giovedì 20 novembre 2014

Il piano del Pentagono per sviluppare l’economia in Afghanistan non funziona

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(Pubblicato su Formiche)

Lo US Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction (SIGAR), John Sopko, in un incontro con i giornalisti (avvenuto martedì), ha detto chiaramente che gli sforzi degli Stati Uniti per sviluppare l’economia afghana «accomplished nothing». Non funzionano.

Compito dell’agenzia speciale diretta da Sopko è, adesso, capire cos’è che non va nella Task Force for Business e Stability Operations (TFBSO), l’unità del Dipartimento della Difesa creata per favorire lo sviluppo della zona mineraria (territorio ancora controverso e pericoloso), lo sviluppo industriale e la promozione degli investimenti privati. In pratica, creare un’economia afghana indipendente; compito che il Pentagono si è dato parallelamente alla ricostruzione delle forze di sicurezza locali.

Secondo il capo del SIGAR, gli sforzi americani si starebbero rivelando un fallimento abissale, e i motivi principali stanno nella mancanza di un leader che possa coordinare le attività, di una strategia a lungo raggio, e di una riconducibile catena di responsabilità. Una macchina senza spina dorsale, insomma. Un caso emblematico è stato quello uscito da poco, dei 20 aerei da trasporto G222, acquistati dal Dep Def per la forza aerea afghana – prezzo 486 milioni di dollari – e poi venduti al costo del peso del rottame, perché lasciati fermi sulla pista di Kabul senza piani di volo, tra incuria e scarso utilizzo.

E pensare che le ricchezze minerarie dell’Afghanistan hanno un valore stimato intorno a 1000 miliardi di dollari, ma le leggi che il TFBSO ha permesso di approvare al governo di Kabul, mancano di trasparenza in materia di appalti e proprietà, e non ci sono regole di gara sufficientemente aperte per attrarre investimenti dall’estero.

Recentemente, il governo americano ha approvato in via straordinaria la richiesta avanzata da una società iraniana, che ha in progetto di sviluppare quattro miniere in Afghanistan. La deroga alle sanzioni internazionali imposte sull’Iran dagli Stati Uniti (e da vari altri Paesi), è stata concessa su raccomandazione proprio del settore economico del Pentagono, che ha visto nell’iniziativa da Teheran una delle poche tratte di finanziamenti stranieri verso Kabul. E il dipartimento della Difesa, sa, suo malgrado, quanto l’Iran possa rappresentare un partner fondamentale per lo sviluppo economico afghano.

Il rischio principale, per gli ingenti investimenti spostati sul paese dalle varie amministrazioni americane che si sono succedute dal 2001 (anno dell’inizio dell’invasione USA) ad oggi, è la corruzione endemica, che fa il paio con la mancanza di sicurezza. Accoppiata su cui dovrebbe aver lavorato il Pentagono, ma che in realtà, a quanto pare, presenta ancora molte falle.

I ricavi interni del Paese, non coprono la spesa pubblica afghana se non per una modesta aliquota: il resto si regge sui finanziamenti americani, e di alcuni alleati – secondo un rapporto del Government Accountability Office, gli aiuti corrisponderebbero al 90 per cento del totale necessario.

Così, mentre a Capitol Hill l’impegno in Afghanistan viene percepito come “finito”, e l’opinione pubblica è indignata per le operazioni decennali, in realtà Washington, con la firma dell’accordo di sicurezza bilaterale, ha promesso un altro decennio di aiuti economici.

Il nuovo presidente Ashraf Ghani, ha in programma di lavorare per combattere la corruzione, e su questo sta dando segnali positivi, tanto che lo stesso Sopko si è detto ottimista per il futuro del paese tra dieci anni, sottolineando comunque che l’investimento in Afghanistan, rappresenta la maggior cifra spesa per la ricostruzione di un solo paese, nella storia della repubblica americana: «Non dovrebbe andare meglio?», ha concluso.


mercoledì 19 novembre 2014

I foreign fighters ci sono pure tra le milizie sciite

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Racconta Fausto Biloslavo sul Giornale, che il suo reportage dal fronte con i volontari sciiti che combattono il Califfato, è stato guidato da un certo colonnello Abbas Al-Assady. Al-Assady è a capo di un nucleo di volontari combattenti che arrivano da Kerbala, la città santa per gli sciiti, villaggio sud mesopotamico, teatro della Battaglia di Kerbala del 680, riferimento simbolico della divisione nell’Islam.

Il colonnello è tornato a combattere nel suo paese di origine, rispondendo all’appello del Marja, il grande ayatollah al-Sistani, che in estate aveva invitato i fedeli sciiti a muoversi – armi in mano – per fermare il Califfo.

Il colonnello Al-Assady è a tutti gli effetti un foreign fighters: viveva infatti da 23 anni in Norvegia con la famiglia – ha pure il passaporto norvegese. Solo che, a differenza dei guerriglieri stranieri che hanno riempito le cronache dei giornali schierandosi tra le linee dello Stato Islamico, lui si trova sul fronte opposto.

Di quelli come lui se ne parla raramente.

Eppure la gran parte delle oltre 50 milizie sciite che si muovono nel Paese, sono composte da combattenti arrivati in Iraq da fuori. Si tratta di realtà che ormai si sono incorporate all’interno dei meccanismi di governo e di potere di Baghdad. Il governo iracheno, in teoria, dovrebbe averne il controllo, e vorrebbe utilizzarle per difendere i distretti a sud, quelli a maggioranza sciita. Ma tutti sanno che la libertà di cui godono, e che si sono conquistate con la forza, le rende praticamente indipendenti: anzi, in molti casi, queste entità settarie e rabbiose (e profondamente anti-americane), si stanno sostituendo all’esercito regolare – vedi il caso della liberazione della città turcomanna sciita di Amerli, in cui secondo quanto scritto da Foreign Policy, uomini della Kataib Hezbollah (gruppo inserito dagli Stati Uniti nelle liste delle organizzazioni terroristiche) hanno addirittura pilotato elicotteri governativi e mezzi blindati (M1 Abramas e Humvee) che gli USA avevano lasciato all’esercito di Baghdad.

Torna centrale il ruolo dei combattenti stranieri nel conflitto siro-iracheno.

La strada alla formazione di queste milizie in Iraq, l’ha aperta l’Iran, fornendo innanzitutto le basi ideologiche per favorire il reclutamento, e poi combattenti, coordinatori, e armamenti. Qualcuno li ha chiamati “gli uomini degli ayatollah”, non a caso. E non a caso, quando in aprile proprio Kataib Hezbollah, la storica Brigata Badr, e Asaib Ahl al-Haq (altra milizia molto potente, più nota come Lega dei Giusti), hanno fatto sapere di avere bisogno di forze nuove, l’Iran ha prontamente risposto.

Pure il Libano non si è mai tirato indietro: la Kaatib Hezbollah prende il nome dall’omonimo partito libanese – anch’esso filo iraniano. Più che il governo di Baghdad, è Beirut a gestirla, su stampo del partito-milizia di casa: dal nucleo centrale, proprio come in Libano, si stanno creando altre sotto-entità – questo è reso possibile dal nuovo afflusso di elementi. Una di queste si chiama Società di difesa popolare, e si sta diffondendo molto a sud Baghdad, Dyala e Amerli.

La narrazione creata dall’impollinazione iraniana, ha eroso i confini nazionali tra Siria e Iraq, esattamente come pianificato dal Califfo e reso al pubblico con la distruzione simbolica delle linee di Syke-Picot. Fin dall’inizio del loro coinvolgimento in entrambi i conflitti, hanno adottato come tema programmatico di fondo il difendere gli sciiti e i loro santuari, indipendentemente dalla posizione geografica.

Dunque la geografia torna in primo piano, anche da quest’altro lato della barricata, con una volontà che entrambe le parti voglio sottolineare: eliminare i confini, rendere il conflitto globale. Così come dimostrato nell’ultimo video diffuso dallo Stato Islamico, dove mujahiddin europei sono ripresi come protagonisti, per dimostrare l’internazionalità delle azioni del Califfo; così gli sciiti rispondono alla chiamata dei mullah da varie parti del mondo.

I combattenti sono arrivati dalle minoranze in Afghanistan e Pakistan, ma anche dallo Yemen (anche se gli sciiti Houthi sono impegnati in una ribellione interna e possono contribuire in modo relativo) e qualcuno dall’Africa occidentale. Poi c’è chi si è mosso personalmente, come racconta la storia di Assady.

Certo, il fenomeno è molto più ristretto: tra i miliziani sciiti non ci sono personaggi mediatici come il boia “Jihadi John”, e non ci sono le unità organizzate come quella esclusivamente cecena guidata dal potentissimo Omar al-Shishani (conseguenza, sia della minore diffusione dello sciismo nel mondo, e sia della minore propaganda rispetto a quella adottata dall’IS, vera forza del reclutamento del Califfo). Ma in questo conflitto che sta diventando sempre più settario, il ruolo dei combattenti stranieri sciiti è destinato a crescere: d’altronde, è nella volontà di Khalifa Ibrahim di arrivare a uno scontro finale, e globale: uno scontro per annientare l’altra interpretazione dell’Islam, quella degli “infedeli”. E gli “altri” non stanno certo fermi a guardare.

lunedì 17 novembre 2014

Il 24 novembre scadono i tempi per il nucleare iraniano

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L’ultima occasione rimasta in mano a Barack Obama per segnare il suo passaggio alla Casa Bianca con un marchio da statista internazionale, è trovare un accordo con l’Iran per lo stop del programma nucleare. L’ultima rimasta in piedi – visto i vari fallimenti, dal pivot asiatico alla perdita della centralità in Medio Oriente, per esempio – e che ha una data di scadenza piuttosto stretta: il 24 novembre 2014.

Ci sarà modo di fare proroghe, forse, ma la scadenza è importantissima anche perché tiene appesa la cooperazione militare sul fronte “anti-IS”: le forze aeree americane colpiscono dal cielo, mentre a terra i consulenti iraniani si sono diffusi tra le truppe dell’esercito iracheno – il capo delle forze speciali pasdaran, il generalissimo Qassem Suleimani, si fa scattare foto da una parte all’altra del”Iraq, come fosse in gita turistica, per ricordare quanto ampio è l’impegno di Teheran contro il Califfato e al fianco di Baghdad.

Per raggiungere lo scopo, Obama sta cercando ogni strada possibile, e ha iniziato ad accettare vari gradi di compressi. Uno di questi, per esempio, riguarda proprio la collaborazione, non ufficiale, con gli iraniani contro il Califfo.

Da domenica 9 novembre i negoziati sono entrati in una nuova importante fase – anche, e soprattutto, visto lo stringersi dei tempi. Il segretario di Stato John Kerry è stato con il suo omologo iraniano Javad Zarif in Oman – paese che ha già in passato, e con tempi peggiori, fatto da vettore per gli incontri . E il presidente Obama in persona ha firmato una lettera diretta a Khamenei – i rapporti tra i due Paesi sono migliorati dall’elezione di Rouhani al posto di Ahmadinejan, ma nella teocrazia islamica, il terminale ultimo delle decisioni rimane pur sempre la Guida Suprema.

Nella missiva, inviata una decina di giorni fa, secondo il Wall Street Journal, sarebbero contenuti anche dei passaggi riguardo la situazione in Siria (è la quarta lettera ufficiale, ma per gli aspetti seguenti sembra la più importante). In particolare, oltre alle esortazioni della Casa Bianca a raggiungere una soluzione condivisa, ci sarebbe anche un’assicurazione: qualcosa come, “non toccheremo Assad” se voi accettate un accordo sul nucleare.

Il regime alawita del presidente siriano, è da sempre amico di Teheran: gli iraniani hanno investito su Damasco – sbocco d’influenza in pieno Medio Oriente – e si sono dimostrati alleati fedeli nel conflitto civile che sta dilaniando la Siria da oltre tre anni (hanno inviato uomini e mezzi per aiutare i lealisti, hanno mosso le sfere di influenza tra le milizie sciite locali e gli Hezbollah libanesi). L’Iran vuole un futuro siriano con Assad al comando – tradotto, un futuro siriano “controllabile”. Per questo chiede garanzie alla Coalizione internazionale – tradotto assicurazioni agli americani – sull’evitare di modificare lo status quo.

Secondo il WSJ, Obama avrebbe assicurato nella lettera, che tra i bersagli delle operazioni militari americane non ci sono il governo di Damasco e le sue forze di sicurezza.

Sempre secondo il WSJ, Washington non avrebbe avvisato nessuno dei suoi alleati locali del contatto diretto con Khamenei, soprattutto non li ha avvisati del contenuto. Per capirci, i sauditi, nemici giurati dell’Iran, stanno combattendo al fianco degli americani, con un progetto “anti-IS” e con mire “anti-Assad”, ma non sanno che nell’idea di Obama c’è di “non toccare” il regime in Siria. E pure Israele, altro nemico giurato iraniano, non ne sa niente: i rapporti con Tel Aviv non sono in una fase ottimale da qualche tempo: c’entra proprio l’avvio dei negoziati con la Repubblica Islamica (che gli israeliani considerano una iattura); c’entrano le uscite di un funzionario dell’Amministrazione americana, riprese da Jeffrey Goldberg sull’Atlantic a inizio ottobre, che definivano il premier Benjamin Netanyahu un “cagasotto” (“chickenshit”, testualmente) – «il leader straniero che causa più frustrazione alla Casa Bianca e al dipartimento di stato» lo definiva Goldberg riprendendo le parole della sua referenziata fonte.

Così Obama trascura gli “amici”, per mettere a segno il colpo grosso col nemico. Dall’altra parte dell’accordo, però, il ricevente della missiva, non sarà certamente lì pronto ad ascoltare con timida fiducia: lo scorso mese, infatti, Khamenei ha messo in ridicolo le attività militari americane in Medio Oriente, e ha pure accusato gli USA di aver creato al-Qaeda e l’Isis. Uscite che non sono buone fondamenta per un dialogo.

Ma, si diceva, il presidente americano, ha ormai in mano solo questa ultima carta, per lasciare un segno nella sua politica internazionale – e portare a casa almeno uno dei grandi obiettivi fissati.

A inizio novembre, il Pentagono aveva richiesto concessioni straordinarie per far sì che alcune aziende iraniane potessero chiudere affari in Afghanistan. La missione della Difesa in suolo afghano, è incentrata sulla necessità di ricostruire il settore sicurezza, così come nello spingere la ripresa economica. Anche in questo caso, si accettano compromessi: l’Iran è sotto sanzioni, perciò alle sue ditte dovrebbero essere chiusi quegli affari, ma sulla riva destra del Potomac sanno che il Paese potrebbe diventare un partner economico importante per gli afghani. E così esenzioni dalle restrizioni, sono già state chieste per permettere agli iraniani di creare la prima compagnia farmaceutica dell’Afghanistan, e perché sviluppassero quattro miniere.

In mezzo a tutto, si inserisce la Russia – Putin fiuta la debolezza come uno squalo il sangue, e la necessità della Casa Bianca di chiudere l’accordo sul nuke tra vari compromessi, può essere un segno di debolezza, appunto. La scorsa settimana Mosca ha chiuso un contratto per la costruzione di otto reattori nucleari in Iran. I russi manterrebbero il controllo sul combustibile atomico, come garanzia. Sarebbe buono, per Obama e per i negoziati, se solo ci si potesse fidare sul serio di Putin. Uno che se deve scegliere una parte (e adesso ancora di più) sceglie quella dell’Iran, e pure di Damasco.


sabato 15 novembre 2014

Obama sta perdendo lo Yemen, che doveva essere un benchmark

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Aprendo un evento dell’Atlantic Council il 7 novembre, il generale Lloyd Austin (capo del Comando Centrale americano, quello che segue le operazioni nella zona di mondo tra Egitto e Afghanistan, compresi) ha detto: «Il governo yemenita è sotto una pressione enorme da più fronti; c’è il pericolo di perdere un partner chiave tra i nostri alleati contro il terrorismo».

Non che fosse una novità: la rivolta sciita degli Houthi si affianca a quella condotta dai sunniti qaedisti dell’Aqap, e il futuro del Paese sembra quanto mai più vicino a una guerra civile che alla stabilità. La novità, semmai, è che un alto comandante militare americano, in diretto e coordinato rapporto con la Casa Bianca, è uscito con un’ammissione pubblica del genere.

L’amministrazione Obama, ha infatti “venduto” più volte l’esperienza yemenita come una storia di successo nella lotta al terrorismo – in particolare ad al-Qaeda. L’ultima volta (cronologicamente, ma forse la più importante), è stato in occasione della presentazione della strategia da adottare,tout court, contro lo Stato Islamico: Obama aveva detto che il piano contro il Califfato sarebbe stato basato sul “modello-Yemen” – considerato, dal Prez, un modello di successo.

Ma lo Yemen – il vero Yemen, non quello immaginato da Obama – sta raccontando una storia tutta diversa. Le ricche, quanto complesse, fluttuazioni politiche locali, in grado di creare disequilibri regionali, vanno ben oltre il martellamento dei droni americani contro i capi qaedisti locali – dall’inizio dell’anno s’è perso il numero dei raid aerei, quattro già in novembre. con una ventina di vittime (e svariate polemiche).

Vero che il presidente yemenita Mansur Hadi, si è dimostrato un alleato malleabile per Washington, permettendo non solo agli UAV americani di sorvolare liberamente il proprio spazio aereo, ma difendendo i drone strike, nonostante le proteste della popolazione locale per l’ingente numero di vittime civile procurate dagli attacchi (anche per errori di targeting).

Ma mentre gli USA – e il governo locale – si concentravano alla lotta contro l’affiliazione regionale di al-Qaeda, l’Aqap (al-Qaeda nella Penisola Araba), una delle entità più attive e pericolose a livello globale, cresceva esponenzialmente la minaccia degli Houthi. Gli sciiti ribelli poche settimane fa sono arrivati fino alla capitale Sana’a (poi, il 21 settembre, c’è stato un flebile accordo di pace): sono spinti ideologicamente (e militarmente) dall’Iran e su i loro cartelli si legge spesso “Morte all’America”.

Gli Houthi, nei loro moti settembrini, sono riusciti a sgominare l’Aqap da alcune roccaforti, meglio di quanto l’esercito governativo fosse riuscito finora. Il problema è che il sentimento settario si è infiammato. Con i qaedisti che non hanno perso l’occasione per alimentare la propaganda con il sangue degli attacchi droni americani, in modo da infiammare i sunniti sulla lotta settaria contro la loro confessione: lotta che, visto gli attacchi diretti soltanto verso i membri di al-Qaeda, la narrazione sunnita racconta come fosse condotta fianco a fianco da USA e sciiti. In tutto, al sud una volta indipendente, si sta sviluppando il Southern Movement, un’entità secessionista che ha dato al governo l’ultimatum del 30 novembre, poi sarà lotta.

Tutto l’opposto, insomma, di una storia di successo: la sicurezza del Paese è vacillante, le tanto attese elezioni (spinte da Washington) saltano un appuntamento dopo l’altro, la stabilità stenta a fare ritorno.

Se questo è il modello da seguire, stiamo freschi.


I foreign fighters in Siria e Iraq

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È arcinota la storia che buona parte degli uomini che costituiscono l'esercito del Califfato, arrivano dall'estero. Vengono definiti muhajirin: il termine deriva dalla parola araba hijra, che indica una migrazione. In questo caso, una migrazione per andare a combattere jihad al fianco dei mujahiddin locali.

AFP ha fatto una bella infografica che aggiorna, con i dati disponibili, il numero di questi foreign fighters ─ termine, invece, occidentale, che indica i combattenti jihadisti "stranieri".

(Conte di questo genere sono state già pubblicate in passato ─ anche su questo spazio. Non c'è incoerenza di dati: è ovvio, vista la fluidità della situazione, che debbano essere aggiornati di tanto in tanto).



Attenzione: i dati disponibili riguardano soltanto i guerriglieri stranieri andati a combattere dalla parte del Califfo. In realtà, ma non è stata fornita nessuna stima, esistono anche enormi quantità di combattenti sciiti schierati sul fronte opposto. Le milizie sciite, sono infatti composto per una grande quantità da elementi che arrivano dall'Iran e dal Libano, ma anche da persone "insospettabili" che hanno preso la strada per l'Iraq da vari angoli del mondo. Se ne parla poco, ma esistono.