone vorrebbe creare la propria base principale.

Il re-brand di al Nusra, favorirebbe al Qatar un qualcosa di simile al sostegno che gli Stati Uniti stanno dando ad alcuni gruppi organizzati di ribelli “moderati”: passaggio necessario con cui Doha di scalvarebbe l’ostacolo giuridico sugli aiuti, legato al fatto che il gruppo siriano è inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche dallo United Nations Security Council.

Secondo quanto rivelato dalle fonti di Reuters, la nuova entità combattente, avrebbe come scopo anche la guerra al Califfato – che attualmente è già nemico giurato di al Nusra. In Siria, prima dell’inizio dei bombardamenti della Coalizione internazionale, lo Stato Islamico (che è più forte di JN) aveva sottratto territorio e uomini al gruppo qaedista, costringendo molti comandanti alla clandestinità, per evitare di cadere nelle imboscate dell’IS. Tendenza che dopo l’inizio dei raid, si è un po’ invertita: e ora, con gli aiuti dal Golfo, JN potrebbe diventare davvero considerevole.

Alcune di quelle fonti citate, dicono che il passaggio sarebbe imminente, ma vincolato alla decisione del consiglio della Shura di Nusra – massima assise del gruppo, all’interno della quale (sempre stando alle fonti Reuters) ci sarebbero divisioni sull’eventuale split. Goulani, uomo pragmatico, starebbe pressando gli altri notabili, proponendo che la nuova entità sia frutto dell’alleanza tra Nusra e Jaysh al-Muhajereen wel Ansar, un gruppo jihadista più piccolo composto da combattenti locali e stranieri e guidato da un comandante ceceno. Sul tavolo, ci sarebbero parecchi vantaggi, chiaro: e la realpolitik di Goulani sembrerebbe folerli sfruttare.

Quello che non è chiaro, al di là della veridicità delle fonti, è come sia possibile che l’ideologia del “gruppo post-Nusra”, possa essere tanto diversa da quella attuale. Molti dei comandanti hanno combattuto in Afghanistan e sono vicini al capo di al Qaeda Ayman al Zawahiri; lo stesso Goulani viene dall’esperienza di Al Qaeda in Iraq – condivisa con il Califfo Baghdadi. Una vita passata a combattere per il jihad, non si cancella tanto facilmente: ma il pragmatismo, in questo periodo, sembra che tutto può.


martedì 3 marzo 2015

È stato il capo del “gruppo Khorasan” a radicalizzare il jihadista “John”

crea link
(Pubblicato su Formiche)

Mohammed Emwazi era sorvegliato dai servizi segreti inglesi dal 2009. In Inghilterra se la sono presa con Facebook e coi social network, accusandoli di essere il centro di reclutamento, comando e controllo, dei potenziali (e effettivi) jihadisti. Il primo ministro Cameron ha difeso l’operato dell’intelligence dicendo che «è costretta a giudizi incredibilmente difficili». Mentre l’ex direttore del National Counterterrorism Security Office inglese, Chris Phillips, è stato più schietto, ammettendo che le risorse in mano ai servizi sono minime rispetto all’enorme numero di sospetti che c’è da controllare.

Sono piovute critiche contro i mitici 007 britannici, rei di essersi fatti sfuggire dai propri radar l’uomo che per primo ha terrorizzato l’Occidente, colui che ha fatto scattare l’indignazione globale e ha comunicato al mondo che il Califfo stava alzando l’asticella del terrore, il boia di James Foley e degli altri occidentali. E dire che secondo le Tv kuwaitiane (Paese d’origine di Emwazi), la mamma lo avrebbe riconosciuto dalla voce fin dal primo video.

In realtà, scoprire l’identità del jihadista inglese, non era così semplice: nei giorni successivi alla rivelazione, i “segugi” dei media britannici (altrettanto mitici quanto i servizi segreti di Sua maestà), non erano riusciti a trovare altro che una foto da bambino e quella dell’ID nel registro accademico di Westminster – e magari le difficoltà erano legate anche a una pianificazione di Emwazi, che forse aveva previsto che la sua identità sarebbe finita in pasto ai media e si era organizzato per tempo per cancellare le sue tracce; oppure, in quel buco di 14 anni tra la foto da ragazzino e il video dell’esecuzione di Foley, aveva evitato di lasciare segni, perché aveva intrapreso il percorso jihadista già da parecchio tempo.

Secondo uno scoop del Telegraph, a radicalizzare Emwazi sarebbe stato un incontro con Mohsin al Fadhli, confidente di Osama Bin Laden, uomo usato da al Qaeda come riferimento per reclutare occidentali. L’incontro forse sarebbe avvenuto nel 2007, in Kuiwait (Paese di origine pure di al Fadhli). L’impatto delle parole di Fadhli su quello che poi sarebbe diventato “Jihadi John”, fu talmente forte che Emwazi cambiò drasticamente credo, passando da quello sciita a quello sunnita – una singolarità. (Alcune delle persone che in questi giorni hanno fornito racconti e testimonianze sulla vita del giovane Mohammed, hanno raccontato che indossava sempre una collana con una spada, simbolo dello sciismo; prima che al Fadhli lo cambiasse radicalmente).

Al Fadhli è un leader qaedista di primissima importanza: si ritiene che facesse parte della strettissima cerchia di persone che Bin Laden aveva messo a conoscenza dell’attacco dell’11 settembre 2011 a New York e Washington. Al Fadhli si pensa sia stato ucciso a settembre 2014 durante un attacco americano in Siria. Perché? Perché secondo quanto diffuso, Mohsin al Fadhli era (o ancora è?) il capo del fantomatico “Gruppo Khorasan”, entità filo-qaedista, branca della siriana al Nusra, o più probabile del tutto indipendente, che operava sul cruciale territorio siriano– esattamente nel nord, nella zona di Aleppo – con il fine di intercettare combattenti occidentali e formarli per compiere attentati al ritorno nei propri Paesi d’origine. Almeno così fecero sapere gli ufficiali statunitensi.

Si ricorderà che più o meno tutti gli addetti ai lavori, al momento in cui il Pentagono comunicò che tra gli obiettivi della primissima ondata di attacchi in Siria (era la fine del settembre scorso) c’era un gruppo noto come “Khorasan”, rimasero spiazzati. Nessuno ne aveva sentito parlare prima, e molti analisti pensarono che si trattasse di un modo soft per dire che sotto i missili americani era finita anche la Jabhat al Nusra, realtà qaedista è vero, ma non invisa ad alcuni gruppi dei ribelli laici e ai sunniti siriani.

Le rivelazione del Telegraph, prese per vere, aggiungono un altro tassello non solo alla storia personale del jihadista John – che forse è stata fin troppo raccontata, con il rischio di creare intorno al personaggio un’eccessiva attenzione, utile solo per la propaganda e l’emulazione – ma a quella del jihad siro-iracheno. La radicalizzazione con il leader della più ricercata cellula siriana di al Qaeda, il passaggio sull’altro fronte del jihad globale, lo Stato Islamico (al Qaeda e IS sono nemici giurati).

Ci sarà da capire ancora, per tracciare questi passaggi. (Sempre che il Telegraph non abbia preso un granchio).

Daniele Raineri (esperto del Medio Oriente del Foglio) ha scovato un video esclusivo di Vicerilasciato nel novembre 2013: nelle immagini girate in Atmeh (un posto nella provincia di Idlib, poco lontano dal confine turco della Siria), c’è un gruppo di combattenti britannici che hanno aderito all’allora Isis – dei foreign fighters come abbiamo imparato a chiamarli. Tra loro c’è un uomo che assomiglia molto a Mohammed Emwazi: un’altra testimonianza di quello che potrebbe essere stata la sua vita, prima di diventare “Jihadi John”.


lunedì 2 marzo 2015

Riprendersi Mosul: questione militare ma soprattutto politica

crea link
(Uscito sul Giornale dell'Umbria del 01/03/2015)

Sfondare a Kobane, arrivare a Baghdad, e poi espandersi a perdita d'occhio. La scorsa estate, erano queste le linee su cui si muoveva il Califfato. La sicurezza con cui mesi fa si sostenevano certe affermazioni, era conseguenza della cavalcata su Mosul, seconda città d'Iraq, conquistata dagli uomini di Baghdadi senza sforzi, in quattro giorni, davanti alle forze irachene che fuggivano, comandate da un governo (divisivo e inadeguato) che si sgretolava. Adesso, di fatto, l'IS è abbondantemente fuori Baghdad (e non sembra facile che ci entri se non con le autobomba), ha perso a Kobane, e di espandere il controllo di territorio oltre quello già conquistato sembra un progetto molto complicato. E la Coalizione internazionale che ha bloccato l'avanzata del Califfo, sta studiando una strategia per riprendersi pure Mosul – e c’è già che dice che la battaglia avrà un ruolo simbolico.

Secondo le fonti anonime di CentCom che stanno riempendo le pagine dei media internazionali, il piano prevede un’azione tra aprile e maggio prossimi, dove saranno impiegati 25 mila militari tra ISF (l'esercito iracheno) e le milizie sciite alleate di Baghdad, che arriveranno da sud, e i Peshmerga curdi, che accerchieranno la città da nord, da est e da ovest. In più parteciperanno all’offensiva, alcune fazioni tribali sunnite, che si sono ribellate al Califfo. Una miscela esplosiva, di parti che sono in opposizione tra loro; per questo i pianificatori americani cercano di farle lavorare in punti cardinali separati. La copertura aerea sarà invece fornita da caccia e droni della Coalizione, e chissà se, casomai la battaglia diventasse veramente “simbolica”, pure gli advisor militari occidentali a terra non passeranno a ruoli operativi (per ora si occupano del training) – la settimana scorsa la Difesa americana ha ammesso che in Iraq ci sono circa 3000 soldati USA, più 9700 nel vicino Kuwait.

Annunciare ufficialmente e più o meno pubblicamente che si sta progettando l'attacco, è secondo molti una scelta sbagliata: il senatore John McCain e il collega Lindesy Graham (due con ruoli nelle entità congressuali che si occupano di Difesa, che non perdono occasione per rimproverare il Prez) hanno inviato una lettera dura a Obama, protestando per la troppa pubblicità, che potrebbe mettere a rischio l’intera operazione.

Sulla carta comunque non dovrebbe esserci storia: gli iracheni dovrebbero trovarsi davanti non più di duemila combattenti, e sono già in corso azioni sulle aree intorno a Mosul per tagliare i rifornimento ai soldati del Califfo (la principale sulla zona di Tel Afar).

Il piano prevede tre fasi: la prima, già in corso, è l’addestramento dei militari iracheni, e ha il problema del tempo. Il training nel giro di un mese può non essere efficace – anzi, sembra quasi impossibile, ma gli Stati Uniti vogliono correre. La fase due prevede l’invio delle truppe a Mosul. E qui il problema sarà mandare gli uomini verso nord, visto che lo Stato Islamico controlla molti territorio tra i villaggi della valle del Tigri a sud di Mosul – e non è chiaro come risolvere le spedizioni dei soldati senza “sprecarli” in scontri strada-facendo, ma è chiaro invece, che senza una buona alimentazione l’offensiva non può andare avanti. La terza fase, è quella della conquista. A quel punto il dilemma sarà con quali forze occupare e gestire l’amministrazione cittadina. Arabi delle tribù sunnite? Sciiti dell’esercito e delle milizie filogovernative? Curdi?

La presenza delle milizie sciite è uno dei più grossi problemi dell’attuale situazione e del futuro piano. Questi gruppi combattenti, che si sono schierati da subito con Baghdad contro l’IS, hanno nel tempo sviluppato violenti comportamenti settari nei confronti dei sunniti. E Mosul, oltre un milione di abitanti, è il bastione della popolazione araba sunnita irachena – la presenza di truppe non-sunnite tra le vie cittadine, potrebbe rappresentare per le persone di Mosul “una forza di occupazione” che rischierebbe di rimettere in moto le dinamiche di militanza combattente sunnita (le stesse che hanno, a giugno scorso, aperto le porte al Califfo). Neppure i curdi, che rappresentano una minoranza etnica consistente a Mosul, avrebbero vita facile: la città, ricca di petrolio, si trova poco fuori i confini del territorio autonomo del Kurdistan iracheno, e da Erbil ci hanno allungato storicamente gli occhi. L’ottimale sarebbe creare una forza sunnita consistente, per gestire la situazione cittadina nella fase della transizione di occupazione post-liberazione. Solo che a numeri non c’è una reale possibilità di crearla. Inoltre tutto dipenderà dal rapporto tra le tribù locali (sunnite) e il governo di Baghdad.

Al di là delle azioni militari, sembra già che la riconquista di Mosul avrà un ruolo simbolico a più che altro a livello politico: da come andrà, si capirà il verso che la difficile stabilità dell’Iraq – spaccato tra realtà diverse e in contrasto – prenderà in futuro. Un futuro, comunque, lontano: anche se gli americani hanno fretta (di nuovo!) di risolvere la questione, come hanno fretta di sferrare l’offensiva su Mosul.

venerdì 20 febbraio 2015

Sono il Signor Sisi, risolvo problemi

crea link
(Uscito sul Giornale dell'Umbria del 20/02/2015)

Nella serata di mercoledì si è tenuta a New York una riunione fiume del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (che è l'organo competente per le risoluzioni su atti di aggressione o di minaccia alla pace  alla sicurezza internazionale). Il tema del vertice era la situazione in Libia: la decisione finale è stata quella di promuovere una soluzione politica alla crisi. Detto più chiaramente, per adesso nessun intervento militare.

La "soluzione politica" della guerra in Libia è questa: prima le due parti (governo di Tobruk e governo di Tripoli) smettono di combattersi, trovano un accordo e formano qualcosa di simile a un governo unitario; poi, a quel punto, potranno ricevere ogni sorta di aiuti dalla Comunità internazionale, compresi quelli militari per combattere le infiltrazioni dello Stato Islamico.

Sebbene la pace possa sembrare piuttosto improbabile, il delegato Onu per la Libia, Bernardino Leòn, che ieri era presente in videoconferenza al Consiglio, ha fatto capire che ci sono segnali positivi e che le distanze tra le due parti in fin dei conti non sono così insormontabili ─ ma Leòn non è proprio una scheggia in diplomazia.

A New York non è passata la linea egiziana. Il presidente Abd al Fattah al Sisi aveva un'idea molto chiara sul da fare: intervenire militarmente. D'altronde, l'esecuzione rituale dei copti egiziani sulle coste di Sirte da parte dello Stato Islamico, era stato soltanto un proxy per i raid egiziani. Sisi già qualche mese fa aveva spedito la sua aviazione a colpire postazioni delle milizie islamiste che combattano in Libia – non si trattava dell'IS, ma di quelle realtà tribali che sono schierate contro il governo di Tobruk (che è quel che resta di un esecutivo internazionalmente legittimato) e contro gli uomini del generale Haftar (che è amico degli egiziani e pure degli americani).

L'attacco di mesi fa, aveva già congelato i rapporti tra Egitto e Qatar; ora, dopo le azioni degli ultimi giorni, Doha ha deciso di richiamare in patria il proprio ambasciatore al Cairo, per una “consultazione” (i qatarioti sono uno sponsor segreto del governo di Tripoli, che è alleato di quelle milizie colpite dai raid egiziani di qualche mese fa). Sisi vuole segnare un solco profondo tra il suo Paese, il suo governo, e le istanze islamiste – il Qatar è un paese che invece non è “così drastico” nel mettere quei confini. Sisi è colui che ha messo al bando dall'Egitto la Fratellanza Musulmana, che è il principale partito islamista internazionale – e che è invece sostenuto economicamente dal Qatar.

Qatar a parte, il presidente egiziano è un fenomeno anomalo, in grado di intrattenere rapporti amichevoli con tutti, anche con Paesi in aperta diatriba (vedi Russia e Stati Uniti). Un po' vittima del pragmatismo della Comunità internazionale, un po' carnefice per il pragmatismo della sua agenda personale, che in prima pagina ha scritto chiaramente l'obiettivo: prendersi la credibilità e l'appoggio globale, al suono del riff "meglio io che il Califfo".

C'è stato un momento, all'inizio della settimana, in cui l'Egitto di Sisi era sembrato il baluardo globale contro la "deriva islamista" – messo tra virgolette. Il generale era intervenuto con tre ondate di raid aerei in Lbia, che avevano martellato pesantemente le postazioni dello Stato Islamico a Derna e Sirte (pure a Bengasi, ma lì probabilmente si trattava di Ansar al Sharia, milizia storica in Libia, prima filo qaedista, che piano piano il Califfo sta cooptando tra i suoi ranghi). A un certo punto, sui media italiani, era girata anche la notizia di un'azione di terra delle forze speciali del Cairo nei pressi di Derna – notizia che arrivava da fonti incerte, e che non ha grossi riscontri (per dire, Al Masriya, Al Arabiya, Al Jazeera, BBC Arabic, Tunis 7, Canal Algerie, non ne fanno cenno).

Fino a due giorni fa, Sisi aveva raccolto più o meno il consenso dell'Italia, con un paio di ministri che si erano spericolati nel proporre un intervento armato con 5000 nostri soldati – fortunatamente sedati dal premier Renzi («Non si può passare dall'indifferenza all'isteria» «Non è tempo di intervenire») – e con le teorie avventurose di qualche nostro analista che proponeva di andare giù al fianco egiziano. E della Francia, che però era molto più cauta, anche perché quando a dicembre il ministro della Difesa Jean-Yves le Drian, era andato in visita al cosiddetto “dispositivo di sicurezza Berkane”, nel Sahel, e aveva parlato della necessità di un intervento militare nel sud della Libia, l'Eliseo era stato costretto a metterci una toppa al volo, perché il Qatar (con cui la Francia ha ottimi rapporti) aveva storto il naso. Notare che nemmeno l'Egitto aveva proposto l'invio di truppe di terra; quella era una prerogativa istintiva italiana.

Tra quelli "contenti di Sisi", c'erano pure gli Stati Uniti, che considerano (con il solito pragmatismo obamiano) la "Libia" un dossier da lasciar trattare agli italiani, e dunque "fatti loro" (anzi nostri). E pure la Russia, che bolla come illegittimi i raid della Coalizione in Iraq e Siria (per via dell'alleanza con Damasco), ma che invece ha fatto sapere di essere disponibile a valutare l'intervento – era una posizione dovuta, visto che Sisi ha firmato lo scorso fine settimana una commessa militare che porterà nelle tasche di Mosca 3 miliardi di dollari, e un'intesa sul libero scambio. Sisi aveva chiamato pure Cameron, ma ufficialmente gli inglesi non hanno una posizione, e provato a coinvolgere Algeria (con cui l'Egitto non ha gran feeling) e Tunisia, che per ragioni geografiche e sociali sono sensibili alla questione. Anche lì, valutazioni positive, ma chiuse con un "vi faremo sapere" se l'Onu darà l'ok.

In questo momento, la "Coalition of the willing" di Sisi è praticamente una pagina bianca: l'Onu ha scelto la soluzione politica, non c'è la strada (per ora) dell'intervento armato, e il pragmatico egiziano difensore del mondo, si ritrova con una serie di volonterosi fermi sul divano di casa che aspettano la soluzione politica. Sisi, armiamoci e parti.