mercoledì 26 novembre 2014

Avanti un altro: chi ci sarà dopo Hagel?

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(Pubblicato su Formiche)

Lunedì il segretario alla Difesa americano Chuck Hagel, ha rassegnato le proprie dimissioni. Si dice che siano voltati stracci negli uffici dell’Amministrazione, con accuse reciproche e toni forti.Obama - che ha commentato la decisione, «è il momento giusto per lasciare» – cambia il suo quarto capo del Pentagono dal 2009 (primo mandato), e lo fa con la speranza di rimettere in piedi una strategia che sembra essere impigrita, lenta, vuota.

Hagel paga la guerra al Califfo – e la sua pianificazione. Lui, che aveva parlato per primo di «minaccia esistenziale», riferendosi al Califfato quest’estate, paga personalmente per colpe non sue – o almeno, non sue “esclusive”. Fu proprio dal suo dipartimento che partì l’idea, giusta, di attaccare lo Stato Islamico nell’ambito complessivo della sua estensione: cioè, anche in Siria e non solo in Iraq. Ma per Hagel, come per il Pentagono, non si poteva andare a Damasco senza prendere in mezzo anche Assad. Visione, probabilmente altrettanto giusta, ma non troppo gradita ai notabili dello Studio Ovale.

Obama, e i suoi strettissimi consiglieri, volevano prendere – e hanno preso – la via della cautela: “facciamo una guerra, ma soft”. Strategia, pure questa, legittima, o almeno comprensibile, visto la complessità della situazione. I fedelissimi di Obama cercavano allora una soluzione alternativa, fantasiosa, e alla fine se la sono presa con Hagel, diretto colpevole, secondo loro, della mancanza di strategie innovative dal punto di vista militare. Hagel, invece, ha sempre tenuto la posizione, ripetendo che non si può pensare di scacciare il Califfo senza uomini in Iraq, bombardando a singhiozzo, e senza rischiare sui ribelli addestrati. E poi, per chiudere il quadro, non si può eliminare la stato islamico sunnita, senza togliere pure il regime sciita siriano.

La fantasia nelle progettualità, è lo skill fondamentale da mettere in cima alla lista nel curriculum dei sostituti: e ne servirà di fantasia, per arrivare a una soluzione conclusiva, partendo da certi presupposti su cui il presidente – che da sempre si è tenuto il veto dell’ultima parola su tutto quello che riguarda la politica estera e militare – non vuole trattare. Resta che l’aumento del coinvolgimento e l’appoggio di partner locali dalle doppie agende, sembrano essere capisaldi duri, ma realistici, per il futuro delle operazioni.

Girano vari nomi.

Uno di questi è Ash Carter, di nuovo lui, dopo che nel 2013 – anno in cui si era concluso il suo mandato da vice-segretario alla Difesa – doveva essere nominato Segretario. Ai tempi Obama scelse Hagel, invitando Carter a restare dentro al Pentagono, per prestare la sua esperienza nel settore commerciale del dipartimento. Molti sostengono che a Hagel mancasse quella profondità amministrativa che invece Carter possiede.

Poi c’è Michéle Flournoy, fino a poche ore fa data per sicura sostituta. Poi si è tirata fuori dalla corsa con un’intervista a Politico: ex sottosegretario alla Difesa sotto Robert Gates e Leon Panetta dal 2009 al 2012, sarebbe stata la prima donna a occupare il ruolo nella storia americana. Non è detto che non ci ripensi, ma è difficile.

Altra donna in corsa – ma come molte meno chance di quelle che poteva avere Flournoy – è Deborah Lee James, attuale capo dell’Air Force. È molto amata tra i funzionari della Casa Bianca e a Capitol Hill. A febbraio il New York Times ne descrisse l’approccio, tosto, caparbio, aggressivo – «sledgehammer approach» – alle problematiche che il suo ruolo gli stava mettendo davanti. È considerata senza grossa esperienza all’interno del Pentagono, ma ha ricoperto incarichi nei settori legislativi sotto l’amministrazione Clinton (un punto in più, o in meno, dipende dal futuro del rapporto Hillary-Barack).

Altro candidato su cui si discute, è Jack Reed, senatore dem dal Rhode Island, veterano del Vietnam (come Hagel), laureato a West Point, ritirato dall’esercito nel ’91, dopo aver servito come un Ranger e come paracadutista nella 82a Airborne. Reed è stato un riferimento di Hagel per trattare la risposta militare su Ebola e pure sullo Stato Islamico. Ha appoggiato le preoccupazioni che Hagel aveva espresso nelle ultime settimane in merito alla mancanza di obiettivi chiari: questo non sono bonus, anzi, ma i suoi ottimi rapporti con il mondo economico “della Difesa” potrebbe invece essere una green card.

Dal Senato arriva anche il nome di Tim Kaine (democratico della Virginia). Kaine è membro del Senate Armed Services, Budget and Foreign Relations Committees e presidente del Senate Subcommittee on the Near East, South and Central Asian Affairs. Esperienza politica e conoscenza dei meccanismi congressuali, dalla sua. È stato uno dei sostenitori storici di Barack Obama, poi negli ultimi tempi le diverse visioni sul futuro della lotta all’IS hanno un po’ allontanato i due.

Un passaggio quasi scontato, sarebbe quello che vedrebbe Robert Work, vice segretario da maggio, passare sul sedia di segretario alla Difesa. Work è stato un Marines per quasi trent’anni, poi ha insegnato alla George Washington University. È un buon nome, anche perché dai circoli politici di Washington si alzano commenti sulla sua debole capacità di leadership: cioè, è uno in grado di mettersi da parte quando serve. Obama, in fondo, questo cerca (anche).

Ultimo, ma solo per età (ha 80 anni), dei chiacchierati il sentore democratico Carl Levin – membro del Congresso dal 1979, dal Michigan. Come Reed è considerato molto vicino a Hagel; è il presidente del Senate Armed Services Committee. Sostenne la guerra in Afghanistan, ma si oppose all’invasione in Iraq del 2003. Quando i giornalisti lo hanno incalzato sul futuro del gabinetto di Difesa, ha risposto: «Io vado a casa».


martedì 25 novembre 2014

Pentirsi del Califfato

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Tempo fa Guido Olimpio (inviato a Washington del CorSera), mi faceva notare su Twitter che anni addietro, quando ancora l’Afghanistan era il centro del mondo jihadista, alcuni “volontari” europei, che si erano mossi per combattere con i radicali islamici contro gli “invasori occidentali” (americani&Co.), fecero retrofront. Il problema, a detta di alcune di queste persone rientrate in Europa, non era la paura di morire uccise dalle truppe statunitensi: no quello è il sogno di ogni jihadista, il martirio. Il problema erano le condizioni di vita a cui erano sottoposti. Alcuni di loro, raccontarono di essere stati costretti a pagare pure le munizioni: e allora, meglio il pentimento, e il caldo “quasi ovattato” di un carcere occidentale, che quel pezzo di libertà mascherate che la guerra prometteva.

Jihad in arabo significa “esercitare il massimo sforzo”, è vero. Ma dall’Europa, e dalle sue nazioni civilizzate, tutto sembra facile: si va là, si combatte, si spara, si lotta per una causa ritenuta (indubbiamente) giusta. Così si pensa. Una sorta di sfogo, per qualcuno: una svolta nella vita per altri. Ma la vita, quella quotidiana, quella vera, laggiù, è un incubo: e non si tratta solamente del contesto – certo, c’è la guerra e non è il Club Med – ma di tutta una serie di situazioni, come quelle che Daniele Raineri ha raccontato sul Foglio, grazie a documenti passati da fonti belghe. Il Belgio è uno dei paesi europei, che alle cause jihadiste, anche in passato, ha fornito piùmuhajirin – termine che indica quelli che fanno la hijra, la migrazione, in questo caso per andare a combattere. Ora combattono tra Siria e Iraq, prima tra Afghanistan e Pakistan.

Un passaggio del pezzo di Raineri è molto emblematico: «C’è un’immagine stereotipata dei muhajirin di ritorno dalla Siria come di fanatici programmati invariabilmente per uccidere. Ci sono infinite e penose gradazioni minori che arrivano fino al pentimento reale. In mezzo c’è chi rimane incastrato in un limbo indefinito: con gli amici vuole ancora apparire un veterano della guerra santa, davanti alla polizia, come Hakim, cerca di mettere distanza tra sé e quello che ha visto e fatto».

“Quell’Hakim” è Hakim Eloussaki, fratello di Houssein, il fondatore (morto) di un gruppo jihadista che si chiamava “Sharia4Belgium” (si è sciolto nel 2012), andato a combattere in Siria: ora molti dei componenti sono a processo ad Anversa. Le testimonianze dibattimentali, sono quei documenti da cui è uscito l’articolo del Foglio – che resterà, a mio avviso, un pezzo di antologia sui racconti di questa guerra al Califfato.
Hakim, sotto la pressione degli interrogatori, ha prima negato di aver ucciso persone, poi ha ammesso – alla luce di intercettazioni – che aveva “finito” un prigioniero. L’intercettazione arrivava da una telefonata avuta con la fidanzata, in cui si vantava del gesto. Alla polizia ha invece confessato di essere stato costretto: se non l’avesse fatto,i suoi compagni siriani avrebbero ucciso lui.

Hakim e i suoi erano con l’Isis nel 2012 – quello che adesso è diventato lo Stato Islamico. Hanno vissuto, abbastanza inconsapevolmente, un pezzo di storia del jihad globale: il gruppo all’interno del quale erano inglobati, “Majlis Shura Mujaheddin”, era guidato dal siriano Abu Athir al-Halabi. Majlis confluì dentro l’Isis, e fu proprio al-Halabi a fluidificare la fusione, convincendo l’attuale califfo Baghdadi ad espandere la propria attività dall’Iraq alla Siria – scelta che, come noto, provocò la rottura con al-Qaeda.

Storie di pentimento e di collaborazione come quella di Hakim – che sta confessando, pian piano – sono rare: soprattutto in questo momento, in cui l’IS ha rafforzato i controlli. I traditori vengono uccisi, chi torna e si pente, viene smascherato da video in cui si prova la sua attività in guerra: di solito, infatti, le confessioni alle autorità, si fermano al “io c’ero ma non sparavo”, cosa che comporterebbe pene molto meno severe in Europa.

Il testimone centrale del processo di Anversa, per esempio, si chiama Jejoen Bontinck: aveva vent’anni quando andò a combattere in Siria (anche lui di Sharia4Belgium): Bontinck confidò ai compagni che voleva tornare, e per questo fu imprigionato – e torturato – ad Aleppo. Nel periodo in cui fu rinchiuso, conobbe James Foley (l’americano fu il primo occidentale ad essere decapitato e filmato dall’IS) e John Cantlie (il reporter inglese rapito protagonista dei video tutorial sul “com’è fatto il Califfato”). Ebbe pure contatti con al-Maghribi, un marocchino di passaporto olandese, che è tra i massimi leader dell’IS e che ha accesso diretto al Califfo.

Jejoen Bontinck, liberato sulla promessa di contattare (per ricattare) le famiglie dei due ostaggi occidentali che erano con lui in cella, sta raccontando tutto ai magistrati di Anversa: se fosse successa adesso, la storia sarebbe finita con la sua morte prima del rientro in Belgio.

Dietro alle persone che viaggiano per andare in Iraq e Siria a combattere jihad, ci sono spesso profili molto particolari. Si pensa a storie da film, a personaggi come Osama Bin Laden, si scopre, invece, che molti mujaheddin nascondono racconti di raccapricciante miseria umana. Il terrorista che ha attaccato il parlamento di Ottawa, per esempio, era una persona instabile e isolata, entrato in contrasto anche con gli anziani della moschea che frequentava dopo la conversione (o il “ritorno”, come dice la dottrina) all’Islam, aveva pure precedenti per reati di criminalità comune. Poi il gesto estremo: un’azione da lupo solitario.
Personalità malate, vittime di auto-fascinazione, fanatici, schiantati (per rubare una definizione al direttore di IL Christian Rocca): anche chi non parte e non porta i segni della guerra. Leva del Califfo, che li manipola con un telecomando a distanza.

Chi affronta la hijra spesso resta deluso, molti sono carne da cannone, soprattutto i forestieri: pochi fanno “la carriera” di Omar al Shishani, il “ceceno” diventato uno dei massimi comandati militari del Califfo. Alcuni si adattano a quel mondo di teste tagliate, di missioni kamikaze, di ordini da eseguire in silenzio, e si integrano con lo scenario – è il caso del boia “John”, il terrorista dall’accento inglese protagonista delle decapitazioni degli occidentali, o dei discussi europei ripresi nelle esecuzioni di massa dei 18 ufficiali siriani nell’ultimo video diffuso da al-Furqan (il dipartimento media del Califfato).

Altri, invece, capiscono che la guerra non fa per loro, e la svolta di vita presa ai tempi della partenza, era nella direzione sbagliata: molti vorrebbero tornare, ma ormai non possono. Il Califfo ha stretto la cinghia: la hijra per il jihad è un disumano viaggio senza ritorno.


giovedì 20 novembre 2014

Il piano del Pentagono per sviluppare l’economia in Afghanistan non funziona

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(Pubblicato su Formiche)

Lo US Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction (SIGAR), John Sopko, in un incontro con i giornalisti (avvenuto martedì), ha detto chiaramente che gli sforzi degli Stati Uniti per sviluppare l’economia afghana «accomplished nothing». Non funzionano.

Compito dell’agenzia speciale diretta da Sopko è, adesso, capire cos’è che non va nella Task Force for Business e Stability Operations (TFBSO), l’unità del Dipartimento della Difesa creata per favorire lo sviluppo della zona mineraria (territorio ancora controverso e pericoloso), lo sviluppo industriale e la promozione degli investimenti privati. In pratica, creare un’economia afghana indipendente; compito che il Pentagono si è dato parallelamente alla ricostruzione delle forze di sicurezza locali.

Secondo il capo del SIGAR, gli sforzi americani si starebbero rivelando un fallimento abissale, e i motivi principali stanno nella mancanza di un leader che possa coordinare le attività, di una strategia a lungo raggio, e di una riconducibile catena di responsabilità. Una macchina senza spina dorsale, insomma. Un caso emblematico è stato quello uscito da poco, dei 20 aerei da trasporto G222, acquistati dal Dep Def per la forza aerea afghana – prezzo 486 milioni di dollari – e poi venduti al costo del peso del rottame, perché lasciati fermi sulla pista di Kabul senza piani di volo, tra incuria e scarso utilizzo.

E pensare che le ricchezze minerarie dell’Afghanistan hanno un valore stimato intorno a 1000 miliardi di dollari, ma le leggi che il TFBSO ha permesso di approvare al governo di Kabul, mancano di trasparenza in materia di appalti e proprietà, e non ci sono regole di gara sufficientemente aperte per attrarre investimenti dall’estero.

Recentemente, il governo americano ha approvato in via straordinaria la richiesta avanzata da una società iraniana, che ha in progetto di sviluppare quattro miniere in Afghanistan. La deroga alle sanzioni internazionali imposte sull’Iran dagli Stati Uniti (e da vari altri Paesi), è stata concessa su raccomandazione proprio del settore economico del Pentagono, che ha visto nell’iniziativa da Teheran una delle poche tratte di finanziamenti stranieri verso Kabul. E il dipartimento della Difesa, sa, suo malgrado, quanto l’Iran possa rappresentare un partner fondamentale per lo sviluppo economico afghano.

Il rischio principale, per gli ingenti investimenti spostati sul paese dalle varie amministrazioni americane che si sono succedute dal 2001 (anno dell’inizio dell’invasione USA) ad oggi, è la corruzione endemica, che fa il paio con la mancanza di sicurezza. Accoppiata su cui dovrebbe aver lavorato il Pentagono, ma che in realtà, a quanto pare, presenta ancora molte falle.

I ricavi interni del Paese, non coprono la spesa pubblica afghana se non per una modesta aliquota: il resto si regge sui finanziamenti americani, e di alcuni alleati – secondo un rapporto del Government Accountability Office, gli aiuti corrisponderebbero al 90 per cento del totale necessario.

Così, mentre a Capitol Hill l’impegno in Afghanistan viene percepito come “finito”, e l’opinione pubblica è indignata per le operazioni decennali, in realtà Washington, con la firma dell’accordo di sicurezza bilaterale, ha promesso un altro decennio di aiuti economici.

Il nuovo presidente Ashraf Ghani, ha in programma di lavorare per combattere la corruzione, e su questo sta dando segnali positivi, tanto che lo stesso Sopko si è detto ottimista per il futuro del paese tra dieci anni, sottolineando comunque che l’investimento in Afghanistan, rappresenta la maggior cifra spesa per la ricostruzione di un solo paese, nella storia della repubblica americana: «Non dovrebbe andare meglio?», ha concluso.


mercoledì 19 novembre 2014

I foreign fighters ci sono pure tra le milizie sciite

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(Pubblicato su Formiche)

Racconta Fausto Biloslavo sul Giornale, che il suo reportage dal fronte con i volontari sciiti che combattono il Califfato, è stato guidato da un certo colonnello Abbas Al-Assady. Al-Assady è a capo di un nucleo di volontari combattenti che arrivano da Kerbala, la città santa per gli sciiti, villaggio sud mesopotamico, teatro della Battaglia di Kerbala del 680, riferimento simbolico della divisione nell’Islam.

Il colonnello è tornato a combattere nel suo paese di origine, rispondendo all’appello del Marja, il grande ayatollah al-Sistani, che in estate aveva invitato i fedeli sciiti a muoversi – armi in mano – per fermare il Califfo.

Il colonnello Al-Assady è a tutti gli effetti un foreign fighters: viveva infatti da 23 anni in Norvegia con la famiglia – ha pure il passaporto norvegese. Solo che, a differenza dei guerriglieri stranieri che hanno riempito le cronache dei giornali schierandosi tra le linee dello Stato Islamico, lui si trova sul fronte opposto.

Di quelli come lui se ne parla raramente.

Eppure la gran parte delle oltre 50 milizie sciite che si muovono nel Paese, sono composte da combattenti arrivati in Iraq da fuori. Si tratta di realtà che ormai si sono incorporate all’interno dei meccanismi di governo e di potere di Baghdad. Il governo iracheno, in teoria, dovrebbe averne il controllo, e vorrebbe utilizzarle per difendere i distretti a sud, quelli a maggioranza sciita. Ma tutti sanno che la libertà di cui godono, e che si sono conquistate con la forza, le rende praticamente indipendenti: anzi, in molti casi, queste entità settarie e rabbiose (e profondamente anti-americane), si stanno sostituendo all’esercito regolare – vedi il caso della liberazione della città turcomanna sciita di Amerli, in cui secondo quanto scritto da Foreign Policy, uomini della Kataib Hezbollah (gruppo inserito dagli Stati Uniti nelle liste delle organizzazioni terroristiche) hanno addirittura pilotato elicotteri governativi e mezzi blindati (M1 Abramas e Humvee) che gli USA avevano lasciato all’esercito di Baghdad.

Torna centrale il ruolo dei combattenti stranieri nel conflitto siro-iracheno.

La strada alla formazione di queste milizie in Iraq, l’ha aperta l’Iran, fornendo innanzitutto le basi ideologiche per favorire il reclutamento, e poi combattenti, coordinatori, e armamenti. Qualcuno li ha chiamati “gli uomini degli ayatollah”, non a caso. E non a caso, quando in aprile proprio Kataib Hezbollah, la storica Brigata Badr, e Asaib Ahl al-Haq (altra milizia molto potente, più nota come Lega dei Giusti), hanno fatto sapere di avere bisogno di forze nuove, l’Iran ha prontamente risposto.

Pure il Libano non si è mai tirato indietro: la Kaatib Hezbollah prende il nome dall’omonimo partito libanese – anch’esso filo iraniano. Più che il governo di Baghdad, è Beirut a gestirla, su stampo del partito-milizia di casa: dal nucleo centrale, proprio come in Libano, si stanno creando altre sotto-entità – questo è reso possibile dal nuovo afflusso di elementi. Una di queste si chiama Società di difesa popolare, e si sta diffondendo molto a sud Baghdad, Dyala e Amerli.

La narrazione creata dall’impollinazione iraniana, ha eroso i confini nazionali tra Siria e Iraq, esattamente come pianificato dal Califfo e reso al pubblico con la distruzione simbolica delle linee di Syke-Picot. Fin dall’inizio del loro coinvolgimento in entrambi i conflitti, hanno adottato come tema programmatico di fondo il difendere gli sciiti e i loro santuari, indipendentemente dalla posizione geografica.

Dunque la geografia torna in primo piano, anche da quest’altro lato della barricata, con una volontà che entrambe le parti voglio sottolineare: eliminare i confini, rendere il conflitto globale. Così come dimostrato nell’ultimo video diffuso dallo Stato Islamico, dove mujahiddin europei sono ripresi come protagonisti, per dimostrare l’internazionalità delle azioni del Califfo; così gli sciiti rispondono alla chiamata dei mullah da varie parti del mondo.

I combattenti sono arrivati dalle minoranze in Afghanistan e Pakistan, ma anche dallo Yemen (anche se gli sciiti Houthi sono impegnati in una ribellione interna e possono contribuire in modo relativo) e qualcuno dall’Africa occidentale. Poi c’è chi si è mosso personalmente, come racconta la storia di Assady.

Certo, il fenomeno è molto più ristretto: tra i miliziani sciiti non ci sono personaggi mediatici come il boia “Jihadi John”, e non ci sono le unità organizzate come quella esclusivamente cecena guidata dal potentissimo Omar al-Shishani (conseguenza, sia della minore diffusione dello sciismo nel mondo, e sia della minore propaganda rispetto a quella adottata dall’IS, vera forza del reclutamento del Califfo). Ma in questo conflitto che sta diventando sempre più settario, il ruolo dei combattenti stranieri sciiti è destinato a crescere: d’altronde, è nella volontà di Khalifa Ibrahim di arrivare a uno scontro finale, e globale: uno scontro per annientare l’altra interpretazione dell’Islam, quella degli “infedeli”. E gli “altri” non stanno certo fermi a guardare.

lunedì 17 novembre 2014

Il 24 novembre scadono i tempi per il nucleare iraniano

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(Pubblicato su Formiche)

L’ultima occasione rimasta in mano a Barack Obama per segnare il suo passaggio alla Casa Bianca con un marchio da statista internazionale, è trovare un accordo con l’Iran per lo stop del programma nucleare. L’ultima rimasta in piedi – visto i vari fallimenti, dal pivot asiatico alla perdita della centralità in Medio Oriente, per esempio – e che ha una data di scadenza piuttosto stretta: il 24 novembre 2014.

Ci sarà modo di fare proroghe, forse, ma la scadenza è importantissima anche perché tiene appesa la cooperazione militare sul fronte “anti-IS”: le forze aeree americane colpiscono dal cielo, mentre a terra i consulenti iraniani si sono diffusi tra le truppe dell’esercito iracheno – il capo delle forze speciali pasdaran, il generalissimo Qassem Suleimani, si fa scattare foto da una parte all’altra del”Iraq, come fosse in gita turistica, per ricordare quanto ampio è l’impegno di Teheran contro il Califfato e al fianco di Baghdad.

Per raggiungere lo scopo, Obama sta cercando ogni strada possibile, e ha iniziato ad accettare vari gradi di compressi. Uno di questi, per esempio, riguarda proprio la collaborazione, non ufficiale, con gli iraniani contro il Califfo.

Da domenica 9 novembre i negoziati sono entrati in una nuova importante fase – anche, e soprattutto, visto lo stringersi dei tempi. Il segretario di Stato John Kerry è stato con il suo omologo iraniano Javad Zarif in Oman – paese che ha già in passato, e con tempi peggiori, fatto da vettore per gli incontri . E il presidente Obama in persona ha firmato una lettera diretta a Khamenei – i rapporti tra i due Paesi sono migliorati dall’elezione di Rouhani al posto di Ahmadinejan, ma nella teocrazia islamica, il terminale ultimo delle decisioni rimane pur sempre la Guida Suprema.

Nella missiva, inviata una decina di giorni fa, secondo il Wall Street Journal, sarebbero contenuti anche dei passaggi riguardo la situazione in Siria (è la quarta lettera ufficiale, ma per gli aspetti seguenti sembra la più importante). In particolare, oltre alle esortazioni della Casa Bianca a raggiungere una soluzione condivisa, ci sarebbe anche un’assicurazione: qualcosa come, “non toccheremo Assad” se voi accettate un accordo sul nucleare.

Il regime alawita del presidente siriano, è da sempre amico di Teheran: gli iraniani hanno investito su Damasco – sbocco d’influenza in pieno Medio Oriente – e si sono dimostrati alleati fedeli nel conflitto civile che sta dilaniando la Siria da oltre tre anni (hanno inviato uomini e mezzi per aiutare i lealisti, hanno mosso le sfere di influenza tra le milizie sciite locali e gli Hezbollah libanesi). L’Iran vuole un futuro siriano con Assad al comando – tradotto, un futuro siriano “controllabile”. Per questo chiede garanzie alla Coalizione internazionale – tradotto assicurazioni agli americani – sull’evitare di modificare lo status quo.

Secondo il WSJ, Obama avrebbe assicurato nella lettera, che tra i bersagli delle operazioni militari americane non ci sono il governo di Damasco e le sue forze di sicurezza.

Sempre secondo il WSJ, Washington non avrebbe avvisato nessuno dei suoi alleati locali del contatto diretto con Khamenei, soprattutto non li ha avvisati del contenuto. Per capirci, i sauditi, nemici giurati dell’Iran, stanno combattendo al fianco degli americani, con un progetto “anti-IS” e con mire “anti-Assad”, ma non sanno che nell’idea di Obama c’è di “non toccare” il regime in Siria. E pure Israele, altro nemico giurato iraniano, non ne sa niente: i rapporti con Tel Aviv non sono in una fase ottimale da qualche tempo: c’entra proprio l’avvio dei negoziati con la Repubblica Islamica (che gli israeliani considerano una iattura); c’entrano le uscite di un funzionario dell’Amministrazione americana, riprese da Jeffrey Goldberg sull’Atlantic a inizio ottobre, che definivano il premier Benjamin Netanyahu un “cagasotto” (“chickenshit”, testualmente) – «il leader straniero che causa più frustrazione alla Casa Bianca e al dipartimento di stato» lo definiva Goldberg riprendendo le parole della sua referenziata fonte.

Così Obama trascura gli “amici”, per mettere a segno il colpo grosso col nemico. Dall’altra parte dell’accordo, però, il ricevente della missiva, non sarà certamente lì pronto ad ascoltare con timida fiducia: lo scorso mese, infatti, Khamenei ha messo in ridicolo le attività militari americane in Medio Oriente, e ha pure accusato gli USA di aver creato al-Qaeda e l’Isis. Uscite che non sono buone fondamenta per un dialogo.

Ma, si diceva, il presidente americano, ha ormai in mano solo questa ultima carta, per lasciare un segno nella sua politica internazionale – e portare a casa almeno uno dei grandi obiettivi fissati.

A inizio novembre, il Pentagono aveva richiesto concessioni straordinarie per far sì che alcune aziende iraniane potessero chiudere affari in Afghanistan. La missione della Difesa in suolo afghano, è incentrata sulla necessità di ricostruire il settore sicurezza, così come nello spingere la ripresa economica. Anche in questo caso, si accettano compromessi: l’Iran è sotto sanzioni, perciò alle sue ditte dovrebbero essere chiusi quegli affari, ma sulla riva destra del Potomac sanno che il Paese potrebbe diventare un partner economico importante per gli afghani. E così esenzioni dalle restrizioni, sono già state chieste per permettere agli iraniani di creare la prima compagnia farmaceutica dell’Afghanistan, e perché sviluppassero quattro miniere.

In mezzo a tutto, si inserisce la Russia – Putin fiuta la debolezza come uno squalo il sangue, e la necessità della Casa Bianca di chiudere l’accordo sul nuke tra vari compromessi, può essere un segno di debolezza, appunto. La scorsa settimana Mosca ha chiuso un contratto per la costruzione di otto reattori nucleari in Iran. I russi manterrebbero il controllo sul combustibile atomico, come garanzia. Sarebbe buono, per Obama e per i negoziati, se solo ci si potesse fidare sul serio di Putin. Uno che se deve scegliere una parte (e adesso ancora di più) sceglie quella dell’Iran, e pure di Damasco.