venerdì 31 luglio 2015

Ormai seguire le vicende dei “ribelli siriani addestrati dagli USA” è questione di dedizione

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(Pubblicato su Formiche)

Cinquantaquattro. Sarebbero 54 in tutto, i ribelli siriani addestrati in Turchia dagli advisor militari americani, almeno secondo quanto scritto dal New York Times. Un numero che rappresenta il valore quantitativo della macchietta della storia “ribelli-moderati-addestrati”. Cinquantaquattro non è un esercito, non è una brigata, non è niente ─ a meno che non siano elementi di un’unità speciale, ma è inutile dire che così non è, quelle richiedono anni e anni di training, investimenti, armi, logistica, preparazione, che i ribelli nemmeno si sognano. Questi sono una sorta di armata Brancaleone, reflui di selezioni rigidissime (quanto giuste), licenziamenti di elementi poco chiari (altrettanto giusti, per carità), e poi scarso appeal del progetto ─ la poca convinzione dei promotori di Washington è passata e ha scoraggiato i possibili avventori, è ovvio ─ e qualche diserzione.

Giovedì l’episodio finora più imbarazzante, che rende il tutto quasi comico ─ se non fosse triste e senza uscita la via. Il leader del gruppo di ribelli, Nadeem Hassan, sarebbe stato rapito insieme al suo vice vicino e altri compagni al confine turco: non dallo Stato islamico, il nemico contro cui si dovrebbero scagliare, ma dalla Jabhat al Nusra, filiale qaedista siriana, che spesso ha appoggiato sul campo le formazioni ribelli sia contro l’IS (da cui è divisa da una diaspora ideologica) sia contro il governo siriano. Ai tempi in cui il Pentagono annunciò ufficialmente il programma di addestramento per alcuni ribelli (molti mesi fa), Hassan contribuì a trovare circa 1200 aderenti: di questi soltanto 125 superarono lo screening per accedere al primo corso, e oltre la metà furono poi buttati fuori o uscirono volontariamente. Quando i funzionari di Washington (e quelli giordani e turchi che compongono i referenti locali del programma di addestramento) parlano di “ribelli addestrati”, si riferiscono al gruppo di Hassan, noto sotto il nome di “Divisione 30″.

La Divisione 30 si affianca a un altro programma ─ questo ufficialmente coperto da segreto ma in realtà sono anni che se ne parla ─ con cui la Cia ha addestrato alcune fazioni ribelli per combattere le forze di Bashar al Assad. Nota importante: “i ribelli del Pentagono” non hanno l’esercito governativo siriano tra gli obiettivi, ma devono combattere soltanto contro l’IS. Questa circostanza è alla base di diversi malumori tra le formazioni insorte, che avevano iniziato la loro lotta come una rivoluzione ─ che ormai s’è persa nel caos ─ per rovesciare il regime di Damasco, ed è alla base anche delle scarse adesioni al programma. Notare pure che la gran parte di questi ribelli, appartengono ai primi gruppi messi in armi contro il regime, dunque la loro lotta ha assunto i contorno della storicità; e pur non condividendo l’IS, non sono disposti a rinunciare alla loro causa iniziale battendosi esclusivamente contro il Califfo: il loro obiettivo, che ormai pare utopico, è una Siria libera (da tutti). Mettersi a combattere sul suolo siriano come “ribelli moderati US-backed”, invece in questo momento significa scontrarsi contro gli uomini del Califfato, contro i lealisti (che inquadrano in questi gruppi gli obiettivi preferiti) e pure contro formazioni islamiste jihadiste come al Nusra. I primi di marzo JN ha imposto la dissoluzione al gruppo Harakat Hazm, la realtà formata dal programma della Cia: alcuni leader sono stati sequestrati e le armi ─ compresi missili anticarro Tow ─ trafugate. Fu un’altra dura batosta per Washington.

Scrive il NyTimes, che il problema comune di entrambi i programmi è piuttosto chiaro: lavorare con gli americani ti rende un bersaglio facile.

Gli uomini di Hassan provengono per gran parte dalla striscia di 68 miglia del territorio siriano al confine con la Turchia che Ankara vorrebbe costituita in una buffer-zone “IS-Free”. Sembra che a questa sia vincolato l’impegno turco contro l’IS scattato in questi giorni, ma gli americani continuano ad essere vaghi, anche perché temono che questo possa portarli a dover reagire a possibili attacchi nell’area, non solo da parte di Baghdadi ma anche di Assad. (A proposito di questo, Hassan, intervistato dal NyTimes prima del rapimento, aveva detto che col suo gruppo, altro che 68 miglia, sarebbe riuscito a difendere si e no 200 metri. In quell’occasione si era anche lamentato del ricevere poca assistenza effettiva sul campo da parte della logistica americana).

In questo momento pare ci sono più di mille uomini che sono pronti a sottoporsi alle procedure di selezione americane: vengono da Deir el Zor, città petrolifera dell’est siriano, dove il governo non è quasi più presente e il Califfo ha preso il controllo dei territorio con violenza, massacrando i locali. È chiaro perché questi vogliano sposare il progetto americano. Il segretario alla Difesa statunitense Ashton Carter, ammettendo implicitamente la lentezza del programma (che negli atti significa anche inconsistenza), parla di un arretrato totale di oltre 7000 elementi da valutare. Ora la notizia del rapimento di Hassan è un ulteriore freno: al NyTimes il leader ribelle aveva detto di aver chiesto ai funzionari americani se avevano intenzione di proteggerli completamente. Il suo rapimento, se vero, è una risposta.


mercoledì 29 luglio 2015

L’Iran molla Hamas (altro che “scontri a al Aqsa”)

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(Pubblicato su Formiche)

I media italiani hanno ripreso con vigore la notizia dei nuovi scontri nella Spianata delle moschee a Gerusalemme, avvenuti domenica all’ingresso della moschea di al Aqsa (luogo sacro dell’Islam secondo soltanto a La Mecca e Medina) tra reparti della polizia israeliana e alcuni attivisti palestinesi ─ che si trovavano lì con lo scopo di sabotare la festività ebraica del “Tisha´ be-Av”, il nono giorno del mese ebraico di Av in cui, con un digiuno, gli ebrei ricordano la prima distruzione del Tempio (per mano dei babilonesi) e anche la seconda del 70 d.C. compiuta dalle legioni romane. Diciamo che la notizia potrebbe avere un interessante seguito, visto che Hamas ha dichiarato per venerdì la “Giornata della collera” in reazione agli incidenti, e si rischia una nuova ondata di scontri ─ una specie di mini-Intifada (si spera senza seguito).

La notizia “scontri alla Spianata delle moschee” tra israeliani e palestinesi, con tanto di annuncio di ritorsione di Hamas, è facile (ed è piena dei classici stereotipi sul conflitto israelo-palestinese che servono a “creare discussione”), ma mette in secondo piano un’altra notizia su cui i media italiani si sono mossi con più disattenzione. Secondo quanto pubblicato dal Times of Israel, l’Iran avrebbe completamente tagliato il sostegno al gruppo palestinesi guidato da Khaled Meshaal: si parla della chisura del supporto economico e militare da parte del più grosso sostenitore della causa di Hamas, in quanto nemico israeliano. (Nota: Hamas è un gruppo sunnita, mentre l’Iran è una Repubblica islamica sciita, ma tuttavia Teheran nell’ottica di un pragmatismo geopolitico ispirato all’adagio “il nemico del mio nemico è mio amico”, ne sostiene finanziariamente le attività).

Non è la prima volta che succede: Hamas tre anni fa si era rifiutato di sostenere la linea chiesta dall’Iran sull’appoggio al regime siriano di Bashar al Assad ─ quella storia dei sunniti e degli sciiti ha avuto in questo caso un forte peso ─ e così Teheran aveva anche in quell’occasione tagliato i finaziamenti. Poi ripristinati soltanto lo scorso anno. (Il sostegno economico ad Hamas è una rete geopolitica piuttosto intricata, di cui si era già parlato su Formiche).

Il capo del politburo di Hamas Moussa Abu Marzouk, che si pensa risieda attualmente in esilio in Egitto, citato da al Jazeera (che con il gruppo ha un certo feeling) ha dichiarato: «Tutta l’assistenza [iraniana] si è fermata, sia gli aiuti civili nella Striscia di Gaza che l’assistenza militare ad Hamas». Una bella botta, se si pensa alle ingenti difficoltà economiche in cui versa la Striscia, amministrata unilateralmente in una sorta di regime imposto da Hamas dal 2006 ─ con le elezioni vinte anche grazie al supporto iraniano.

Se si pensa di inquadrare la notizia all’interno di una sorta di good practices seguite dalla Repubblica Islamica dopo l’accordo raggiunto con l’Occidente sul programma nucleare, però (per quel che si sa finora), si va fuori bersaglio. D’altra parte il viceministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, appena dopo aver messo la sigla iraniana sul deal, aveva chiarito che il suo paese avrebbe comunque continuato a sostenere la causa di gruppi come Hamas o Hezbollah ─ che ufficialmente sono considerati organizzazioni terroristiche da molti Paesi occidentali. E allora, perché l’Iran ha tagliato i fondi ad Hamas, contraddicendo anche la linea dichiarata qualche settimana fa?

Il motivo probabilmente è da ricercare in un summit avvenuto in Arabia Saudita. Senza alcun preavviso la sera del 15 luglio Khaled Meshaal è arrivato a Riad, accompagnato da alti membri dell’ufficio politico di Hamas (tra loro c’era anche Marzouk). La prima visita su suolo saudita degli ultimi tre anni. Stante alla breve dichiarazione rilasciata da Hamas, ci sarebbero stati alcuni incontri tra i leader del gruppo e re Salman bin Abdul-Aziz Al Saud, il principe ereditario Mohammed bin Nayef e il ministro della Difesa Mohammed bin Salman. Secondo fonti anonime che hanno partecipato agli incontri e che sono state contattate da Al Monitor, l’accordo nucleare avrebbe aperto nuove dinamiche nella Regione, e così i sauditi avrebbero cercato un riavvicinamento con l’organizzazione palestinese per promuovere il loro sostegno alla causa e allontanarla dall’orbita dell’Iran.

Nella pragmatica delle cose, per Hamas la convergenza con Riad significa garantirsi il sostegno della maggior parte degli stati arabi del Golfo ─ sunniti, che sono molto influenzati dalla monarchia saudita ─ e magari confidando nella capacità diplomatica dell’Arabia Saudita, alleviare la tensione con paesi come la Giordania e l’Egitto. Perdere l’Iran, è il prezzo da pagare sull’altro piatto della bilancia: il gruppo palestinese vorrebbe cercare di muoversi su entrambe le staffe, ma è chiaro che né sauditi né iraniani sono d’accordo su un “rapporto a tre”.


Il problema del radicalismo islamico è in parti dell’Islam, e noi ci stiamo girando intorno

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(Pubblicato su Formiche)

“Il problema è nell’Islam”. Sono parole forti, complicate e complesse, pericolose. Di quelle che sono sempre a grosso rischio di strumentalizzazione ─ figurarsi in un momento storico di questo Paese dove l’eccentricità porta un ex ministro (“per la Gioventù”), Giorgia Meloni, a scartare l’ipotesi (bizzarra e improbabile, va detto) sulla candidatura a prossimo presidente della Regione Sicilia del giornalista Pietrangelo Buttafuoco perché è un convertito all’Islam e sarebbe un messaggio sbagliato, «un cedimento culturale ai quei fanatici che vorrebbero sottomettere noi infedeli», precisa Meloni. (Quando siamo arrivati così in basso?).

Dunque quelle parole d’apertura, sono del genere da spiegare, da articolare per la lunghezza di un intero articolo, per inquadrare la questione senza correre il rischio di fare da spalla a certe strampalate posizioni di qualche politico italiano. Un brutto rischio, che quasi non si vorrebbe correre (per non finire impelagati in qualche involontaria complicità). E invece, vale comunque la pena di parlarne (oltre al dovere di cronaca, diciamo), perché questi che viviamo sono giorni contemporanei alla data che forse segnerà il nuovo corso nel rapporto tra stati occidentali e società islamica.

Esattamente dieci giorni fa, il 19 luglio, alla Ninestiles School di Birmingham, il primo ministro inglese David Cameron ha tenuto un discorso che può essere considerato lo spartiacque nella trattazione dei rapporti Occidente-Islam: senza giri di parole, Cameron ha accusato la comunità musulmana in Gran Bretagna di non fare abbastanza per bloccare i reclutatori dello Stato islamico e per allontanare i giovani inglesi dal fascino della narrativa del Califfato.

La Gran Bretagna ha un serio problema con l’estremismo islamico: dai dati raccolti dall’intelligence, sarebbero circa seicento i giovani partiti per combattere il jihad in Siria e in Iraq dal 2012. Alcuni di loro sono diventati dei preoccupanti simboli: su tutti Mohamed Emwazi, meglio conosciuto come “Jihadi John”, capo del gruppo di sequestratori “Beatles” interno allo Stato islamico, e boia degli occidentali decapitati nei video dell’IS. Emwazi è di origine kuwaitiana, ma è cresciuto a Londra. Uno dei tanti: nell’ultimo anno sembra che la polizia inglese abbia arrestato una persona al giorno con l’accusa di terrorismo. Soprattutto giovani. Ragazzi e ragazze, affascinate dalla possibilità di andare a far parte di un mondo in cui finalmente “puoi contare qualcosa”, sanare ingiustizie storiche e fantomatiche avversità, uscire dalla povertà, indottrinati dalle solite idee cospirative di quella visione del mondo che Cameron definisce «malata» e di cui Daniele Raineri sul Foglio ha fornito una sintesi efficace: «L’Occidente è cattivo e la democrazia sbagliata, le donne sono inferiori e l’omosessualità è un male, la legge religiosa prevale sulla legge dello stato e il Califfato prevale sullo stato nazione, e la violenza è giustificata – anzi incoraggiata e richiesta – per vincere». E ancora, gli ebrei e i poteri malevoli occidentali, che operano in concerto per umiliare i musulmani con l’obiettivo ultimo di distruggere l’Islam. «Non è così» dice il premier inglese: «Vi useranno e vi butteranno via». «Se sei un ragazzo, ti faranno il lavaggio del cervello, ti metteranno addosso una bomba e ti faranno esplodere. Se sei una ragazza, ti schiavizzeranno e abuseranno di te» continua: «Questa è la realtà malata e brutale dello Stato islamico». Parole accorate, verso quello che ha definito lo «struggle» di una generazione: combattere il jihadismo interno al Paese.

Oltre al quando, al come e al che cosa, anche il dove del discorso di Cameron ha un grosso valore rappresentativo. Se c’è una realtà simbolo della società multiculturale, multirazziale e multireligiosa inglese, quella è Birmingham ─ più di Londra, simbolo globale e per questo meno “locale-britannica”. E da Birmingham che Cameron trova lo spunto per la “One Nation”, lo slogan sulla società unita che lo ha portato a rivincere le elezioni: sconfiggere insieme l’estremismo e costruire una società più forte e coesa, che Cameron definisce un «elemento vitale di quest’unione».

Birmingham una delle città che ha “contribuito” più di qualunque altra in quei 600 jihadisti partiti dal suolo inglese. Ospita la più grande comunità musulmana del Regno Unito, e ha un rapporto storico con il radicalismo islamico. Lo scorso anno fece piuttosto scalpore la notizia diffusa dalGuardian secondo cui in una delle scuole della città, fu proiettato agli studenti un video di propaganda jihadista. Si scoprì in seguito che si trattava di un’operazione denominata “Cavallo di Troia” con cui alcuni alcuni gruppi islamici integralisti volevano “prendere il controllo” delle scuole.

Una scuola, come quella da cui ha parlato Cameron: e la questione torna di nuovo d’attualità.Sky News ha pubblicato in questi giorni un’inchiesta che racconta come all’Institute of Islamic Education ─ che si trova all’interno della Markazi Masjid, una delle più grandi moschee del Regno Unito ─ di Dewsbury, nei pressi di Leeds (Inghilterra del nord), siano previste sanzioni e punizioni per gli studenti che frequentano compagnie non musulmane. L’istituto imporrebbe un codice di comportamento ispirato alla sharia: niente Tv e giornali, solo abiti islamici, ascolto della musica limitato, segregazione culturale e via dicendo. Nota a latere: secondo quanto rivelato daSky News, l’Ofsted, dipartimento del governo che ispeziona le scuole e ne valuta la qualità, avrebbe giudicato “buono” l’istituto.

La parte focale del discorso di Birmingham è proprio quella in cui Cameron pone l’obiettivo su un problema molto importante, che si aggancia ai fatti di Dewsbury. Dice il premier: «Non c’è bisogno di sostenere la violenza per sottoscrivere alcune idee intolleranti che creano un clima in cui l’estremismo può fiorire. Idee che sono ostili ai valori liberali di base come la democrazia, la libertà e la parità sessuale. Idee che attivamente promuovono la discriminazione, il settarismo e la segregazione». Ed è vero: il processo di radicalizzazione avviene molto spesso in luoghi in cui la violenza non è praticata, ma tuttavia è tollerata. La Markazi Masjid, per esempio è la sede europea della Tablighi Jamaat, un movimento islamista con connotati estremisti.

Per far fronte all’estremismo islamista, occorre allora contrastare sia il volto violento che quello non apertamente violento, e per questo sostiene Cameron serve di occuparsi anche di quelle realtà che pur condannando la violenza apparentemente, sostengono altre posizioni estreme come le teorie cospirative secondo cui l’Occidente vuole eliminare l’Islam, o posizioni illiberali, o il settarismo, la discriminazione, la segregazione; e di quelle moschee in cui si leggono versi che inneggiano al jihad e dove si racconta che Maometto era un conquistatore e in questo occorre seguirlo. Posizioni su cui c’è stato un “condoning quietly” da parte della società britannica (anche in nome del buonismo e del politically correct) e soprattutto della comunità islamica. Un’ipocrisia che è finita per spalancare la porta alla narrazione estremista, e poi a dipingere il radicalismo come rivincita e infine dato un tocco glamour al jihad.

Il discorso di Cameron potrebbe segnare il passo, dunque. Si tratta della prima volta che un leader occidentale parla di un problema esistente con settori della comunità musulmana ─ «Si è spinto coraggiosamente dove nessun altro leader europeo aveva osato prima» ha scritto in un op-ed sul Times Ayaan Hirsi Ali, intellettuale di origini somale finita nel mirino dei terroristi islamici per aver partecipato alla produzione del documentario “Submission” sul fanatismo islamico, costato la vita al regista assasinato Theo Van Gogh. «Non posso essere più d’accordo. In tutto il mondo gli islamisti si infiltrano nelle comunità musulmane e dicono loro: “Gli infedeli sono in guerra con la tua religione”» scrive ancora Ali, a sostegno di una tesi piuttosto diffusa secondo cui gli unici persecutori dei musulmani nel mondo sono i musulmani stessi, quelli radicali e violenti, che colpiscono gli altri per la moderazione.

Cameron ha certamente esposto il fianco alle strumentalizzazioni e al rischio di «generalizzazione su base religiosa» (Raineri, Foglio). Ma quella segnata alla Ninestiles School è anche la linea della futura traccia politica. Da settembre partiranno una nuova serie di misure messe in campo dal governo inglese contro l’estremismo interno e che copriranno l’iniziativa dell’esecutivo per i prossimi cinque anni. Bloccare i passaporti (e l’invito rivolto dal premier anche ai genitori che pensano che il proprio figlio stia per partire per il jihad); eliminare i predicatori radicali fornendo sostegno ai moderati per rafforzarne la voce; sostenere istituzioni islamiche che aiuteranno il governo a tenere i giovani lontani dal fanatismo. Cameron ha un piano operativo, che mette in pratica la lezione di Birmingham, per affrontare quello che in questo momento è uno dei più grossi problemi del Regno Unito.


martedì 28 luglio 2015

L'Iran addosso, la Siria e la "Libertà"

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(Uscito sul Giornale dell'Umbria del 28/07/15)

Il giorno successivo alla definitiva firma sull'accordo per il rallentamento del programma nucleare iraniano, l'Amministrazione americana s'è comprata un'intera pagina sul New York Times. C'era su una foto col segretario di Stato John Kerry che stringeva sorridente la mano dell'altrettanto contento omologo iraniano Javad Zarif: un'immagine sprizzante positività che faceva da sfondo a un commento chiaro e diretto: sopra “We just stopped a war. And a bomb”, più in basso il monito al Congresso che “non doveva sabotare una storica chance di pace” e che “non doveva uccidere il futuro delle nuove generazioni” (più o meno) ─ il riferimento è al ruolo che ora ha il parlamento americano sulla revisione del deal, che dovrà passare per il vaglio prima dell'approvazione definitiva (va detto che il presidente potrà porre il veto in caso di bocciatura, e a quel punto sembra impossibile per i repubblicani raggiungere i due terzi di voti favorevoli per cancellarlo). Tutto questo si chiama storytelling ─ Barack Obama affida la sua legacy in politica estera al deal.




Tutti contenti, una grande vittoria. Primo fra tutti però non Obama, ma il presidente siriano Bashar al Assad, che vede nel raggiungimento dell'accordo ─ che comporta l'eliminazione delle sanzioni a Teheran, e dunque la possibilità di sbloccare i propri asset commerciali, e incassarne i guadagni ─ una possibilità futura. “Se Teheran è più forte, anche Damasco lo è”, perché l'Iran è il più generoso partner del governo siriano nel conflitto ─ l'unico che ancora tiene aperta una linea di credito col regime, confermata per un miliardo di dollari poco più di un mese fa. Secondo l'inviato Onu per la crisi siriana, la Repubblica islamica “investe” (ci si tornerà, perché di un investimento si tratta) dai 6 ai 35 miliardi l'anno per sostenere Assad (diciamo che all'Onu non stanno proprio a contare lo spicciolo, visto il range).

I soldi servono per tutto: mantenimento della struttura pubblica (o meglio ciò che ne resta), approvvigionamento energetico, sostegno militare, mobilitazione delle milizie sciite.

Se pensate però che questo impegno economico sia a fondo perduto vi sbagliate, e rischiate di fare la fine di Assad, che ora ride, ma fra un po' forse piangerà ─ e chissà dove. Le milizie sciite, per esempio, sono il grande proxy iraniano per “conquistare la Siria” (è scritto tra virgolette, ma in fondo tanto un'iperbole non è). Il teatro di guerra è inestricabile: i ribelli non sono più ribelli (o almeno non nella maggioranza), si sono divisi in una galassia di gruppi combattenti, e molti di questi sono diventati eserciti jihadisti perfettamente organizzati: l'IS e JN su tutti. L'esercito siriano è debole, non regge davanti a tutti i vari nemici, e l'uso delle milizie addestrate e gestite dall'Iran è fondamentale. Qassem Suleimani, il manovratore di tutta la politica estera militate iraniana (che può anche significare “di gran parte della politica militare in Medio Oriente”) ha creato queste entità con il fine di mantenere la presa sul Paese. Ora sono il bastone di sostegno, ma man mano che proliferano ─ e lo fanno come funghi in autunno, anche perché sono più attrattive a livello narrativo (vedi lo storytelling alle volte!) e remunerativo ─, escono sempre più dal controllo del governo, obbedendo soltanto agli ordini di Teheran. I giovani siriani pro-Assad, non si arruolano più nell'esercito, ma scelgono le milizie. E pure i businessman di Latakia e Damasco, finanziano le milizie piuttosto che i governativi, perché hanno cominciato già da un po' a perdere la fiducia in Assad.

Domenica, nel primo discorso pubblico dopo il rinnovo per altri sette anni di mandato ottenuto lo scorso luglio, il presidente siriano ha ammesso che l'esercito governativo negli ultimi mesi ha subito diverse sconfitte e ha perso il controllo di ampi territori. Una mossa che serve anche come ammissione di responsabilità davanti al gruppo di potere che lo ha sempre sostenuto, un tentativo di ammettere qualche errore e risaldare la fiducia. Solo che ormai sembra tardi: le élite sociali sciite stanno mollando Assad e vedono in Teheran l'unica alternativa plausibile.

L'Iran ha riempito il vuoto occidentale nella gestione della crisi: ora America&Co. non hanno la minima idea di chi possa essere il sostituto di Assad al potere e, come scrive Paola Peduzzi sul Foglio «la transizione è stata delegata a colloqui di pace sotto la regia di Mosca e di Teheran ». E gli iraniani ri-legittimati a livello internazionale, hanno tutta l'intenzione di far valere il proprio peso. (Se ci sarà una) transizione diplomatica, sarà condotta e decisa da Teheran e il potere passerà in mano a un uomo, o un gruppo, scelto dagli ayatollah. La Siria per l'Iran è un asset geopolitico cruciale: è il braccio allungato in pieno Medio Oriente. E rappresenta il conto che la Repubblica Islamica chiede per la lotta allo Stato islamico e per la gestione di Assad. E il sostegno passa sotto l'etichetta ultrapragmatica occidentale del “male minore”. Ufficialmente Assad (e l'Iran) combattono contro il Califfato, nemico assoluto (e comune): dunque, in fine dei conti, dà una mano alla causa.

Secondo Ian Bremmer, analista geopolitico di Eurasiagroup, la questione delle red line siriane (il punto oltre il quale Assad non poteva andare nel soffocare la ribellione iniziale, e che invece è stato continuamente superato, e di gran lunga, arrivando fin qui) e l'Isis sono due dei quattro più grossi fallimenti di Obama in politica estera ─ gli altri sono la gestione della crisi in Ucraina e la creazione della Banca asiatica per gli investimenti (istituto a guida cinese al cui fondo hanno aderito molti alleati occidentali degli USA, nonostante gli ammonimenti di Washington). L’ex generale e capo della difesa britannica fino al 2013, Lord Richards, qualche giorno fa ha dichiarato: «E’ una grande vergogna, una cosa di cui ci vergogneremo per sempre, il fatto che avremmo potuto stroncare lo Stato islamico dalla nascita se avessimo attaccato Assad nel 2013». Punto uno e due di Bremmer tutti in una botta, e magari senza metterci in mezzo “tanto” Iran.


lunedì 27 luglio 2015

La Turchia più che altro vuole una buffer zone al confine

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(Pubblicato su Formiche)

Da quando la Turchia ha iniziato la sua nuova fase operativa in Siria (e dintorni), i media italiani hanno reagito con stupore all’azione abbinata contro IS e curdi. I media italiani, però, non seguono con assiduità certe vicende, per questo si sono stupiti ─ basta pensare che domenica Alberto Flores d’Arcais è uscito su Repubblica con un articolo che raccontava della possibile fuga dal Califfato di “Jihadi John”, il jihadista inglese dell’IS protagonista dei video di decapitazione degli occidentali: una notizia la cui fonte era il tabloid inglese Mirror (come dire niente).

La Turchia, che da tempo era considerata un subdolo alleato dell’IS, attacca l’IS? La Turchia mentre attacca l’IS colpisce pure le postazioni dei curdi, che mo’ c’eravamo abituati a considerarli alleati? (È la linea turca, bellezza ─ “Stacce“)

Il presidente Recep Tayyip Erdogan ha più volte dichiarato in passato che il suo stato è orientato verso la lotta a tutti i terroristi ─ e la Turchia considera quelli del Pkk, i curdi, terroristi alla stregua degli uomini del Califfo: anzi pure peggio. Per questo sotto i missili dei caccia turchi, sono finiti anche i curdi. E che siano quelli turchi del PKK o quelli siriani dell’YPG poco conta: perché sono alleati e perché sono considerati entrambi ostili. E per Ankara, che ha fin qui agito in modo unilaterale, non è certo un problema colpire le postazioni dei curdi siriani, quelli che sono stati fin qui difesi dall’alto dalla Coalizione ─ si ricorda che non c’è stato giorno in cui i raid “anti-Is” non hanno colpito le posizioni del Califfato nel nord siriano, favorendo di fatto l’avanzata dei curdi, a cominciare da Kobane, fino ad arrivare a Tal Abyad e Ain Issa, le ultime città riconquistate dall’YPG al confine turco con l’appoggio aereo della Coalizione.

Ora molti osservatori internazionali, ritengono che l’intervento possa trasformarsi presto in azione di terra (ufficialmente smentita da Ankara) e poi dirigersi anche contro le postazioni siriane di Bashar al Assad ─ e pure in questo caso, avviso preventivo, poco ci sarebbe da stupirsi, visto che la Turchia considera la deposizione di Assad uno degli obiettivi in cima alla lista dei dossier di politica estera (tanto quanto, e forse più, combattere l’IS e i curdi).

Tra le motivazioni della scelta interventista turca adesso e non prima, c’è non solo l’escalation di violenza all’interno del proprio territorio ─ 32 vittime a Suruç tra i giovani curdi radunati per andare ad aiutare la ricostruzione di Kobane, in Siria, vicenda che rappresenta il primo attentato simbolico firmato IS in Turchia (anche se si attendono le conferme definitive); l’uccisione, mercoledì, rivendicata dal Pkk, di due poliziotti accusati di complicità con lo Stato islamico a Ceylanpinar; giovedì un poliziotto ucciso (senza rivendicazione) a Diyarbakir, “capitale” del Kurdistan turco; e infine, sempre giovedì, un sottufficiale ucciso e un soldato ferito da colpi provenienti dalla Siria a cento chilometri da Suruç, nella regione di Kilis. C’è dietro pure una necessità politica: il premier incaricato Ahmet Davutoglu (uomo di Erdogan) non riesce ancora a costruire un governo, con le elezioni anticipate che diventano sempre più vicine e con Erdogan che «ha tutto l’interesse a eccitare un clima di guerra per continuare a dominare il quadro politico interno», come ha scritto Carlo Panella sul Foglio.

La questione che però è degna di nota più che altro è un’altra. Secondo quanto scrive ilWashington Post, Turchia e Stati Uniti avrebbero concordato la creazione di una safe zone lungo il confine turco-siriano, nell’ottica di un maggiore impegno militare turco e americano contro il Califfato (vedere alla voce “utilizzo della base di Incirlik”). Si tratta di 68 miglia di lunghezza per 40 (o 25, si dice) di profondità (ma è da stabilire definitivamente) a est dell’Eufrate, fino alla città di Aleppo ─ che dovrebbe poi essere conquistata dai ribelli, protetti dalla copertura aerea americana e turca. Aree non proprio tranquille, se si pensa che all’interno di questo territorio c’è la città di Dabiq, che ha un enorme valore simbolico nella teologia apocalittica di Baghdadi. L’accordo, comunque, sarebbe uno dei vincoli proposti dalla Turchia per l’utilizzo della strategica di Incirlik ─ che per la Coalizione significa maggiore vicinanza logistica, e dunque maggiore efficacia d’azione.

Quella della buffer zone, o safe zone, o di fatto no-fly zone, è una delle incessanti richieste turche da quando l’insurrezione siriana si è trasformata in una vera e propria guerra civile. Non c’è da stupirsi nemmeno in questo caso se Ankara è tornata alla carica sulla richiesta, ma tuttavia va sottolineato che finora gli Stati Uniti s’erano detti sempre contrari ─ anche se si era già anticipato su Formiche, che la no-fly zone sul nord siriano poteva diventare qualcosa di più concreto che uno slogan. E di fatto, ancora da Washington stentano a definire ufficialmente quella fetta di territorio come una zona protetta “al volo”. La Casa Bianca teme che la creazione di queste fascia possa andare in contrasto con il governo di Damasco, che nell’area sta combattendo i ribelli.

Ora, si capisce che il tutto appare complicato: perché in effetti, quei ribelli che combatte il governo di Damasco in molti casi sono amici dei turchi (per questo a Ankara vogliono la buffer zone, più che per ragioni umanitarie) e in alcuni casi anche dell’Occidente. E allora perché non proteggerli? Perché servono vie de facto e non de iure: vie ufficiose non ufficiali. La storia è sempre quella, il regime di Damasco non è un partner, anzi ufficialmente è una specie di nemico, solo che de facto (appunto) combatte un avversario comune, lo Stato islamico, ritenuto ancora più pericoloso: e dunque l’Occidente, per pragmatismo, accetta il male minore, Assad ─ e cerca di non creare troppe occasioni di tensione, come la no-fly zone potrebbe diventare.

Ora la questione è questa: mentre nel momento in cui la Coalizione ha iniziato i raid in Siria, Damasco (avvisato delle operazioni) non aveva alcun interesse su quei territorio colpiri, dato che non li controllava più, ora nella zona al confine turco-siriano ─ dove andrebbe a crearsi la zona protetta ─ ci sono diverse aree su cui il regime sta ancora combattendo (la principale è di certo Aleppo, la seconda città più grande della Siria). E la possibilità che i ribelli moderati protetti da Turchia e USA prendano il controllo di quelle aree, non è certo la prima delle volontà del governo di Assad.

In tutto c’è da mettere un altro pezzo di carne sulla brace. L’interpretazione del termine “ribelli moderati” ha un valore estremamente diverso tra Ankara e Washington, con i primi che sono molto più blandi nell’includere anche forze di matrice islamista e i secondi che hanno speso anni di selezioni per arrivare a formarne un contingente “puro” composto dall’esiguo numero di 60. Questo perché la Turchia ha un forte interesse nel rovesciare Assad, e dunque non si fa scrupolo sul chi usare per farlo, perché ha di certo un rapporto più aperto con le stanze islamiste e perché vive l’enorme problema dell’emergenza profughi ─ veicolo di trasporto del jihad all’interno del proprio territorio. Per i turchi, la conquista da parte dei ribelli di ampie fette di territorio ai confini, magari con la copertura sancita dalla zona di sicurezza, significherebbe anche limitare gli ingressi nel proprio territorio di chi fugge dalla guerra. E sarebbe un test per una possibile via di amministrazione del futuro siriano.

Il New York Times, che ormai parla di “relatively moderate Syrian insurgents” per non disallinearsi troppo con l’Amministrazione e non dire che ci sono fazioni apertamente islamiste tra quelle che verranno di fatto protette dagli americani dopo l’accordo di collaborazione con la Turchia, si fa la più importante delle domande: che succederà se l’Aviazione di Assad colpirà le postazioni di questi ribelli al nord della Siria? (Nota: non è una questione di lana caprina, visto che quelle aree che ricadono all’interno della wannabe-safe-zone, sono costantemente colpite dagli elicotteri del regime e quei ribelli sono gli obiettivi preferiti dall’esercito governativo).

Ancora ci sono dettagli non noti sull’accordo turco-americano, e forse la risposta a questa domanda sta in uno di quelli.