venerdì 31 ottobre 2014

Precipita il prezzo del petrolio, e non è necessariamente una grande notizia

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(Uscito sul Giornale dell'Umbria del 31/05/2014)

«È che l'India e la Cina stanno rallentando», ha detto all'Atlantic Charles K. Ebinger, direttore dell'Energy Security Initiative dell'importantissimo think tank di Washington Brookings Istitution.

Il fatto che le aspettative future non sono delle più rosee ─ il Fondo monetario internazionale ha recentemente rivisto al ribasso pure la crescita europea ─ è il grande problema che sta dietro al calo del prezzo del gas, destinato a piantarsi sotto ai 3 dollari al gallone negli Stati Uniti. Certamente la produzione è aumentata (e dunque regna la legge della domanda e dell'offerta), ma è un giustificativo contingentato: oltre alla crisi di crescita economica, l'altra grande responsabile di questo deprezzamento, è l'immissione sul mercato di grossi quantitativi di petrolio a velocità notevolmente superiore alle attese.

Il prezzo del greggio è sceso di oltre il 25 per cento negli ultimi cinque mesi. Vero che a inizio mese il "Dio" dei commerci petroliferi Andrew John Hall ha previsto che i prezzi del greggio toccheranno entro cinque anni i 150 dollari al barile ─ conseguenza, a suo dire, di un disastro legato agli shale gas ─ ma per il momento i dati sembrano dire altro (poi chissà),

I cambiamenti industriali stanno riducendo man mano la quota di petrolio utilizzata dal mercato dell'energia. Negli Stati Uniti si punta molto sui gas di scisto, anche per volontà diretta della Casa Bianca: fino a cinque anni fa gli USA importavano oltre il 60% di greggio, ora dei 18,6 milioni di barili giornalieri, ne producono 11,5 tra shale gas e biocarburanti. Il Giappone, già superato il dramma di Fukushima, ha messo in cantiere due nuove centrali nucleari: circostanza che limiterà di certo le importazioni di greggio nipponiche.

E dire che ci sarebbero tutti i presupposti per assistere al picco dei prezzi: il Medio Oriente (la zona del mondo con più giacimenti) è di nuovo in fiamme, la Libia è da mesi senza un governo, la Nigeria (altro paese Opec) è vittima di quella che a tutti gli effetti si può definire una guerra civile; e poi c'è la crisi geopolitica in Ucraina, che ha coinvolto la Russia e l'Europa.

Tuttavia i prezzi scendono: il petrolio Brent (il mercato del greggio estratto nel Mare del Nord), ormai diventato il riferimento per circa due terzi degli scambi globali, a metà ottobre è sceso a quota 85 dollari: il minimo da quattro anni, con un andamento anomalo rispetto alla discrepanza estate/inverno che si registra annualmente.

Per capire come mai il mercato si muove in controtendenza rispetto alle dinamiche storiche, occorre tornare indietro di qualche anno, come suggeriva su Repubblica Leonardo Mugeri (altro prestigioso esperto di petrolio internazionale, partner dell'hedge fund newyorkese Ironrank, professore ad Harvard ed ex vicepresidente dell'Eni dal 2000 al 2010). Secondo Mugeri ─ che già due anni fa aveva messo in guardia sugli scenari odierni ─ è necessario ripensare a quello che è successo nel decennio 2003-2013 per comprendere la situazione attuale. A cominciare dal 2003, quando i prezzi schizzarono alle stelle raggiungendo nel 2008 il picco storico dei 150 dollari al barile: è in quel periodo che le compagnie decisero di potenziare tutti i propri investimenti. Furono spesi, nel tempo, qualcosa come 4 mila miliardi in ricerca e sviluppo, con i Paesi produttori pronti a spalancare le porte ai capitali investiti dalle compagnie (e che difficilmente adesso li lasceranno uscire). Il risultato è stato quello che in America definiscono "glut": si sta producendo una quantità di petrolio superiore alla richiesta (calata) del mercato. Nell'ultimo rapporto Opec pubblicato a metà ottobre, si legge che i Paesi membri, rispetto al mese precedente, hanno prodotto 400 mila barili al giorno in più.

Le tensioni geopolitiche non riescono a fare "l'opera di regolazione" proprio per questa sovrabbondanza di materia prima estratta: lo Stato Islamico, è noto, traffica petrolio in contrabbando, ma si tratta di aliquote quasi insignificanti ─ sebbene fondamentali per le casse del Califfo. Basta pensare che l'Iraq ha raggiunto i 3 milioni di barili nella produzione giornaliera: la cifra sottratta dall'IS è di 20/30 mila barili al giorno, ed è evidente come modifichi di poco gli equilibri, anche perché la stragrande maggioranza del petrolio iracheno arriva dai pozzi nelle aree del sud-est, ancora relativamente al sicuro dalla guerra. L'Arabia Saudita, dove da sempre la famiglia reale tenta di costruirsi un ruolo di "Rothschild del petrolio", è cocciutamente piantata sulla volontà di continuare ad immettere grosse quantità di greggio, nonostante il calo dei prezzi: e il bello è che sta lavorando a regimi controllati, con soli 9,4 milioni di barili al giorno, a fronte di un potenziale utilizzabile di 12,5. Non vuole rischiare di perdere le richieste asiatiche, e per di più, in questa fase, ne fa una carta di scontro geopolitico davanti alle pressioni iraniane sulla riduzione delle estrazioni.

Il maggiore produttore al mondo in questo momento è la Russia, che estrae 10.4 milioni di barili giornalmente ─ va sottolineato, che a differenza dei Paesi arabi Mosca viaggia a pieno regime. L'economia russa è strettamente vincolata alla produzione e vendita di petrolio: ragione per cui Putin ha ancora bisogno dell'Europa ─ un legame, chiaramente, a doppio filo. Il budget statale russo si basa su una vendita prevista intorno ai 105 dollari al barile: ma la realtà, s'è detto, naviga sui 15-20 punti inferiori. Lo scenario, per Zar-Vlad è tetro: la Banca di Russia ha già iniziato gli stress test per valutare la possibilità che il prezzo scivoli fino ai sessanta dollari al barile, situazione in cui Mosca non sarebbe più in grado di pagare le spese dello stato.

In una posizione simile alla Russia si trova l'Iran: anche Teheran è stretta dalle sanzioni occidentali, causa la volontà del paese degli ayatollah di portare avanti la politica nucleare. Se si abbassa il prezzo del petrolio, si riducono le entrate iraniane, e dunque la Repubblica Islamica si troverebbe costretta a trattare sul serio al tavolo di Ginevra per uscire dall'impasse energetica. Effetti sulla politica mondiale del calo dei prezzi del petrolio: un altro, per esempio, è quello legati ai giacimenti sul Circolo Artico. Gli studi della US Geological Survey sostengono che è là che potrebbe essere contenuto circa il 13 per cento delle risorse di petrolio non ancora scoperte (e il 30 di quelle di gas). Far partire il progetto di sfruttamento dell’area, come dicono da anni molti analisti, potrebbe cambiare la geopolitica mondiale: per questo la Norvegia rallenta le esplorazioni sul Mare di Barents.

Secondo Ebinger se il prezzo dovesse scendere sotto gli 80, parte della produzione potrebbe iniziare a chiudere, anche se alcune aziende estrattrici del North Dakota (destinate, a questi ritmi, a diventare i pozzi principali al mondo) hanno fatto sapere di essere al sicuro per prezzi che oscillano tra i 45 e i 25 dollari. In linea di massima, come ha scritto l’Economist, il "primo vincitore" del calo del prezzo del petrolio è l'economia mondiale. Tom Helbling del Fondo Monetario Internazionale ha spiegato che il 10 per centro del prezzo del petrolio è correlabile a una variazione dello 0,2 per cento del Prodotto Interno Lordo globale.


Insomma, le risorse andrebbero a spostarsi dai produttori ai consumatori, e dunque il pieno dovrebbe costare meno e la bolletta del riscaldamento pure. Oppure tutto potrebbe restare invariato. «I think $65 is not at all impossible. I just don't see what changes» ha detto Ebinger: ma non ditelo ai russi.

giovedì 30 ottobre 2014

Rallenta l'infezione di ebola in Liberia: la risposta supera il virus

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(Pubblicato su Formiche)

Bruce Aylward dell’Organizzazione mondiale della sanità, ha comunicato che in questo momento «la risposta al virus sta prendendo il sopravvento». I casi di nuovi infettati in Liberia, il paese più colpito dall’epidemia di Ebola, stanno diminuendo – «slowing in Liberia».

La crisi, tuttavia, non è finita, ha sottolineato Aylward: ci sono circa 13703 casi accertati, che finora hanno prodotto circa 5000 vittime. A leggere il dato le parole del funzionario dell’Oms sembrano un po’ fuori sincrono: infatti, il numero di malati pubblicato dall’organizzazione sabato era di 10141 (la prima volta sopra a dieci mila), cioè oltre tremila in meno di quanto detto giovedì. Ma Aylward ha precisato che in realtà l’incidenza di nuovi casi sul conteggio è minima: la crescita apparente è dovuta all’aggiornamento del data base del bilancio delle vittime con situazioni precedentemente non segnalate.

La campagna di informazione sulla malattia, sta avendo dunque i primi frutti: inizialmente le popolazioni degli stati colpiti si sono chiuse, hanno sottovalutato il pericolo, curato i malati con metodi non consoni: sottovalutazione anche a seguito di narrazioni sull’epidemia virale molto fantasiose. Il chirurgo oncologo David Gorski ha scritto su Science Blogs: «Le pandemie, tirano fuori la pazzia». E infatti, sebbene ebola non abbia ancora raggiunto il livello definito dalle organizzazioni internazionali “pandemia”, di pazzia ce n’è stata molta.

Pazzia frutto di una psicosi collettiva e di un’isteria negligente, ignorante e spesso superficiale. Lobby farmaceutiche, guerra biologica, piani di sterminio di massa a causa della sovrappopolazione, bianchi contro neri: un importante quotidiano liberiano ha raccolto tutte insieme queste teorie complottiste, arrivando a scrivere che il virus è in realtà un costoso bioarmamento creato dalle aziende farmaceutiche dei governi “bianchi” per eliminare quanti più neri possibile e diminuire la popolazione della Terra. In Guinea ci sono stati pure otto morti tra gli operatori sanitari internazionali, attaccati dalle famiglie dei malati, perché “in realtà erano loro che andavano a contagiare gli altri”. Fantasie che alimentano le paure, .

Ma allo stesso tempo, mentre la CNN entrava in ciclo continuo con analisi e approfondimenti, un’infermiera potenzialmente infettata in America veniva lasciata libera di volare con altri passeggeri e in Spagna un’altra infermiera che mostrava evidenti segni di contagio, andava a sostenere un concorso pubblico: girava con la mascherina e diceva «temo di avere l’Ebola», ma nessuno ci credeva. E invece. Superficialità, spaventose.

Ora, dopo che la prima reazione della Casa Bianca era stata quella di “dichiarare guerra al virus”, è lo stesso presidente Obama ad invitare a non cedere all’isteria, ma di tenere alta la guardia. Qualche giorno fa ha abbracciato nello Studio Ovale Nina Pham, la prima delle infermiere americane contagiate in suolo americano, ora guarita: e il portavoce Josh Earnest ci ha tenuto a sottolineare che il presidente non aveva preso nessuna precauzione – insomma, l’elevazione esponenzialmente globalizzata del pollo mangiato da Lamberto Sposini al Tg5 contro la psicosi da aviaria del 2006. Poi Obama ha pure spedito Samantha Power – ambasciatrice USA alle Nazioni Unite – in un tour tra i Paesi colpiti. La Power ha lodato gli sforzi internazionali e quelli delle nazioni coinvolte, ed è tornata a casa con un’assegno da 1 milione di dollari firmato Motsepe, primo riccone del Sud Africa – i soldi saranno girati in Guinea.

E intanto anche la seconda infermiera di Dallas è stata dimessa, guarita, come pure quella spagnola (che se l’è presa perché le hanno soppresso il cane, ma qui finiamo nel grottesco), mentre invece un’altra finita sotto osservazione ha deciso di rompere la quarantena. Kaci Hickox, rientrata nel Maine dopo essere stata in Sierra Leone con Medici Senza Frontiere, si è detta in perfetta salute dopo aver seguito scrupolosamente la prassi di isolamento volontario – notare che aveva mostrato “sintomi da ebola”. Tutto questo in una scena surreale, in cui la donna, con il fidanzato, improvvisava una conferenza stampa (c’erano NBC e ABC) sul vialetto di casa, e dall’altra parte della strada la polizia che aspettava un ordine del tribunale per arrestarla (in violazione alle misure federali di profilassi). L’infermiera ha accusato il governo degli Stati Uniti di «bullismo», prendendosela con i politici che «costringono» le persone a stare in casa «anche quando non rappresentano un rischio».

Mercoledì Papa Francesco ha rinnovato il suo appello alla Comunità internazionale, affinché si faccia tutto il possibile per fronteggiare l’epidemia. Ma oltre agli Stati e alle Organizzazioni, bisogna che siano le persone a inquadrare la linea corretta: la psicosi e l’isteria collettiva possono diventare peggiori alla malattia (l’Australia per esempio, ha chiuso le frontiere ai “Paesi a rischio” africani, ma così facendo, visto i contagi negli Stati Uniti per esempio, si rischia l’isolamento completo). Ma pure episodi di superficialità come quelli che arrivano dal Maine sono disastrosi – in fondo, l’infermiera, avrebbe dovuto aspettare soltanto fino al 10 novembre, per essere “fuori” dal virus-potenziale e poter uscire senza creare problemi al resto della comunità.


lunedì 27 ottobre 2014

Irak, la rappresaglia delle milizie sciite contro i sunniti

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(Pubblicato su Formiche)

Secondo un rapporto di Amnesty International, negli ultimi mesi le milizie sciite irachene hanno imprigionato, e in diversi casi ucciso, decine di civili sunniti in una sorta di rappresaglia, vendetta, per le azioni dello Stato Islamico.

È noto che le attività militari contro l’IS siano state portate avanti più da queste entità che dall’esercito stesso: disorganizzato, corrotto, debole. Le milizie sciite invece sono state rinvigorite durante il premierato di Nouri al-Maliki, finanziate dall’Iran, indottrinate e armate a dovere. Sono diventate la risposta pronta all’offensiva del Califfo, reclutando migliaia di volontari – spesso molto “meno improvvisati” dei soldati. In giugno, quando i fedeli ricevettero l’ordine dell’ayatollah Ali al-Sistani (il chierico guida religiosa e riferimento politico dello sciismo iracheno) di “combattere i “takfiri” dell’IS, risposero arruolandosi nelle milizie, non tra l’esercito – e, d’altronde, era questo che voleva Sistani.

Il governo Maliki riusciva a gestire le milizie con maggiore precisione e queste hanno risposto con miglior rigore (e vigore) delle stesse forze armate. Qualcosa di analogo si era visto con glishabiha del regime, messi in piedi da Assad in Siria, per portare a termine “i lavori più sporchi” contro i ribelli. Le contropartite irachene vengono da una realtà ancora più qualificata: l’esperienza quasi decennale della Guerra d’Iraq. In quegli anni, le milizie fanatiche sciite, armate e addestrate dall’Iran, hanno avuto un ruolo importante nella guerriglia anti-americana.

Gruppi che ora appoggiano l’esercito regolare iracheno (su guida iraniana, va sottolineato) e hanno un’ideologia estremamente anti-sunnita: la Brigata Badr, le brigate Hezbollah (non quelle libanesi, anche se il modello è lo stesso), la Lega dei giusti (Asaib al-Haq) e la brigata del Giorno promesso (Liwa al-Youm al-Mawud, riferita all’Apocalisse). Negli anni della guerriglia, erano chiamate tutte con lo stesso nome, per comodità: “Gruppi speciali”. Il Guardian tempo fa aveva mandato un inviato a seguire il ritorno in Iraq di questi gruppi dalla Siria, dove combattevano al fianco del regime di Assad.

Quando, poco più di un anno fa, Obama minacciò di bombardare Damasco, responsabile del massacro chimico alla periferia della capitale, i “gruppi speciali” iracheni annunciarono attentati contro l’America per rappresaglia: gli stessi adesso godono dell’appoggio aereo USA. Ma d’altronde, con i ribelli siriani ancora lontani dall’aver iniziato la formazione militare (e vedi che alla fine nemmeno la riceveranno) e stante la ferma volontà della Coalizione di mettere in campo truppe di terra (e vedi che alla fine, magari, arriveranno), sono l’unica forza – curdi a parte, confinati nei propri territori di competenza – a contrastare effettivamente l’avanzata dello Stato Islamico.

Ma le conseguenze, sono spesso tremende: l’ideologia anti-sunnita è inasprita dal sentimento di vendetta contro l’organizzazione di Baghdadi, rea non solo di crimini analoghi, ma anche di aver sovvertito il lauto status quo che permetteva a capi e a semplici miliziani di vivere un contesto piuttosto agiato, favorito dal governo Maliki. Lo stesso premier attuale al-Abadi, ha ammesso gli eccessi compiuti in certi casi dalle “forze di sicurezza”.

Stante alle informazioni riportate nel report di Amensty International, da giugno, nelle zone di Samarra (antica città sulla sponda est del Tigri, a 100 km da Baghdad, la cui storia è molto legata ai pellegrini sciiti), sarebbero stati rapiti, imprigionati, e probabilmente uccisi, 170 civili sunniti accusati di aver avuto rapporti con l’IS. Una trentina di corpi, sarebbero stati ritrovati in una fossa comune. E la situazione non sta migliorando: a inizio ottobre, in un attentato a Kadhimiya, zona prevalentemente sciita di Baghdad, sono state uccise 21 persone da una delle tante autobombe piazzate dagli uomini del Califfato nella capitale. Tutti sciiti: nell’attacco terroristico è rimasto ucciso anche l’ex vice ministro degli Interni Ahmed al-Khafaji, prominente figura della sciita Badr Organization. Atto che chiedeva (e chiede) vendetta. Ma non c’è stato troppo da aspettare.

Racconta un testimone alla Reuters, che, nel fine settimana scorso, dopo aver aiutato in modo decisivo le forze governative a riprendere dalla morsa dello Stato Islamico una città strategica a sud di Baghdad, Jurf al-Sakhar, le milizie sciite presenti hanno deciso che era tempo delpayback. «Those dogs are Chechens. They don’t deserve to stay alive. We took confessions, we don’t need them anymore»: gridavano così, mentre lasciavano a terra in una pozza di sangue tre prigionieri IS della battaglia. (Il riferimento ai “ceceni” si lega con la forte presenza di uomini provenienti dalla repubblica autonoma del Caucaso, che hanno da tempo rinfoltito le file del Califfato. Dalla Russia arriva il maggior numero di foreign fighters europei, uno di loro, Omar al Shishani è diventato un importante e fidatissimo comandate militare del Califfo: la sua presenza è stata segnalata tra i rinforzi spediti da Baghdadi per schiodare l’assedio di Kobane).

Jurf al-Sakhar era una delle tante città rimaste fantasma dopo l’arrivo dello Stato Islamico: la gran parte della popolazione era scappata, profuga, dai combattimenti. La città è sulla sponda occidentale dell’Eufrate e in una linea strategica che porta a Baghdad da sud: l’IS ne aveva mantenuto il controllo utilizzando una serie di cecchini appostati nelle aree di accesso e una serie di trappole esplosive che avevano decimato l’esercito iracheno. Inoltre gli uomini del Califfo avevano utilizzato la fitta rete di tunnel sotterranei che i soldati di Saddam Hussein avevano scavato per spostare armi eludendo i funzionari delle Nazioni Unite: d’altronde, è noto che all’interno del Califfato ci siano elementi baathisti ex-militari di Saddam, che evidentemente conoscevano bene quelle “vie sotterranee”, anche se coperte da un po’.

La fonte ha raccontato a Reuters di aver visto una cinquantina di uomini dello Stato Islamico sul terreno, morti: circa 15 avevano le mani legate dietro la schiena, un’esecuzione. Alla domanda sul come mai le “forze governative” non avevano sepolto i corpi uccisi il giorno prima, un ufficiale anziano di una non specificata milizia sciita (forse la Brigata Badr), ha risposto che «non si meritavano la sepoltura».

L’odio religioso guida, ancora una volta, questo conflitto in Iraq – e in Siria. La situazione è disastrosa, e il governo “più moderato” di al-Adnani non sembra in grado di fermarla. Divisioni e contrasti esistenziali, stanno nuovamente sfociando in una guerra. E pensare che le denunce di Amnesty International sono arrivate il giorno prima della pubblicazione sull’ultimo numero diDabiq, la rivista dello Stato Islamico, dei dettagli di come le donne e i bambini yazidi siano diventati schiavi nel Califfato.

Il lato peggiore di tutta la storia, è che mentre l’IS ormai è stato individuato come nemico, come la realtà da distruggere, le milizie sciite, a tutte gli effetti, hanno lavorato (stanno lavorando e lavoreranno?) in partnership con la Coalizione internazionale. E questo crea un problema di credibilità della stessa coalizione agli occhi dei sunniti locali, che per battere definitivamente l’IS, dovrebbero “mollare” le posizioni filo-Califfato e ribellarsi a Baghdadi, ma che per farlo vogliono certezze sulla fine del settarismo che li ha isolati.

In più, allo stesso tempo, si crea un problema di prospettiva: come possono essere le milizie sciite, sostenute dall’Iran (con la regia del capo del Qods Force Qassem Suleimani intento a scattarsi selfie nelle città riprese al Califfo insieme agli spietati comandanti sciiti locali), un alleato affidabile e duraturo per il “mondo libero”? Con quel passato e con quel presente, poi.

venerdì 24 ottobre 2014

Attacco a New York, un altro caso di terrorismo “fai da te”

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(Pubblicato su Formiche)

L’ultima, in ordine cronologico, è l’aggressione avvenuta a New York. Nella serata di giovedì, un uomo ha colpito con un’accetta due poliziotti. L’aggressore Zale Thompson, un trentaduenne da poco convertito all’Islam, ha agito da solo: i due agenti di pattuglia nel Queens sono stati presi alle spalle – erano in una squadra di quattro, ma si erano allontanati per fare una foto, a quanto sembra.

Uno dei poliziotti, è stato preso su un braccio, ed ora è stabile; l’altro è stato colpito alla nuca ed è invece in condizioni gravissime. I compagni presenti – tutti e quattro erano usciti dalla Police Academy l’8 luglio – hanno reagito all’aggressore, e lo hanno freddato a colpi di pistola. Una passante, è stata ferita alla schiena nello scontro a fuoco ed è stata operata per estrarre il proiettile,

L’attacco ai due dell’NYPD è l’ultimo di una serie che in queste giorni sta interessando città a diverse latitudini.

Due giorni fa, un altro trentaduenne Michael Hall, diventato Michael Zehaf Bibeau dopo la sua conversione all’Islam, ha attaccato il parlamento di Ottawa, in Canada, dopo aver ucciso un soldato di guardia al National war memorial – che sta più o meno davanti al palazzo legislativo. L’intruso armato, ha fatto irruzione seminando il panico (l’immagine dei parlamentari chiusi in aula, barricati con le sedie dietro la porta resterà nell’iconografia storica canadese), poi è stato colpito a morte in un conflitto a fuoco scoppiato all’interno dell’edificio.

Lunedì, sempre in Canada, ma a Saint-Jean-sur-Richelieu (un sobborgo di Montréal), Martin Rouleau, un altro convertito di origini canadesi, ha ucciso con la sua vettura un soldato e ne ha ferito un secondo. Poi è finito sotto gli spari della polizia, dopo che, sceso dalla macchina, si era scagliato contro gli agenti con un coltello in mano.

Tre episodi analoghi nell’ultima settimana, che arrivano tutti dal Nord America. Episodi angoscianti, non solo per le povere vittime, ma per lo scenario che aprono davanti a noi. Quello del terrorista solitario – in nessuno dei casi, finora, si è potuta ricostruire una programmazione di “ordine superiore” – che agisce sull’onda di una forte determinazione personale, nel proprio paese, infiammato da un auto-indottrinamento, spesso ottenuto via internet (ormai terra di ispirazione e fascinazione del jihad), per compiere atti dal forte effetto simbolico. Non è la prima volta che succede: pensare, per esempio ai killer di Woolwich, Sudest di Londra, che lo scorso maggio hanno ucciso un soldato inglese a colpi di machete urlando “Allahu akbar” davanti ai testimoni che riprendevano, sbalorditi, la scena con i propri smartphone. Non c’era un piano, o almeno uno specifico: l’idea era di colpire un soldato – il fatto avvenne a pochi metri dalla caserma della Royal Artillery, l’uomo ucciso indossava una maglia dell’associazione Help for heroes, che aiuta i militari feriti in battaglia. Scena analoga, fortunatamente sventata, sarebbe dovuta succedere in Australia: a settembre l’intelligence locale ha bloccato una quindicina di militanti a Sidney nella più imponente operazione anti-terrorismo della storia del paese. Erano pronti ad uccidere un occidentale, decapitandolo, e riprendendo il gesto con le telecamere per poi postarlo in Rete.

Si temeva da tempo che la guerra civile in Siria potesse essere fonte di “terrorismo di ritorno”, dato l’alto numero di foreign fighters partiti anche da Paesi occidentali: ora, con la creazione del Califfato tutto si moltiplica esponenzialmente. Da notare, che per ora non ci sono collegamenti diretti tra l’IS e i fatti newyorkesi e canadesi, se non l’esultanza in rete dei seguaci di Baghdadi, e le posizioni apertamente radicali – e pro-Stato Islamico – degli aggressori, ricostruite con le prime indagini.

A settembre, però, prima dell’inizio delle operazioni aeree contro lo Stato Islamico in Siria, il portavoce (e intimo) del Califfo Abu Mohammed al Adnani al Shami era apparso in un lungo video in cui chiedeva ai simpatizzanti dell’organizzazione di cominciare una campagna di rappresaglia all’interno dei Paesi occidentali che fanno parte della Coalizione internazionale “anit-IS” (ai tempi attiva solo in Iraq). «Se potete, uccidete un infedele americano o europeo, specialmente uno schifoso francese, o un australiano o un canadese, o un qualsiasi altro infedele tra gli infedeli che hanno dichiarato guerra, inclusi i cittadini dei paesi che hanno formato una coalizione contro lo Stato islamico», diceva Adnani. E invitava ad uccidere in qualsiasi modo: se non avete una pistola, organizzatevi con arme improprie, al limite investitelo con l’automobile, oppure spaccategli la testa con una pietra, diceva.

Quelle di New York e del Canada, erano persone che non erano state in Siria o in Iraq a combattere sul campo, cittadini è vero controllati e spesso finiti nelle “liste dei pericolosi” per comportamenti al limite, ma che poi hanno portato le proprie posizioni al parossismo dell’attacco. Diverso, per esempio, il caso di Medhi Nemmouche, l’attentatore che aveva ucciso quattro persone al museo ebraico di Bruxelles, del quale si sono ricostruite le rotte e si pensa possa aver avuto un soggiorno di almeno un anno in Siria, tra gli uomini di Baghdadi. Un caso di “terrorismo di ritorno” vero e proprio.

La fascinazione del Califfato è potente, quanto pericolosa. Non serve muoversi da casa, basta una connessione internet per essere al centro della battaglia: l’attività sui social network è seguita e studiata proprio per questo. È sufficiente un’auto o una pietra per colpire e essere un mujaheddin. Questo è quello che vuole Baghdadi e che predica Adnani.

Anche a Gerusalemme, dove la jihad che combatte Hamas è lontana ideologicamente da quella del Califfo – e il Califfo per questo non ama il gruppo – ci sono stati episodi analoghi. Un ragazzo palestinese, a quanto pare vicino agli ambienti radicali dell’organizzazione di Gaza, si è lanciato contro alcune persone alla fermata del tram: la sua auto, mercoledì, ha ucciso una neonata di tre mesi. La mattina seguente un gruppo di palestinesi incappucciati, sempre a Gerusalemme, ha preso a sassate un asilo ebraico.

Sassi e automobili: le nuove armi di questa jihad internazionale, frutto della fascinazione di Khalifa Ibrahim, che supera ogni posizione ideologico e guida la marcia contro gli infedeli.

Caccia di ottobre ai russi

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(Uscito sul Giornale dell'Umbria del 24/10/2014)

«Lo sai...una volta ho visto una sirena, ho anche visto uno squalo che divorava una piovra...ma non ho mai visto un sommergibile russo fantasma». Disse così l'ammiraglio Joshua Panter (al secolo Fred Thompson), mentre la Marina americana dava la caccia all'"Ottobre Rosso", il sottomarino sovietico del disertore (Sean Connery) Marko Ramius. Forse per il grande successo di pubblico, il protagonista del film tratto dal libro di Tom Clancy (l'”Ottobre Rosso”), viene spesso citato in questi giorni per descrivere quello che sta succedendo sotto le acque svedesi.

E tralasciamo le questioni da "patiti", secondo cui sarebbe più giusto tirare in ballo un altro film, "K19" (con Harrison Ford), per la maggiore attinenza della trama.

Le acque della Svezia sud orientale sono da una settimana, il campo della caccia a una sospetta unità navale russa. L'intelligence svedese alle 22 del 16 ottobre, avrebbe captato una segnalazione di emergenza a largo di Kanholmsfjarden: per questo è stata aperta l'indagine e sventagliata l'ampia squadra di ricerca. Non si esclude (ma siamo nel campo delle supposizioni) che possa trattarsi di un sottomarino russo: possibile sia un minisub, magari mandato a piazzare sensori oppure ad osservare, o a disturbare, le operazioni navali congiunte tra Svezia e Olanda in corso in questi giorni – più improbabile che sia un silenziosissimo Classe "Kilo".

La Marina svedese ha diffuso la foto di un "oggetto marino non identificato" avvistato in un fiordo. L'immagine è distante, piccola e un po' sfocata: potrebbe essere qualsiasi cosa, solo che "l'avvistamento" s'è ripetuto per almeno tre volte a distanza di tempo.

Forse il sottomarino, partito in missione o per una dimostrazione di muscoli, è in difficoltà e sta aspettando supporto – per questo, dicono sia più attinente la trama di “K19”.

Nelle acque poco fuori la Svezia, c'è da giorni una petroliera battente bandiera liberiana di proprietà della società russa Novorossiysk: alcuni analisti sostengono che si possa trattare di un'unità-madre fatta intervenire proprio per assistenza. E a quanto pare si sta muovendo anche la "Professsor Logachev", nave specializzata in operazioni di recupero: partita da una base russa, viaggia verso ovest. Ufficialmente è in direzione Las Palmas, ma due navi da guerra olandesi la seguono da lontano. Per sicurezza.

Supposizioni, anche perché ufficialmente Mosca nega, anzi ironizza sul «Risparmiate denaro», delle ricerche, mentre invece la Svezia le ha spettacolizzate quelle ricerche, portandole sotto gli occhi delle telecamere internazionali. Se quella russa era una missione di disturbo, per certi versi propagandistica, Stoccolma si è messa sulla stessa linea, opposta, dimostrando alla comunità internazionale che "sulla Russia si picchia duro".

C'è comunque confusione e pochi dati certi e chiari, va detto: figurarsi che poche ore dopo la diffusione della foto dell'ipotetico minisub, è girata anche un'immagine che ritraeva una figura umana sulle scogliere d'intorno. Si diceva fosse un frogman degli Spetsnaz sceso per perlustrazione o per piazzare quei sensori: invece s'è scoperto che era un pensionato svedese andato a pesca.

Il dato certo, è che le notizie che arrivano dal largo dell'enclave russa di Kalinigrads, si inquadrano all'interno di un di crescente ostilità tra Europa (sopratutto nord e est) e Russia.

In Polonia – dove quell'enclave è ospitata – mercoledì scorso sono stati arrestati due uomini con l'accusa di collaborare con i servizi segreti militari russi (Gru). I due sono stati presi a Varsavia: uno è un tenente colonnello impiegato al ministero della Difesa, che avrebbe avuto accesso a documenti riservati NATO; l'altro un avvocato che sta lavorando a un importante progetto energetico: un gasdotto con il quale la Polonia conta di prendere gas naturale direttamente dal Qatar, superando la dipendenza dalla compagnia “del Cremlino” Gazprom.

Varsavia, ex satellite russo, è attualmente uno di quei paesi che, dopo la crisi ucraina, chiedono all'Alleanza Atlantica una maggiore presenza militare sul proprio territorio al fine di controbilanciare la politica di Mosca – considerata espansionista, aggressiva, pericolosa. Con i polacchi, gli ungheresi: il Parlamento europeo sta per votare la richiesta avanzata dal governo di Budapest sulla revoca dell’immunità a un europarlamentare ungherese accusato di spionaggio per i russi. E poi l’Estonia, che ha accusato la Russia di aver mandato una squadra speciale a rapire un uomo dei suoi servizi segreti: il blitz militare sarebbe avvenuto addirittura di qua della frontiera estone, il 5 settembre scorso.

Scenari di cui ormai s'era persa l'abitudine: clima da Guerra Fredda. In Ucraina, nel frattempo, c'è tutt'altro che chiarezza sul futuro del Paese – mentre questo giornale va in stampa, il premier della filorussa autoproclamata repubblica di Donetsk, annuncia che «Kramatorsk, Mariupol e Sloviansk saranno nostre; abbiamo intenzione di riconquistarle e non si esclude un'azione militare».

Eppure le sanzioni internazionali contro Mosca cominciano a farsi sentire sonoramente: il tonfo del rublo di inizio mese è molto più di un segnale (è stato toccato il minimo storico contro dollaro e euro). Certo, c'è un contro-effetto: se il rublo è debole (debolissimo come adesso), diminuiscono le importazioni e Paesi come l'Italia (che in Russia ha un forte mercato export) ne soffrono.

Oltretutto il fattore petrolio potrebbe peggiorare la situazione di Mosca: il New York Times aveva spiegato che dietro al motivo della discesa dei prezzi del greggio, c'è la volonta dell'Arabia Saudita di continuare a immetterne grosse quantità sul mercato, non curandosi della diminuizione dei prezzi.

Il budget statale russo è ancorato a un prezzo di vendita del greggio di 105 dollari al barile: ora è intorno ai novanta. Se dovesse calare troppo, Mosca non riusicrebbe più a pagare le spese dello Stato.

La Banca centrale russa sta già studiando scenari di stress estremi simulando livelli di crisi spinti, forse difficilmente raggiungibili, ma non del tutto utopici. Entro fine anno, potrebbero "fuggire" dalla Russia 120 miliardi di capitali. Il rublo è molto lontano dall'essere la «moneta rifugio» che Putin progettava nel 2007. Ma il "presidente-zar" incurante, continua a giocare il suo Risiko di navi e spie.

Quello che è peggio, è che qua da noi, in Italia, alcuni lo considerano uno statista da prendere come esempio.