mercoledì 26 agosto 2015

L’apertura di Incirlik ha creato «effetti devastanti» contro lo Stato islamico?

crea link
(Pubblicato su Formiche)

Il ricercatore del Council on Foreign Realtions Micah Zenko, ha pubblicato ieri su Twitter un’immagine che riprende uno specchietto rapido ed efficace tratto dalle pubblicazioni media del CJTF- OIR (Combined Joint Task Force Operation Inherent Resolve, il comando che si occupa delle operazioni che la Coalizione internazionale sta svolgendo contro lo Stato islamico).Si legge chiaramente che i raid aerei in Siria contro l’IS sono diminuiti nel range temporale che va dal 12 al 24 agosto, rispetto a quelli dal 30 luglio all’11 agosto: 104 prima, 92 adesso.

È un dato che di per sé può avere valore relativo, magari si è trattato di decisioni strategiche e esigenze operative, però va inquadrato nel contesto temporale: a fine luglio infatti, dopo mesi di trattative e pressioni, la Turchia ha consentito di aprire l’uso della grande base aerea di Incirlik ai velivoli americani lanciati in missione contro lo Stato islamico in Siria. Il primo raid aereo è stato condotto da un drone Reaper il 5 agosto, rimasto l’unico per qualche giorno; poi dal 12 agosto i sei F-16 che gli USA avevano trasferito dalla base italiana di Aviano in Turchia (insieme al supporto logistico, parte del 31mo Stormo), hanno iniziato le missioni.

Il generale Kevin J. Killea, capo della CJTR-OIR, ha definito l’apertura di Incirlik la possibilità di avere «una fantastica posizione strategica» in grado di produrre «effetti devastanti» contro gli obiettivi dell’IS in Siria: è la linea dell’Amministrazione Obama, che segnava il via libero turco come un «game changer» nella lotta al Califfato. Dal punto di vista americano, Incirlik sarebbe stata anche l’occasione per avere una rapida retrovia aerea per fornire supporto ai ribelli siriani addestrati, che il 12 agosto sono entrati in territorio siriano: poi agli stivali siriani degli americani è toccata una pessima sorte.

I dati presentati da Zenko e i riscontri che escono dal campo di battaglia, sembrano indicare però che da quando è stato aperto l’uso della base aerea di Incirlik, non ci sono stati evidenti “effetti devastanti” per lo Stato islamico. Addirittura, gli attacchi sono diminuiti.

Le motivazioni non sono chiare, ma secondo Zenko potrebbero rientrarci pressioni della Turchia. I raid aerei, in via definitiva, andrebbero a colpire anche diverse postazioni dell’IS prossime al confine turco: aeree in cui gli uomini del Califfo combattono contro i curdi siriani dell’YPG. È noto che i curdi siriani sono alleati di quelli turchi, e che alcuni elementi del PKK combattano a fianco dei fratelli siriani. Per questo il governo turco potrebbe aver imposto restrizioni: dal ministero degli Esteri di Ankara, infatti continuano a ripetere che l’appoggio all’YPG non rientra tra gli elementi dell’accordo d’uso di Incirlik.

È altrettanto noto, d’altronde, che la Turchia ha aperto, insieme a quella contro lo Stato islamico,un’offensiva contro il PKK che ha rotto la tregua in piedi dal 2013 (e ogni genere di negoziato) e che per alcuni è un proxy elettorale per muovere la constituency nazionalista verso il partito del presidente Recep Tayyp Erdogan e scoraggiare i curdi moderati. Su quale siano gli appuntamenti in cima all’agenda turca, in effetti i dubbi sembrano pochi, e basta anche in questo caso guardare i dati ufficiali dei raid dei caccia di Ankara. Da quando sono iniziate le operazioni militari qualche settimana fa, 110 F-16 hanno colpito circa 400 postazioni del PKK sia al nord iracheno sia all’interno della Turchia (fonti ufficiose turche parlano di oltre 700 combattenti uccisi e altrettanti feriti); contro l’IS, invece, si sono alzati tre jet che hanno centrato cinque bersagli.

martedì 25 agosto 2015

Turchia, elezioni a "zero problemi"?

crea link
(Uscito sul Giornale dell'Umbria del 25/082015)

La Turchia terrà nuove elezioni il primo novembre, perché quelle del 7 giugno non hanno prodotto una maggioranza concreta ed è scaduto il tempo consentito dalla costituzione per la formazione di un governo di coalizione. Ma la Turchia, in questa delicata fase pre-elettorale (senza governo), si trova davanti due guerre in più.

Con ordine. Diversi osservatori internazionali (per ultimo il Wall Street Journal pochi giorni fa), hanno accusato più o meno apertamente il presidente Recep Tayyp Erdogan di aver puntato sulla ripetizione del voto fin dal primo giorno post-elettorale di giugno. Due mesi fa, il suo partito (che si chiama Giustizia e Sviluppo, AKP è l'acronimo) ha subito un'inattesa e storica sconfitta: per la prima volta dopo quindici anni non ha ottenuto la maggioranza assoluta dei voti in Parlamento, e questo non gli ha permesso di portare a termine i piani per la riforma costituzionale ─ modifiche che avrebbero trasformato il paese in una repubblica presidenziale. Erdogan è bloccato nel suo ruolo: ha un totale ascendente sul partito, che gli permette di governare indirettamente e muovere il “suo” esecutivo, ma come presidente ha poteri per lo più simbolici. L'accusa di aver sabotato tutti i tentativi di avvicinamento con gli altri partiti per formare un governo d'intesa con le altre forze politiche, sarà pure pesante, ma non è molto distante dalla realtà per cui passa l'unica attuale possibilità di realizzazione del sogno di Erdie: diventare il presidentissimo. (In molti, tra oppositori politici e analisti, polemizzano che il progetto di riforma trasformerebbe la Turchia in un regime totalitario).

Ora, però, il punto è che la Turchia ha rotto l'incantesimo che l'aveva tenuta immune dalla violenza che dilagava appena oltre i propri confini in Iraq e Siria ─ quella che il premier (incaricato) Ahmet Davutoglu definì «zero problemi con i vicini» ai tempi in cui era ministro degli Esteri ─, e avviato le operazioni militari contro lo Stato islamico (sotto pressioni americane) e già che c'era pure contro i gruppi combattenti curdi. Per capire chi è l'obiettivo preferenziale di questa guerra bifronte, basta leggere i numeri: 110 F-16 hanno colpito circa 400 postazioni del PKK sia al nord iracheno sia all'interno della Turchia (fonti ufficiose turche parlano di oltre 700 combattenti uccisi e altrettanti feriti); contro l'IS invece si sono alzati tre jet che hanno centrato cinque bersagli.

La sproposita divergenza numerica indica una linea politica, e trova risposte nelle elezioni di giugno. Partiamo da lì: l'HDP, il partito curdo moderato, all'ultima tornata elettorale ha ottenuto un grande successo, scavalcando l'enorme soglia di sbarramento del 10 per cento messa proprio per evitare l'ingresso dei curdi in Parlamento, e portando a casa uno storico 13 per cento (per altro è un dato che le proiezioni su novembre finora riconfermano, mentre AKP perde altri due punti). Le istanze curde (che ruotano intorno alla maggiore indipendenza territoriale) all'interno del parlamento turco, fanno paura a molti.

Ufficialmente le operazioni militari del governo turco contro i curdi sono la risposta alla rappresaglia post.Suruc. E qui torniamo di nuovo indietro: il 20 luglio un kamikaze dell'IS s'è fatto esplodere in un centro culturale dei curdi siriani nella cittadina turca di Suruc. È stata una strage orribile contro giovani civili innocenti, per la quale i curdi del PKK hanno accusato il governo turco, reo di essere troppo accondiscendente con gli uomini del Califfo che si spostano all'interno del proprio territorio e di aver permesso all'attentatore di colpire “i fratelli curdi” (curdi turchi e siriani sono alleati, quelli iracheni repubblica a parte): e così quelli del PKK hanno ucciso due poliziotti turchi in un agguato per rappresaglia. Da lì Ankara ha colto l'occasione per avviare una campagna militare contro l'IS e soprattutto contro i curdi. Ma secondo i critici di Erdie (il WSJ, per esempio) Suruc è solo un proxy, e Ankara ha deciso di rompere la tregua che durava dal 2013, per creare un clima di guerra e scoraggiare i curdi più moderati e non farli tornare alle urne: al tempo stesso, sarebbe stato un modo per infiammare l'anima dei nazionalisti che finora hanno votato il partito MHP. In passato Erdogan s'era presentato come la voce moderata che avrebbe riconciliato Turchia e curdi, perdendo così voti a destra a favore del MHP.

La posizione belligerante presa dal governo turco contro i curdi, ha prodotto a strascico una serie di reazioni violente non solo da parte del PKK, ma anche dal Partito-Fronte rivoluzionario di liberazione del popolo (Dhkp-c), una piccola fazione combattente, che compie attacchi minori e senza continuità.

Riaprire la guerra con i curdi ─ cominciata nel 1984, mai arrivata alla pace nonostante la tregua, e costata la vita a oltre tremila persone ─ però non è solo una delicata questione di politica interna. In molti osservano l'incoerenza tra il colpire insieme i curdi e l'IS, perché i primi sono considerati i peggiori nemici dei secondi. Vero solo in parte, perché in realtà il PKK è più isolato e molto meno coinvolto dei curdi siriani (YPG) e iracheni (i Peshmerga) nella lotta al Califfato, anche perché il Califfo finora non ha avuto mire espansionistiche in Turchia. Però, il PKK ha comunque fornito aiuto "ai fratelli" dell'YPG in diverse battaglia come quella di Kobane, in cui si è trovato sulla stessa linea di fronte della Coalizione internazionale (e si sa come vanno queste cose: al fronte, tra alleati anche se solo temporanei, ci si aiuta).

Lo Stato islamico è il problema in più: finora tra il Califfo e la Turchia c'era un muto e mutuo accordo. Ankara lasciava permeabilità ai confini che permetteva il passaggio dei foreign fighters, "da Raqqa" ricambiavano evitando l'espandersi della violenza sul suolo turco. Le cose sono cambiate, però. Sotto la pressione americana la Turchia ha deciso di avviare delle proprie (seppur minime) operazioni militari contro l'IS, anche per mettere paletti a situazioni simili a quella di Suruc, e soprattutto ha aperto l'uso della grossa base aerea di Incirlik ai jet americani che decollano per bombardare in Siria. Il Califfo ha risposto con un video diretto e chiaro fin dal titolo: "Messaggio alla Turchia", simile a quello che si intitolava "Messaggio all'America" in cui fu decapitato per la prima volta in video un ostaggio occidentale, James Foley. Lo speaker del Califfato accusa Erdogan di essere «un Satana traditore» che ha venduto la Turchia metà all'America metà ai curdi. Tutti contro tutti.

Non è un clima da "zero problemi" quello in cui si andrà a votare.


lunedì 24 agosto 2015

Dalla Russia con amore, nuovi mezzi per l'esercito di Assad

crea link
(Pubblicato su Formiche)

Girano in internet da qualche giorno le foto di nuovi mezzi militari in dotazione al governo siriano in azione sul campo di battaglia. Si tratta di veicoli da combattimento e mezzi di trasporti di fabbricazione russa. Dunque Mosca starebbe ancora inviando armamenti al governo di Damasco per aiutare l’alleato Bashar el Assad in una fase critica del conflitto. (Inutile aggiungere che le nuove consegne non fanno altro che permettere al rais di allungare la guerra che ha già prodotto oltre duecentomila morti e qualche milione di sfollati).

Le immagini vanno prese con relativa cautela: è in atto una guerra di disinformazione più o meno strumentale che coinvolge spesso anche le fonti ufficiali, figurarsi quelle non ufficiali che in piena propaganda e confusione escono dal campo di battaglia. Qualche giorno fa, alcuni siti avevano diffuso la notizia che sei caccia Mig-31 erano stati inviati dalla Russia all’aeroporto Mezze di Damasco: non ci sono stati sviluppi, ma come avevamo scritto su Formiche, il condizionale è d’obbligo in certi casi e non ci sarebbe da stupirsi se fosse tutta una montatura. Fatta questa premessa fondamentale, si può andare avanti.

Alcune delle immagini riprendono soldati governativi a bordo di un Tigr, veicolo da trasporto truppe multiuso e multi-strada (la risposta russa all’Hummer americano) di recente produzione: la ditta produttrice GAZ ne ha consegnato all’esercito russo il primo pezzo in servizio nel 2006.

Due giorni fa ha varcato il Bosforo in direzione Siria, la classe Alligator Nikolay Filchenkov, nave da trasporto anfibio russa appartenente alla Flotta del Mar Nero ─ la nave è di stanza a Sebastopoli, in Crimea: notare il filo geopolitico. È stata fotografata da Istanbul con a bordo quelli che sono stati riconosciuti come KamAZ (camion militari) e una variante dei BTR-80, veicoli armati da trasporto truppe ─ alcuni di questi erano arrivati già in Siria tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014: dovevano proteggere chi si occupava dello smantellamento dell’arsenale chimico, ma poi non sono più tornati indietro (un simpatico cadeau di Mosca la rais siriano) e ora si muovono sul campo di battaglia dipinti di verde oliva senza marchiatura numerica.

Sempre in questi giorni, i video ripresi durante una battaglia nell’area nord-ovest della provincia di Latakia (il centro di potere alawita, difeso con i denti dal regime siriano), mostravano un BTR-82A, APC (ossia Armoured Personal Carrier, veicolo da combattimento della fanteria). L’azione a Latakia è condotta in modo congiunto dalla Ndf, National defence force (la più importante dellemilizie paramilitari lealiste), dall’Esercito siriano e dalla Guardia repubblicana, che ultimamente è stata robustamente spostata da Damasco a difesa di Latakia. Il BTR-82A sembrerebbe in dotazione a quest’ultimo corpo, che è arrivato in giugno sulla costa siriana munito di carri armatiT-72, corazzati BMP-2 e semoventi: si suppone che la consegna dei nuovi APC risalga a quel periodo.


Duecento uomini di Boko Haram al fianco dell’IS in Libia (con calma)

crea link
(Pubblicato su Formiche)

Ci sarebbero tra ottanta e duecento combattenti di Boko Haram a Sirte (Libia). Gli uomini del gruppo islamista nigeriano, sarebbero andati a dar man forte allo Stato islamico in Libia. Lo ha scritto l’analista indipendente Jacob Zenn, specializzato in questioni africane, in un paper per la Jamestown Foundation di Washington (istituto di ricerca e analisi strategica).

Le forze di sicurezza algerine, ritengono che gli uomini di Boko Haram si siano uniti ai militanti del nord del Niger, scrive Zenn ─ che per il suo lavoro ha raccolto informazioni sul campo. E spiega che l’apertura di rotte di migrazione dalla Nigeria attraverso il Niger orientale per arrivare in Libia, rende il viaggio abbastanza semplice, e non è certo un problema per lo Stato islamico pagare trafficanti per il trasporto di militanti e armi lungo queste vie.

Il 7 marzo del 2015 il leader di Boko Haram Abu Bakr Shekau s’era impegnato nella baya al Califfo Baghdadi: il giuramento di fedeltà, che arrivava dopo una serie di segnali di avvicinamento tra le due organizzazioni (e i corteggiamenti di Shekau), fu ufficialmente accettato circa una settimana dopo attraverso un audio del portavoce dello Stato islamico Mohammed al Adnani, in cui si annunciava anche l’allargamento dell’interesse del Califfato all’Africa. Da quel momento il gruppo di Shekau ha avuto un re-brand in Wilayat Africa Occidentale dello Stato islamico: la più grande in termini di uomini, superficie di territorio controllato e capacità operativa, delle province dell’IS.

Zenn inquadra la migrazione di alcuni combattenti nigeriani verso nord e verso la Libia, come una delle risposte che (l’ex) Boko Haram ha dato all’offensiva militare partita quasi contemporaneamente alla baya e, lanciata dalle forze congiunte di Niger, Ciad e Camerun.

Il Califfo, in nome della Umma, la comunità internazionale di tutti i fedeli, ha travalicato il concetto di confini nazionali e si espande su vari fronti (tatamadad). Quello nordafricano sta diventando fortemente attivo, e anche se ancora numericamente in minoranza rispetto alle altre milizie che combattono la guerra civile libica, i militanti cominciano già a definire Sirte la terza capitale dello Stato islamico (dopo Raqqa in Siria, e Mosul in Iraq). La diffusione mediatica della Wilayat dell’Africa occidentale potrebbe sostituire nel cuore dei proseliti al Qaeda, che finora è stata il collettore entro cui sono confluite tutte le istanze islamiche radicali regionali: questo ammesso che i vari leader estremisti locali, ciaddani, nigerini, etc, accettino il Califfato (per gli altri c’è ancora ciò che resta di qaedista in al Maraboutin del redivivo Mokhtar Belmokhtar).

Se le informazioni riportate da Zenn saranno confermate, ci saranno di certo degli sviluppi e delle dichiarazioni diffuse attraverso i sistemi mediatici dello Stato islamico.


sabato 22 agosto 2015

Corbyn chieda pure scusa agli iracheni, ma poi faccia qualcosa (in più

crea link
(Pubblicato su Formiche)

Jeremy Corbyn, il candidato più accreditato per ricoprire il ruolo di leader del Labour britannico (al voto tra pochi giorni), ha dichiarato che se dovesse vincere le primarie di partito chiederà ufficialmente scusa per la Guerra d’Iraq. Corbyn, che si muove all’interno delle istanze più oltranziste della sinistra inglese e che vuole riportare il partito verso le vecchie radici socialisti, accede ad una tematica tanta cara alla sinistra pacifista e anti-capitalista globale: la decisione di Tony Blair di seguire gli Stati Uniti nell’invasione dell’Iraq nel 2003.

Nemmeno Ed Miliband, considerato sconfitto alle ultime elezioni perché troppo appiattito su posizioni anti-business e su retoriche della “vecchia sinistra”, era arrivato a tanto: aveva ammesso più volte che quella guerra era stata un errore, ma scusarsi con l’Iraq mai. Ora però c’è Corbyn ─ il cui programma elettorale sembra arrivare direttamente dal 1970: espulsione dei privati dalla Sanità, aumento della spesa e della tassazione sui ricchi, nazionalizzazione delle ferrovie e delle compagnie energetiche, fino alla riapertura delle miniere di carbone chiuse dalla Tatcher.

Il fatto, però, è che dall’Iraq rispondono che con le scuse dei Labour fanno ben poco, e anzi adesso serve che il suo partito (ed eventualmente il suo governo se dovesse vincere le elezioni del 2020: difficile) si impegni a sostenere la missione contro lo Stato islamico e risistemare il Paese.

Martin Chulov, giornalista del Guardian esperto di Medio Oriente, ha intervistato diversi contatti iracheni e ha chiesto loro cosa pensavano della volontà di Corbyn. Il senso generale è quello di un proverbio iracheno che dice “dove posso incassare le tue scuse?”. Le risposte dicono tutte più o meno le stesse cose: le scuse per noi in questo momento significano sostegno contro i gruppi che combattono sul nostro territorio e aiuto per mettere fine alle sofferenze quotidiane del nostro popolo.

L’invasione irachena anglo-americana che aveva portato alla deposizione del regime baathista di Saddam Hussein da cui poi era scaturita la guerra settaria in Iraq, è rimasta un lavoro incompiuto anche a causa di volontà ideologiche. Barack Obama aveva vinto le elezioni calcando la mano sulla necessità del ritiro e della mano tesa; l’opinione pubblica iniziava a sensibilizzarsi fortemente alle teorie complottiste; il rafforzamento di posizioni pacifiste e di disimpegno si scontrava con le necessità e le perdite dal campo. E così l’Iraq fu lasciato quasi in balia di se stesso, in un momento in cui non era in grado di badare a se stesso. Le posizioni radicali all’interno dei mondi sciiti e sunniti iracheni prendevano il sopravvento, e mentre i primi legittimavano il proprio potere con il governo a sostegno occidentale (voluto dall’America), gli altri viravano sempre di più verso le istanze ultra-religiose sostenute da gruppi radicali e settari. È questo, tagliando con l’accetta, il contesto socio-culturale che ha fatto da terreno di coltivazione ai prodromi dello Stato islamico. Un contesto, questo è vero, stimolato dal lavoro lasciato a metà dall’Occidente.

Ora gli iracheni chiedono ai Corbyn di non lavarsi le coscienze con scuse tardive e vuote, ma di finire di sistemare le cose: e i Corbyn sembrano non capire, perché in fondo quello che cercano è solo il consenso del proprio, istintivo, elettorato. Il futuro leader labour ha già preso posizioni contrarie alla possibilità di espandere le missioni aeree inglesi contro lo Stato islamico anche in Siria ─ una delle necessità tattiche assolute per fermare davvero contro il Califfo. È il pacifismo left populist, bellezza.