martedì 21 ottobre 2014

Dieci cose che ci insegna la vicenda di Kobane

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(Pubblicato su Formiche)

Da diversi giorni le sorti della città simbolo del Rojava, Kobane, sono al centro delle vicende che arrivano da quel pezzo di mondo che abbiamo imparato a definire Califfato. La città è sotto l’attacco dello Stato Islamico da oltre un mese, ma le forze combattenti delle milizie curde siriane dell’YPG stanno resistendo in un enfasi che definirla eroica sembra limitante – anche dato quello che è successo in città e basi limitrofe, quando si sono viste accerchiate dall’IS.

A dar manforte ai curdi di Siria, sono arrivati anche guerriglieri del PKK (entità curdo-turca affiliata con i siriani che si è mossa) e, dapprima con reticenza e poi crescendo d’intensità, precisione, e numero, gli airstrike della Coalizione internazionale. Domenica scorsa c’è stato pure l’invio di armi e munizioni da parte degli USA. In tutto, il ruolo molto discusso della Turchia, che non ha fatto niente per intervenire, e anzi aveva impedito finora gli aiuti del PKK. Finora: perché (anche dopo che Washington se n’è fregata del placet turco e ha paracadutato quei rifornimenti su Kobane) il governo di Ankara ha deciso di permettere il passaggio dei Peshmerga iracheni in soccorso dell’YPG – da notare che i due gruppi curdi formerebbero un’alleanza strana, diciamo una società di intenti, dato che tra le due realtà del Kurdistan ci sono stati attriti (ma ci si tornerà).

L’attenzione mediatica, implementata dalla favorevole esposizione della città agli obiettivi dei cameraman di mezzo mondo, ha fatto sì che, ben oltre al valore militare, presa o difesa di Kobane diventassero questione di faccia, di immagine, per gli schieramenti in campo (IS, curdi, Coalizione).

Analizzare l’intera vicenda, ci permettere di capire alcune cose, che vanno tenute come bagaglio d’insegnamento per il proseguimento di questo conflitto.

1) Le notizie dal fronte sono frammentare e immediate, e molto soggette alla propaganda. Molti dei reporter che si trovavano a Kobane avevano segnalato nei giorni passati che la situazione stava volgendo positivamente per le forze curde, che stavano quasi «buttando fuori» (titolo BBC) l’IS dalla città. Notizie che per altro trovavano riscontro in quello che i curdi da “dentro” il combattimento portavano “fuori” con i social network, ma che invece, con un flusso “dentro-fuori” analogo, venivano smentite dalle dichiarazioni degli uomini del Califfo: entrambe fonti da scartare, visto la spinta propagandistica da cui si muovevano. In realtà, poi, si è assistito a un cambiamento della situazione (che per altro è fluida e mutevole, va detto), e la città di Kobane – come ha ricordato anche il generale Austin, capo CENTCOM – rischia ancora di cadere.

2) Kobane non è “strategicamente” importante. Almeno non solo, o almeno non solo nel termine di riferimento militare a cui siamo fin qui abituati a conoscere. Il ruolo strategico che lo Stato Islamico gli aveva attribuito, era legato alla sua posizione geografica: Kobane è posta al confine tra Turchia e Siria, sulla stessa direttiva latitudinale di Aleppo e in verticale su Raqqa. “Prenderla” garantirebbe all’IS di avere il controllo di un’ampia fetta di territorio al confine turco: una fascia che si estende fino alla zona meridionale della capitale dello Stato Islamico. Ma sia chiaro, che conquistarla non cambierebbe le sorti della guerra, né per il Califfo né per la Coalizione internazionale.

3) Sia IS che coalizione US-led hanno scelto di combattere questa battaglia per motivi di propaganda. Il generale John Allen, l’uomo che Obama ha richiamato dalla pensione per coordinare le operazioni “anti-IS”, ha ammesso mercoledì scorso che in questo momento per il Pentagono la massima importanza ce l’hanno le vicende irachene: l’IS ha puntato nel mirino ciò che resta fuori dal suo controllo nella provincia di Anbar per organizzarsi verso la contigua Baghdad. Tuttavia, le storie umanitarie dei profughi che sono fuggiti da Kobane verso la Turchia, le posizioni cocciute e poco schiette degli stessi turchi, i rinforzi che lo Stato Islamico ha fatto affluire nella città curdo-siriana, hanno trasformato la “battaglia di Kobane” in una grande chance propagandistica non solo per il Califfo, ma anche per la Coalizione internazionale.

4) L’importanza della geografia in questa guerra. Se questa battaglia, e non centinaia di altre (anche analoghe), è diventata così “seguita”, è di certo per il contesto geomorfologico in cui Kobane è inserita: una piana stretta tra le colline – che permettono il controllo del confine. Ma le colline si trovano anche sul lato turco di quei confini, così che le troupe televisive internazionali si sono potute sistemare al sicuro, protette dai soldati turchi, hanno potuto riprendere live tutto quello che accadeva e raccogliere umori e notizie direttamente senza mettere a repentaglio la propria incolumità. In più, sono state proprio quelle colline e quell’apertura in cui si pone la città, a permettere l’efficienza degli attacchi una volta che si è trovato il quadro del coordinamento. Per questi fattori, colpire a Kobane garantisce una “sicurezza di successo” superiore rispetto ad altre zone della Siria. È stato proprio il capo di CENTCOM a sottolineare come l’afflusso di rinforzi, permetteva agli aistrike di centrare più obiettivi, perché le forze dell’IS erano costrette a scoprirsi. Il controllo geografico e geomorfologico sul “fenomeno Kobane” è stato centrale.

5) Se l’IS concentra troppe unità scopre il fianco. Secondo il Comando Centrale americano, i raid aerei della coalizione avrebbero ucciso centina di soldati dello Stato Islamico. Il 90% delle missioni che la coalizione ha condotto finora sul suolo siro-iracheno, hanno visto rientrare i velivoli con il loro carico di armamenti intatto: il motivo di questo, è la dispersione delle unità di combattimento del Califfo. La concentrazione su Kobane (dovuta alle ragioni sopra dette), ha invece invertito la tendenza, creando un bersaglio da “caccia grossa”. La stessa circostanza era stata notata nell’occasione degli attacchi alla diga di Mosul. L’Is, per il momento, non ha modo di proteggere dall’alto i suoi assembramenti di truppe, esponendoli così agli attacchi aerei.

6) La paura di colpire i civili. Il principale terrore della Casa Bianca, è procurare vittime civili, che con la copertura mediatica e con l’attenta social media strategy del Califfato, potrebbero diventare gli affreschi che segnano il futuro di questo scontro – e infiammare, ancora di più, gli animi dei sunniti dei clan locali, tanto quanto le opinioni pubbliche internazionali. Civili, donne e bambini, uccisi da un attacco della Coalizione porterebbero i raid contro l’IS allo stesso livello delle decapitazioni di Raqqa: e diventerebbero spettacolo di propaganda per il Califfo. Kobane era densamente abitata, ma la fuga degli abitanti ha permesso di creare un campo di battaglia privo di innocenti, su cui gli aerei della Coalizione hanno potuto sganciare bombe senza troppi problemi di precisione. Anche per questo, sono stati, nelle fasi successive dell’assedio, più efficaci. Situazione analoga, a quella registrata, per esempio, nelle aree circostanti la diga di Mosul.

7) Lo Stato Islamico sa gestire più fronti contemporaneamente. Dalle vicende di Kobane, il più tremendo dei dati che esce, non riguarda Kobane, ma le aree irachene dell’Anbar. L’IS è una realtà organizzata: nel corso della battaglia ha capito che sarebbe diventata questione di lungo periodo, ma ha capito pure che concentrare tutte le strategie e le forze a Kobane sarebbe stato un errore. E dunque ha ripreso le offensive nelle zone centro-meridionali dell’Iraq. Quelle che, strategicamente, sono molto più cruciali e preoccupanti.

8) Lo Stato Islamico non è imbattibile. La Coalizione aerea se si coordina con le forze di terra disponibili (in questo caso i curdi), riesce a funzionare. L’IS se trova resistenza può essere bloccato: come è successo alla diga di Mosul, o ad Amerli o sul Sinjar. Serve però che quelle forze di terra siano guidate – e allo stesso tempo guidino i raid. E serve che siano armate per resistere alle offensive del Califfo. Al nord i curdi (sia siriani che iracheni, e in fondo pure i turchi) si sono rivelati partner affidabili, ma scendendo verso le aree meridionali del Califfato tutto diventa più complicato. Chi difenderà Baghdad? È presumibile che l’esercito iracheno si sia concentrato proprio su queste zone, e non cederà terreno tanto facilmente come ha fatto finora: ma sarà da vedere. Laggiù ci sono pure le milizie sciite filo-iraniane, storicamente non “schiette” con gli occidentali (e con i Paesi arabi alleati). E infine, in Siria? Là, i ribelli “amici” devono ancora superare gli step del training militare che molte forze speciali della Coalizione gli stanno fornendo. Ma poi? E di mezzo c’è pure Assad. La storia della battaglia di Kobane, insegna che resistere allo Stato Islamico si può: ma serve volontà, organizzazione e potenza. Anche a terra.

9) I curdi, e non solo, sono divisi. La principale delle notizie uscita nelle ore passate da Kobane, riguarda la decisione turca di permettere il passaggio di uomini di rinforzo dal Kurdistan iracheno. Dall’YPG hanno fatto sapere, però, di non essere completamente d’accordo, perché i curdi siriani vorrebbero che le forze arrivassero dal PUK (Unione patriottica del Kurdistan, partito di ispirazione socialista), ma invece Turchia e Coalizione preferiscono siano del PDK (filo-occidentale e “vicino” agli USA). Una divisione storica tra le varie realtà curde, che piano piano – se l’emergenza si allontanerà – verrà fuori ancora più prepotentemente. E non solo i curdi: sul terreno, a combattere contro l’IS, ci sono ovunque forze molto frammentate, divise, astiose. Gioco, inutile dirlo, buono per il Califfo.

10) Sì, questa è una guerra. L’Amministrazione americana ha scelto il nome all’operazione contro l’IS: “Inherent resolve” (più o meno “determinazione intrinseca”, non un gran nome, ma questa è un’opinione personale). Il fatto della denominazione non è secondario: quella che fin qui era stata fatta passare come una missione di counterterrorism è diventata ufficialmente una vera e propria operazione militare. A essere schietti, verrebbe da chiamarla “guerra”, ma dalla Casa Bianca non vogliono che venga mai usata questa parola: almeno non in pubblico. Obama ha vinto la propria compagna presidenziale, nel 2008, sull’onda del sentimento “anti-guerra” tra la popolazione. Ma l’insegnamento di Kobane, è che niente si concluderà in attacchi mordi&fuggi: il Califfo è determinato e resistivo. Sarà una lunga storia, servirà tempo, come lo stesso Obama ha dovuto ammettere.

lunedì 20 ottobre 2014

Gli USA paracadutano aiuti su Kobane

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(Pubblicato su Formiche)

Aerei da trasporto C-130 americani hanno sganciato rifornimenti paracadutati sopra alla città di Kobane – roccaforte curdo-siriana, che resiste all’assalto dello Stato Islamico da oltre un mese.

Nel fine settimana erano arrivate notizie di nuove offensive dell’IS, dopo che nei giorni precedenti si era pensato che i curdi potessero invertire la polarità dell’offensiva e rispedire il Califfo fuori dalla città.

Sono arrivati rinforzi di uomini e mezzi del Califfato: rinforzi “tracciati” dagli occhi dei velivoli della Coalizione internazionale. Lo stesso gen. Lloyd Austin, capo del CENTCOM (il comando che sta dirigendo le operazioni), aveva segnalato in conferenza stampa che era in corso un afflusso di combattenti verso il confine turco siriano, ricordando che questo continuava a far traballare le sorti di Kobane.

Afflusso frettoloso e non troppo organizzato, però – il Califfo vuole vincere, perché ormai Kobane è molto di più di un passaggio strategico verso Raqqa: Kobane è la faccia di questa guerra, là si gioca l’onore di Baghdadi, là si mostra l’effettiva forza del Califfato. I mezzi “scoperti” dell’IS erano stati ripetutamente colpiti dagli airstrike della Coalizione – che, a questo punto, si trova anch’essa a giocarsi la propria credibilità nella battaglia. Diversi danni, con i raid che erano sensibilmente cresciuti di numero (dopo un inizio timido, per stessa ammissioni di alcuni funzionari militari americani, a quanto pare in questo momento sono arrivati a un numero totale di 135, rispetto ai 13 di qualche giorno fa). Danni che tuttavia, non erano stati, ancora, sufficienti a fermare l’IS.

Sebbene “scremati” dalle bombe dei velivoli della Coalizione, i rinforzi erano arrivati e hanno subito portato nuovi sviluppi, con lo Stato Islamico che si è tolto dalla posizione difensiva cui l’YPG l’aveva costretto.

La nuova inversione sul teatro di combattimento, è stata registrata ieri, domenica. E proprio domenica sono arrivati gli aiuti militari americani. Sono partiti da Erbil: si tratta di armi, munizioni e attrezzature mediche, e fanno parte del “magazzino” che Stati Uniti e alleati hanno messo a disposizione dei curdi iracheni.

Sembrerebbe che l’idea di spedire rifornimenti fosse in essere già da qualche giorno. Un funzionari della Casa Bianca, ha raccontato alla BBC che il presidente Barack Obama si era sentito telefonicamente con il suo omologo turco Erdogan già sabato, per avvisarlo delle intenzioni americane. Non sono stati resi noti i dettagli, ma a quanto pare ad Ankara sarebbero abbastanza scocciati di questo “aiutini” ai curdi.

I turchi considerano l’YPG alla pari di un’organizzazione terroristica, per via dei legami a doppio filo con il Partito dei lavoratori del Kurdistan (il PKK). Per diversi giorni hanno bloccato i curdi di Turchia al confine, impedendo loro di poter portare rinforzi a Kobane – decisione che aveva suscitato diverse polemiche e pure uno scontro a fuoco, seguito da un bombardamento dei jet di Ankara su alcune postazioni del PKK.

Di nuovo, la situazione di Kobane, sembra essere il centro degli equilibri geopolitici dell’area – molto più di una battaglia, un simbolo.


venerdì 17 ottobre 2014

IS quasi fuori da Kobane, grazie al coordinamento tra USA e curdi (siriani)

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(Pubblicato su Formiche)

Polat Can è il portavoce dell’YPG, il braccio armato del partito curdo-siriano PYD. L’YPG sta da giorni tenendo in piedi Kobane, respingendo l’assedio del Califfo. Can è il protagonista di un’intervista a Reuters (molto discussa in queste ore), in cui ha chiarito alcuni aspetti sulla dinamica delle “cose” nel mezzo della battaglia.

Secondo lo spokeperson dei combattenti curdi di Siria, ci sarebbe coordinamento tra le milizie a cui appartiene e le forze della Coalizione internazionale che stanno combattendo il Califfato dal cielo – tradotto, gli americani.

Attenzione: i curdi siriani non sono quelli a cui mezzo mondo ha inviato attrezzature militari per combattere l’IS. No, quelli erano gli iracheni, i Peshmerga: attualmente, di fatto, le uniche forze di terra della Coalizione, molto filo-americani, e molto più controllabili (poi è da vedere). L’YPG è una realtà che è legata a doppio filo con il PKK turco (e con l’HPG, la formazione combattente del Partito dei lavoratori del Kurdistan), che molti dei Paesi che compongono il gruppo di intervento su Iraq e Siria, considerano un’organizzazione terroristica. Molti di quei stessi Paesi, data l’affiliazione, hanno pure tagliato i ponti con i curdi siriani – per primi gli americani, più o meno.

Ma, come si dice, “in guerra e in amore tutto è concesso”, e così dalle parole del portavoce Can si scopre che il CENTCOM di Tampa imposta i raid sulla zona di Kobane, dopo aver ricevuto informazioni di terra dai membri dell’YPG. Can ha proprio spiegato alcuni passaggi della collaborazione: i dati geografici, le coordinate dei bersagli, vengono raccolti da un’unità curda avanzata, che li trasmette al comando YPG, che poi li gira verso un centro di coordinamento comune – comune con gli Usa, chiaro.

Tutto sarebbe iniziato dopo che l’IS ha cominciato ad entrare a Kobane: e in effetti, in precedenza, i curdi si erano lamentati, oltre che della timida consistenza, anche dell’imprecisione dei raid. Segnalavano da tempo che a finire sotto le bombe erano posti di combattimento abbandonati, edifici svuotati. Poi il cambio di ritmo: i raid sono diventati di più, e più efficaci, e hanno permesso alle forze dell’YPG di riportare successi significativi: tanto che nel momento della stesura di questo pezzo, la BBC, che copre sul posto la storia, titola in home page “IS nearly driven out of Kobane”.

La storia della collaborazione tra Stati Uniti e curdi siriani, sebbene discutibile, non è nuova. SuFormiche ci eravamo occupati già qualche giorno fa, con le prime voci sul coordinamento che iniziavano a girare, di una vicenda avvenuta nel 2012, quando alti funzionari diplomatici statunitensi, incontrarono membri dell’YPG. Sul tavolo, ai tempi, non c’era la lotta al Califfato, ma quella al regime siriano di Bashar Assad.

Messi alle strette dalle rivelazioni del portavoce dell’YPG, gli Stati Uniti hanno confermato di aver avuto contatti “informali”, in un paese al di fuori del Medio Oriente, sebbene hanno negato che ci sia un qualche genere di coordinamento sui raid. Ma, visto i risultati sul campo arrivati proprio da domenica scorsa (con l’entrata dell’IS nella cerchia cittadina di Kobane), le deduzioni sono conseguenti. Secondo quanto detto dagli uomini del Pentagono in conferenza, invece, il maggior esito positivo delle azioni, sarebbe collegato non “al dialogo” con i curdi a terra, ma al fatto che, messo alle strette a Kobane, lo Stato Islamico si è trovato nella necessità di far affluire soldati e mezzi – lo avrebbe fatto in fretta e si sarebbe esposto troppo ai mirini dei caccia.

Anzi, per fugare ogni dubbio – o almeno, nel tentativo di – Washington ha ribadito che la posizione nei confronti del PKK (i curdi di Turchia alleati di quelli siriani), non cambia di una virgola: restano sempre nella “lista nera” dei terroristi. Precisazione dovuta alle discussioni che il “possibile” collegamento ha generato – l’America è un paese che fa del “non parliamo con i terroristi” un mantra profondo, quasi ideologico. Ma anche una precisazione per “accontentare e riavvicinare” la Turchia.

Comunque evolvano le cose, la presenza di Ankara è necessaria in questo scontro con l’IS. La scorsa settimana era stata annunciato un accordo per l’utilizzo delle basi turche da parte della Coalizione: lo aveva detto Susan Rice, non l’ultima dei funzionari della Casa Bianca, ma poche ore dopo il gabinetto del primo ministro turco aveva smentito tutto. Ora tornano a circolare voci su un probabile accordo raggiunto: il centro della questione è di nuovo Incirlik, la grande base Nato nell’Adana (sud della Turchia). Secondo le indiscrezioni che trapelano, la Turchia avrebbe autorizzato (sarà vero stavolta?) la partenza dei droni da ricognizione: confermando comunque il veto sui caccia armati.

Ieri i media turchi hanno diffuso alcune possibili mappe della buffer zone che il governo del presidente Erdogan vorrebbe come garanzia per entrare operativamente nel conflitto contro l’IS. Una delle mappe è allegata: difficile cercare dove finiranno i curdi. Facile, invece, capire quali siano le priorità di Anakara.

Ebola, keep calm and carry on

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(Uscito sul Giornale dell'Umbria del 17/10/2014)

L'ultima in ordine di tempo è l'ordinanza pensata dal sindaco di Padova Massimo Bitonci, ex senatore leghista: chiunque arrivi dall'Africa, dovrà essere in possesso di un certificato medico che attesti il proprio stato di salute.

Paranoia, panico, disinformazione, superficialità (pure un po' di mistero): Ebola ha tutti i presupposti per sfondare a livello mediatico – non a caso gli schiantati (molti su Internet) sono già tutto un fervore di complotti.
Bitonci, per esempio, gioca con l'effetto sull'opinione pubblica, fa propaganda politica e finge di ignorare che i vigenti protocolli sanitari hanno già attivato controlli “anti-ebola”: soprattutto verso i profughi – inutile nascondersi, vero obiettivo dell'ordinanza del primo cittadino di Padova e fissa partitica da molto prima di Ebola.
Come Bitonci, fa anche, un po, il presidente americano Barack Obama (perdonate il paragone. Ma com'è che si dice “from local to global”, no?). La Casa Bianca ha scelto mercoledì di annullare tutti i prossimi impegni di campagna elettorale (martedì 4 novembre sono scheduledle elezioni di mid term). Negli Stati Uniti ci sono stati, finora, soltanto due casi di contagio: e allora, possibile che il Prez salti svariati appuntamenti in vista delle elezioni di metà mandato, prova politica cruciale per l'Amministrazione, pur di stare a Washington “alla guida”? Sì, anzi, certo: Obama cerca di dare il segnale che è lui in persona a gestire l'emergenza – lo stesso è accaduto con il vertice di guerra alla base aerea di Andrews, dove aveva guidato personalmente i lavori dei 22 generali della Coalizione internazionale che sta lottando contro lo Stato Islamico.
Con un confine labile tra allarmismo da social network, preoccupazione sensata e corsa al consenso, in America il threat “Ebola” ha scalzato dal centro dell'analisi (pure mediatica), tutte le altre questioni. La CNN è in loop continuo: ora gli analisti militari che prima pianificavano dagli studi efficaci strategie contro il Califfo, spiegano quali sono i pericoli della possibile epidemia di Ebola; con loro i massimi esperti di ogni eventuale settore coinvolto.
Scriveva giorni fa Daniele Raineri sul Foglio: «Il pendolo del sentimento pubblico oscilla tra la psicosi di 
massa e la spavalderia noncurante». In mezzo, episodi di ogni genere.
L'infermiera spagnola contagiata – il “paziente Zero” europeo – è stata una delle poche persone in Europa ad entrare in contatto con un malato di Ebola. Non era distratta, non era “il pericolo spagnolo che preoccupa il Vecchio Continente”, era una professionista formata che è andata a fornire assistenza (professionale) a gente che stava morendo. Molto più simile ad un'eroina, che ad una “cretina” come in molti hanno provato a descriverla. Eppure, quando è andata in ospedale spiegando che aveva tutti i sintomi del caso (compresa la febbre), le hanno dato due aspirine. Era poi tornata più volte, continuava a chiedere ai medici di verificare se avesse contratto il virus, ha girato con la mascherina per precauzione (da professionista), è andata a sostenere un concorso pubblico, «penso di avere l'Ebola» diceva. Ma nessuno la prendeva sul serio: poi è arrivata la febbre sopra 38,6° (è considerata la soglia fatidica che annuncia il contagio) e finalmente si sono decisi a ricoverarla.
La seconda contagiata statunitense, ha una storia di negligenza, superficialità e impreparazione, analoga. L'infermiera di Dallas entrata in contatto con il primo paziente americano Thomas Duncan, aveva segnalato la situazione e la sua febbre sospetta al CDC (il centro americano per la prevenzione e il controllo delle malattia), ma nonostante questo non le è stato impedito di viaggiare. Ha preso un volo con altre 132 persone a bordo.
Non sono stati mai registrati, finora, casi di trasmissione del virus tra passeggeri dello stesso volo, anche se ci sono state situazioni in passato dove individui con conclamata infezione virale da Ebola, sia in Sud Africa (nel 1996) sia in New Jersey (nel 2004), hanno viaggiato insieme agli altri e senza protezioni. Ciò nonostante, non bastano i precedenti per giustificare le responsabilità di una gestione, da cui sono emersi diversi errori: Obama lo sa, e anche per questo vuole mandare il segnale della sua presenza annullando i “meno importanti” tour elettorali in Connecticut e New Jersey.
Allarmismo e anti-allarmismo. Stabilizzarsi. Ora, quello che serve secondo diversi esperti, è ripercorrere a ritroso tutte le fasi dei protocolli applicati e comprendere dove si trova quell'errore che ha permesso “i contagi occidentali”, per intervenire successivamente con massima precisione.
Ebola arriverà anche da noi: serve farsene una ragione. Il direttore per l’Europa dell’Organizzazione mondiale della sanità, Zszusanna Jakab (è sua la faccia dei nostri incubi), qualche giorno fa è stata intervistata daReuters e ha detto quello che tutti sapevamo (e che allo stesso tempo temevamo di sentir dire): «Lo sbarco di ebola in Europa è inevitabile».Ergo, anche in Italia.
Con buona pace dei Bitonci, il nostro paese è continuamente collegato con voli che arrivano dal nord Africa (che è collegato a suo volta con l'Africa centrale, focolaio della malattia), e allo stesso tempo riceve giornalmente decine di aerei che arrivano dagli Stati Uniti, o da Madrid, da Parigi, da Londra – centri di smistamento dei passeggeri globali. Isolarsi (detto per qui pazzi che lo sostengono), è follia.
La prevenzione e in controlli sono l'unica arma disponibile in questo momento: la psicosi spesso è peggiore della malattia (e cavalcarla per interesse è vile); ma anche l'anti-allarmismo superficiale e distratto è un'idiozia collettiva che davanti a certe situazioni è disastrosa. In Texas nei due giorni dopo la diffusione della notizia del primo contagiato, sono arrivate cinque mila segnalazioni di casi sospetti: tutte false e controllate. L'unica vera, con tutti i presupposti sulla credibilità, è stata inizialmente ignorata.


giovedì 16 ottobre 2014

Le armi chimiche, abbandonate, di Saddam

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Se ancora non l'avete fatto, il pezzo da leggere in questo momento è il fantastico reportage sulle armi chimiche di Saddam del New York Times. C.J. Chivers racconta di come i soldati americani e iracheni, tra il 2004 e il 2011, hanno più volte "incontrato" ordigni nascosti dal regime. E spesso sono rimasti feriti nelle detonazioni, anche se a noi non è stato detto niente.

The Secret Casualties of Iraq’s Abandoned Chemical Weapons

Spoiler: non dite a quelli che sono rimasti feriti, che le armi di distruzione di massa in Iraq non c'erano (anche se erano vecchie e non convenzionali).