mercoledì 1 luglio 2015

Pessime notizie dal Sinai, mentre l’IS colpisce Hamas a Gaza

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(Pubblicato su Formiche)

«La sharia sarà applicata a Gaza a dispetto di voi», ha detto un uomo a volto coperto in un video girato da Aleppo e indirizzato ai «tiranni di Hamas» . All’interno della Striscia, se non proprio a Gaza, ci sono gruppi radicali che inquadrano Hamas come una realtà “troppo moderata” e che colpiscono con attentati uomini legati al partito/milizia palestinese: sono gruppi che si proclamano affiliati allo Stato islamico.

Nell’enclave costiera palestinese, non è nuova la presenza di entità islamiste che non ritengono sufficientemente integra l’applicazione conservatrice dell’Islam che Hamas propone nella zona. Solitamente vengono definiti “salafiti-jihadisti”: nel 2009 un gruppo di questo genere arrivò a proclamare un Emirato islamico a Rafah, la calda zona di frontiera con l’Egitto ─ l’iniziativa fu poi repressa dalle forze di sicurezza di Hamas.

Questi gruppi sanno di non poter competere al momento con la radicazione territoriale di Hamas, tuttavia sottolineano continuamente la propria presenza, anche cercando di complicare i già tesi rapporti con Israele. Ogni tanto lanciano un razzo verso il territorio dello stato ebraico, cercando di provocare una reazione violenta di Tel Aviv e di approfittare di un nuovo eventuale conflitto, che potrebbe sia creare uno spazio di attività per questi gruppi filo-IS (come successo in Siria, Libia e Yemen), sia indebolire le forze militari di Hamas facendo allentare la presa su Gaza al partito/milizia.

La narrativa su cui questi gruppi, che si sono riuniti in un consiglio direttivo centrale ─ che sostiene anche un’ala militare, la brigata Omar Hadid ─, cercano di creare proselitismo è semplice e diretta: a Gaza la popolazione vive male, è povera e sofferente, perché Hamas ha accettato troppo passivamente le restrizioni israeliane ed egiziane, invece nelle aree siro-irachene dove regna il Califfo si vive bene perché Dio ci protegge.

Risultato: testimonianze raccolte tra i salafiti-jihadisti, che raccontano di come sia bello vivere sotto il Califfato tramite i messaggi ricevuti da parenti e amici che sono partiti a combattere il jihad verso la Siria o l’Iraq, e di come sarebbe bello che il Califfo arrivasse anche a Gaza. Per ora, secondo quanto diffuso dalle autorità, non ci sono ufficialmente collegamenti diretti tra l’amministrazione centrale siro-irachena e i gruppi locali, anche se sono state tracciate linee di denaro che rientrano in territorio palestinese dalla guerra a est, frutto dei compensi che i combattenti recepiscono dall’IS e che rigirano alle proprie famiglie a Gaza.

Le forze di sicurezza di Hamas hanno avviato nel mese di aprile una fitta serie di ricerche che ha portato all’arresto di diversi esponenti dei gruppi più radicali ─ molti di questi sono stati torturati durante gli interrogatori. Come rappresaglia, i gruppi hanno scatenato una serie di attentati contro uomini di Hamas ─ uno ha colpito un negozio di pollo di proprietà di un funzionario dell’intelligence, Saber Siyam ─ e il lancio di razzi per provocare la rappresaglia israeliana. A quel punto Hamas ha provato una distensione, rilasciando alcuni dei catturati, tra questi c’era anche Mahmoud al Salfiti, condannato a 15 anni di carcere per l’omicidio dell’attivista italiano Vittorio Arrigoni, nel 2011 ─ ora sembra che al Salfiti sia fuggito in Siria. Molti appena rilasciati sono stati rispediti in carcere, con addosso ancora i segni delle torture.

La linea dura di Hamas contro i gruppi più estremisti, sta lenendo alcune tensioni con Israele, nell’ottica del nemico comune. Sia Tel Aviv che Gaza, hanno inquadrato il rischio maggiore: se lo Stato islamico si espande nella Striscia, può facilmente arrivare a contatto con la Wilayat Sinai, la realtà affiliata allo Stato islamico che opera nella penisola egiziana. Da ottobre l’Egitto ha creato una zona di cuscinetto sul confine, demolendo diversi edifici e distruggendo i tunnel che erano usati per i passaggi di contrabbando da e per la Striscia.

In queste ore la fazione egiziana dell’IS ha lanciato una potente offensiva simultanea contro le forze governative per conquistare la città di Sheikh Zuweid, a pochi chilometri da Rafah e quindi dal confine israeliano e palestinese. Si tratta della serie di attacchi più grandi avvenuti nel Sinai ─ dove dopo il rovesciamento di Mohammed Morsi avvenuto due anni fa da parte dei militari (e dell’attuale presidente Sisi) sono stati uccisi circa 600 soldati egiziani.

La battaglia è ancora in corso, e le notizie che arrivano sono confuse anche a causa del blackout-media imposto dal governo del Cairo: si parla di 30 o forse 50 o addirittura 70 militari uccisi, diversi feriti e alcuni rapiti dall’IS. Ora gli F16 dell’Aviazione stanno bombardando le postazioni dei combattenti islamici.

Lunedì al Cairo, un’autobomba ha ucciso il procuratore generale Hisham Barakat: secondo gli analisti la firma è quella del gruppo del Sinai: una volta conosciuto come Ansar al Beit Maqdis, da novembre ha fatto la bayat al Califfo, il giuramento di fedeltà, ed è diventato “Provincia” dello Stato islamico a un passo da Gaza e Israele.


martedì 30 giugno 2015

Israele crea uno special team per attaccare l’Iran (che non si sa mai)

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(Pubblicato su Formiche)

Doveva essere oggi 30 giugno la deadline per il deal sul nucleare iraniano, ma la data è stata prorogata, spostata per l’ennesima volta, nell’ottica di un negoziato difficilissimo che con ogni probabilità sta attraversando la fase più complicata nonostante l’intesa generica trovata con l’accordo quadro siglato ad aprile. Ci sono aspetti che sembrano ancora fermi al momento in cui la trattativa è iniziata, cioè 18 mesi fa. Come saranno gestite le ispezioni internazionali? Teheran permetterà la presenza degli osservatori nelle proprie centrali? Che tempi di sviluppo dovranno avere le infrastrutture nucleari iraniane? E poi c’è il grande tema, quello sollevato da Alan Kuperman sul New York Times: l’allungamento del tempo di breakout, cioè quello necessario all’Iran per produrre uranio arricchito a livello militare ─ adesso è di due/tre mesi, lo spegnimento di diverse centrifughe dovrebbe portarlo fino a un anno, ma successivamente nuovi sviluppi dell’industria nucleare iraniana potrebbero farlo anche scendere a una settimana.

Tutti gli attori istituzionali al tavolo negoziale, si dicono, per lo meno a parole, fiduciosi sulla possibilità di trovare a breve un’intesa (posizioni ufficiali, che spesso si scontrano con le rivelazioni ai media di anonimi funzionari che seguono i colloqui o con le letture degli analisti). Tra questi, una specie di convitato di pietra è Israele: la Repubblica Islamica è nemica esistenziale dello stato ebraico (l’affermazione può avere anche l’opposta direzionalità), per questo Tel Aviv non partecipa ai negoziati, anzi, non perde occasione per delegittimarli e descriverli come il massimo dei mali possibili in questo momento.

Teheran è considerata dagli israeliani una minaccia incombente, e in questo trova ragione quanto rivelato dal sito di informazione in lingua ebraica Walla!, secondo cui il capo di stato maggiore di IDF (l’esercito israeliano), Gadi Eizenkot, ha messo il suo vice, Yair Golan, a capo di una squadra che dovrà studiare un piano di attacco militare da utilizzare contro l’Iran.

Sui giornali israeliani più vicini alle istanze della Difesa, da tempo si legge della necessità che la Knesset non tagli i bilanci militari, perché la possibile firma dell’accordo sul nucleare iraniano, significherebbe il caos nella regione mediorientale, e potrebbe richiedere un impegno armato contro Teheran. In realtà l’opzione di un attacco alle centrali nucleari iraniane è in pianificazione da oltre 15 anni, spostando puntualmente i bilanci soprattutto dell’Aviazione, perché l’opzione di una serie di attacchi aerei è considerata la più percorribile a tutt’oggi. Due mesi fa tutti i membri degli squadroni di F16 israeliani, hanno tenuto un’esercitazione in Grecia: l’addestramento riguardava operazioni rapide notturne in un teatro operativo sconosciuto. Testimonianza che si trattava di un training mirato, è lo schieramento a terra di sistemi missilistici avanzati tipo gli S-300, che la Russia ha in consegna per l’Iran.

Il clima che si respira negli ambienti più tosti di Tel Aviv è semplicemente riassumibile: l’Iran sta bluffando. Mente sullo stop al progresso nucleare militare, mente sul numero dei reattori, mente sull’intero programma. A questo si aggiunge il timore che il sollevamento delle sanzioni internazionali possa arricchire le casse degli ayatollah di soldi che poi potrebbero finire per alimentare gruppi terroristici filo-iraniani e nemici di Israele (Hezbollah e Hamas, in pratica).

La preoccupazione del “nemico-Iran” sta accomunando le visioni strategiche di alcuni Paesi dell’area mediorientale che in precedenza non avevano rapporti diplomatici così cordiali. Un paio di settimane fa, due alti funzionari del governo saudita e di quello israeliano hanno tenuto un incontro comune (dove hanno parlato di una strategia per contrastare Teheran) in un think tank di Washington.La scorsa settimana Haaretz parlava di colloqui distensivi tra Turchia e Israele avvenuti in segreto a Roma. I due Paesi una volta erano alleati, ma i rapporti si sono interrotti dopo che nel 2010 un commando di incursori dell’unità speciale israeliana “Shayetet 13″, nell’ambito dell’operazione militare “Brezza Marina”, aveva assaltato la nave turca “MV Mavi Marmara” appartenente alla Freedom Flotillia per Gaza, mentre cercava di forzare il blocco navale portando aiuti umanitari nella Striscia. Negli scontri sul ponte della nave, nove attivisti rimasero uccisi e decine feriti, mentre sono stati feriti (due in gravi condizioni) anche diversi militari.

La condanna da parte di Ankara dell’assalto, aveva aperto la crisi diplomatica tra i due Paesi con l’espulsione dell’ambasciatore israeliano. Ora si parla di un risarcimento che Israele pagherà alle famiglie delle vittime, come richiesto dalla Turchia. La possibilità della soluzione arriva due settimane dopo che l’AKP, il partito del presidente Recep Tayyip Erdogan, non nuovo ad uscite antisioniste, ha perso la maggioranza in parlamento, ma non solo.

Negli anni attorno al 2010, la Turchia, in piena spinta economica e di crescita, era diventata il fulcro della geopolitica regionale ed era riuscita in parte ad offuscare l’influenza iraniana in Siria, Libano, Palestina e Iraq. A quei tempi, facendo leva su quella nuova centralità, Ankara, membro Nato ma non nuova a posizioni estremamente ambigue, si era esposta a difesa del programma nucleare iraniano e proposta nel ruolo di mediazione con Teheran ─ arrivò pure a votare contro le sanzioni chieste dall’America al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Ora la Turchia è stata completamente estromessa dai negoziati del 5+1 (USA, Cina, Russia, Francia, Inghilterra, Germania) che hanno portato avanti quest’anno e mezzo di colloqui con l’Iran; in più in questo momento, il possibile accordo si basa su equilibri geopolitici completamente rovesciati. La Turchia non gode più di quella propulsione, e all’opposto l’Iran, con il ruolo svolto nella lotta al Califfato praticamente al fianco della Coalizione internazionale in Iraq e Siria, e con l’influenza pesante di cui gode a Baghdad e Damasco (e Beirut e Sana’a), si trova in una posizione di assoluto favore. Gli errori di Ankara nella gestione delle Primavere arabe, l’ambiguità nei confronti delle posizioni radicali incarnate dai gruppi jihadisti sunniti, hanno spostato l’influenza mediorientale che aveva la Turchia, verso l’Iran.

Erdogan sa che dovrà ricostruirsi una posizione, e gioca al solito la carta dell’ambiguità. Se non si schiera contro Teheran, non vuole nemmeno mettersi contro i nemici di Teheran, e lascia lo spazio politico a una riconciliazione con Israele.

La guerra italiana al Califfo

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(Uscito sul Giornale dell'Umbria del 30/06/2015)

Dai giorni intorno all'11 giugno, sono cominciate ad arrivare dai giornali americani le prime indiscrezioni sulla nuova linea per combattere lo Stato islamico ─ una poco convincente escalation che manca ancora di una strategia completa. In quei giorni il generale a quattro stelle del corpo dei Marines, John Allen, che il presidente Barack Obama ha richiamato dalla pensione per incaricalo di coordinare gli sforzi della Coalizione internazionale contro l'IS, era in Italia. Il 10 giugno, con esattezza, ha incontrato i ministri di Esteri e Difesa, il capo di stato maggiore della Difesa e il comandante generale dell'Arma dei Carabinieri.

Obama, nella nuova linea, chiede che tutti i Paesi aderenti alla Coalizione, facciano qualche sforzo in più: una specie di escalation. Ed è possibile che sia stato proprio gen. Allen a chiedere all'Italia un piccolo ulteriore impegno.

Lo scoop del Foglio di qualche giorno fa, basato su fonti interne (e ovviamente anonime) della Farnesina, parla dell'invio di 30 uomini del 9° Reggimento “Col Moschin” a Ramadi. Notizia finora deviata e smentita dalla ministro Roberta Pinotti. Gli uomini del reggimento d'assalto dei parà italiani, avranno come stanza la nuova base che gli americani stanno mettendo in pieni in super velocità a Taqqadum, tra Falluja e Ramadi ─ due città dell'Anbar sotto il controllo del Califfo, al centro dei combattimenti. La creazione della base rientra in quel rinnovato impegno “anti-IS” annunciato dall'Amministrazione americana un paio di settimane fa.

Finora i soldati italiani si muovono nel territorio iracheno come advisor militari. Sotto il comando della “Task Force 44” coordinata da Baghdad (la “45” è quella che opera nel teatro afghano), le forze speciali italiane stanno portando avanti una missione di consulenza e training sia all'esercito iracheno, sia ai curdi del nord ─ a cui sono state passate anche varie armi. I trenta incursori in arrivo, però, avranno regole d'ingaggio diverse e concordi con questa nuova fase. Sempre stando al Foglio, avranno passaporti diplomatici che ne garantiranno l'immunità, perché il loro compito sarà quello di affiancare gli americani “fuori dalle basi”.

In questo momento la nuova linea studiata dai consulenti militari di Obama, si rifà alla vecchia idea del generale David Petraeus, l'uomo di Bush ─ ma anche Allen lo era ─ che aveva pensato durante la guerra d'Iraq che per combattere al Qaeda (il prodromo ideologico e pratico dello Stato islamico) era necessario far leva sui sunniti. Un ribellione sunnita che passò sotto il nome inglese di “Sunni Awakening” e quello arabo di “Sawah”, il Risveglio. All'epoca c'era il Surge, l'operazione militare diventata dottrina neocon con cui gli USA aumentarono il numero di soldati in Iraq, ora c'è un più obamiano e disimpegnato “mini-surge”. Arriveranno a Taqqadum, per adesso, circa 550 soldati americani, di cui una cinquantina avranno il compito operativo di sensibilizzare i sunniti contro l'efferatezza del Califfo, metterli in armi e addestrarli a combattere l'IS. E i trenta del “Col Moschin” staranno insieme a loro, a quanto pare.

Dunque è arrivato il momento in cui l'Italia inizierà a combattere lo Stato islamico con un ruolo più operativo. In Iraq, mentre molti pensavano che questa fase sarebbe passata prima dalla Libia, paese mediterraneo la cui “responsabilità” è prerogativa italiana, sia per interessi diretti, sia per volontà dell'alleato americano.

C'è una notizia di questi giorni, che rende chiara l'idea sulla centralità del teatro di guerra iracheno ─ e sminuisce un po' la tanto recitata pericolosità dell'IS a sud delle nostre coste (occhio però, ché il problema c'è e non per questa va sottovalutato).

Derna, la capitale libica del Califfato, è caduta. I baghdadisti inviati dal Califfo in persona a conquistare la Libia qualche mese fa, hanno perso il controllo della città ─ che era la capitale naturale dell'IS locale, perché ha legami storici con il terrorismo conosciuti fin dal ritrovamento dei “Sinjar Files”, una serie di documenti sui foreign fighters che combattevano in Iraq al fianco di al Qaeda ai tempi di Petraeus, dove sulle carte d'identità c'era scritto in maggioranza “città d'origine: Derna”.

Quelli che hanno sottratto la cittadina a est di Bengasi all'IS, non sono uomini del “moderato” governo di Tobruk ─ che non si è nemmeno mosso nella battaglia, ma che vorrebbe venisse tolto l'embargo sulle armi per combattere il terrorismo ─, o di un gruppo democraticamente ispirato, ma sono una milizia islamista che va sotto il nome di Majlis Shura Mujaheddin, in arabo “il consiglio dell’esecutivo dei mujaheddin”, un nome preso in Iraq e in Siria dai gruppi che poi si sono trasformati nello Stato islamico. Se la sono presa perché lo Stato islamico è ideologicamente troppo rigido e considera tutti gli altri gruppi infedeli: questi, che si chiamano Shura dei mujaheddin e dunque un po' alla fede ci tengono, si sono indispettiti, e così hanno smesso di abbozzare e attaccato gli uomini di Baghdadi. E li hanno pure battuti (figurarsi che bella situazione).

Ora l'IS in Libia, scacciato dalla sua capitale locale, è a Sirte. E, in misura minore a Sabratha.

Per chiudere il ciclo, Sabratha è la città da cui parte il gasdotto Greenstream che riemerge a Gela portando il gas libico in Italia, ed ha un legame con gli incursori italiani. Quando nel 2011 dopo la cacciata del rais Gheddafi, i funzionari dell'Eni, le cui piattaforme offshore sono di rimpetto a Sabratha, rientrarono nel Paese, furono scortati dagli uomini del Comando subacquei e incursori , i “Comsubin”, le forze speciali della Marina italiana: furono loro a dichiarare l'area bonificata prima di riprendere le attività lavorative dell'Eni.

E chissà che, se dovesse servire un impegno libico diretto ─ magari davanti ad un'ondata di vendetta dell'IS per aver perso il controllo della città più rappresentativa ─, Sabratha non diventi la “Taqqadum libica” per i nostri soldati. Ormai siamo in ballo, d'altronde.


lunedì 29 giugno 2015

«Finché l’ISIL esiste saremo in pericolo»

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(Pubblicato su Formiche)

«Ci sono persone in Siria e Iraq che stanno tramando per compiere atti terribili in Gran Bretagna…finché l’ISIL [lo Stato islamico, o ISIS] esiste saremo in pericolo». «Il paese sia intollerante verso l’estremismo». Parole di oggi del primo ministro inglese David Cameron, a commento dell’attentato che ha colpito la città turistica tunisina di Sousse ─ dove un pazzo armato di kalashnikov ha ucciso 38 turisti in spiaggia, di questi 30 sono inglesi.

La scorsa settimana, durante una conferenza internazionale sulla sicurezza in Slovacchia, Cameron aveva rivolto un discorso molto diretto e duro alla comunità musulmana inglese, accusandola di non fare abbastanza per isolare il fenomeno del radicalismo, per distinguersi da esso, e per fare in modo che i giovani islamici non finiscano attratti dalla narrativa jihadista. Un atteggiamento che ha definito il “condoning quietly” delle idee estremiste da parte di aree della comunità islamica. «Ci sono sempre stati i giovani arrabbiati che sposano cause che credono rivoluzionarie. Questa causa è cattiva, è contraddittoria, è inutile ma è oggi particolarmente potente. E io credo – ha detto Cameron – che sia così potente perché le viene dato credito. Così, succede che se tu sei un ragazzo che ha problemi con il mondo o una ragazza in cerca d’identità e ci sono argomenti che sono condonati silenziosamente su internet – e forse anche in alcune parti della comunità – allora non è un salto così lungo, passare da teenager inglese a combattente dello Stato islamico o a sposa di un jihadista. Un salto meno lungo rispetto a chi non è stato esposto a questi argomenti».

Erano i giorni in cui iniziava il Ramadan, quelli in cui i politici solitamente si arruffianano i consensi delle comunità islamiche con auguri e “messaggi ecumenici”, mentre invece Cameron c’è andato giù pesante ponendo il problema all’Islam stesso, accusando parti della stessa comunità islamica di essere eccessivamente docili con l’estremismo.

Una linea inusuale tra i leader occidentali, che non accedono facilmente a certe dialettiche per non correre il rischio di di accuse di islamofobia e di generalizzazioni. Vero che quel discorso di Cameron arrivava in un momento particolarmente sensibile. La scorsa settimana si è saputo che Talha Asmal, un ragazzo musulmano di diciassette anni di Dewsbury, Inghilterra centrale, si è fatto saltare in aria con un’autobomba a Baiji, dove infuoca la battaglia tra IS e soldati iracheni per il controllo della più grande raffineria d’Iraq. Vero che i dati sono inquietanti: sarebbero almeno seicento gli inglesi partiti per il jihad tra Siria e Iraq. Vero che quello che è successo a Sousse ha alzato ancora più in su l’asticella dello “sconvolgente ed efferato”, e ha colpito al cuore l’Inghilterra. Ma oltre l’aspetto emotivo ed emozionale, le parole di Cameron vanno realmente calate nel problema.

La stessa Tunisia ha fatto capire che quel problema sta in parti della comunità religiosa islamica: dopo l’attentato al resort Imperial Marhaba, il governo di Tunisi ha ordinato la chiusura di ottanta moschee considerate troppo inclini alla predicazione radicale e bacini colturali del jihadismo.

***


Lo scorso venerdì, il primo dall’inizio del Ramadan, ci sono stati altri due attacchi terroristici oltre a quello tunisino, uno in Francia e uno Kuwait, quasi contemporanei, quasi un film. Con ogni probabilità non erano parte di un’azione comune organicamente diretta dalle sedi madri del Califfato. L’uomo di Parigi aveva problemi personali con la vittima, e continua a dire di non essere un terrorista, anche se c’è ancora da capire gli aspetti legati al selfie che si è scattato con la testa del suo datore di lavoro decapitato, inviando l’immagine a un account Whatsapp canadese, che sembra appartenga a una persona la cui rotta è stata tracciata ora in Siria. Il kamikaze che si è fatto esplodere in una moschea sciita a Kuwait City, è l’unico che ha legami diretti con il Califfato: la Regione di Nadj dello Stato islamico, cioè il centro dell’Arabia Saudita, ha rivendicato la strage. Il terrorista tunisino, invece, sembra un self-made: testimonianze raccolte dal New York Times e dal Wall Street Journal, lo descrivono impacciato nell’usare il fucile d’assalto, impreciso nella mira, un principiante, insomma, non uno che avrebbe ricevuto un qualche genere di preparazione militare nei campi del terrore sparsi per il mondo. Era uno studente incensurato, forse aveva un complice ─ e sarà interessante capire chi fosse quest’altra persona.

Ma per certi aspetti, questo è ancora più preoccupante: le cellule non hanno bisogno di prendere posizione, contatti, creare basi e logistica. I terroristi sono ispirati all’azione dalla semplice e diretta narrativa, “lupi solitario” li chiamiamo, e in quest’ottica i movimenti che potevano attirare le attenzioni delle intelligence scompaiono, perché chiunque può diventare un terrorista fomentato dai messaggi d’odio dello Stato islamico.

Pur nella disconnessione dei tre fatti, si può cogliere comunque l’evidenza di una linea comune, che sta probabilmente in un testo di cui da diverso tempo si discute negli ambienti degli analisti, poco conosciuto in Italia e in Occidente, di cui per la prima volta, mesi fa, ha parlato su Twitter Daniele Raineri del Foglio: “Idaraat al Tawahush”, ossia “La gestione delle barbarie”.

L’autore è un qaedista conosciuto con il nome di Abu Bakr Naji, ucciso nel 2008 da un attacco drone in Pakistan. Nel libro si spiega che la nazione dei musulmani, la Umma, dovrà attraversare varie fasi prima di arrivare all’equilibrio finale del Califfato. La prima di queste riguarda appunto la gestione della barbarie: una campagna iperviolenta per destabilizzare gli Stati di diritto, mettendo nell’obiettivo i luoghi più sensibili e i più delicati ─ e venerdì lo scopo è stato raggiungo: una centrale del gas in Francia gestita da una ditta americana in affari con l’Arabia Saudita, cioè tutti insieme i demoni del jihad dell’IS; una moschea sciita in Kuwait, cavalcando l’odio settario che sta infiammando la regione mediorientale; una spiaggia tunisina, paese simbolo della vittoria delle Primavere arabe sull’Islam di regime, che si regge sul turismo.

Una nota. Cameron chiama lo Stato islamico, o ISIS, “ISIL”: è un uso molto comune nel mondo anglosassone (è quello che utilizza la Casa Bianca, per capirci), dove la “L” sta per Levant, Levante, regione storica mediorientale, e serve soprattutto per togliere di mezzo la parola “Siria” dall’acronimo, con il fine di evitare di esplicitare direttamente che l’Occidente sta combattendo una guerra a un nemico comune, il Califfo, dallo stesso lato del fronte del regime siriano di Bashar al Assad. A proposito di acronimi, Cameron ha criticato la BBC, colpevole secondo lui di utilizzare il termine “Stato islamico” e legittimarne l’esistenza ─ e favorirne la suggestione.


giovedì 25 giugno 2015

L’Iran quest’anno ha consegnato 10 milioni di barili di petrolio alla Siria. A gratis

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(Pubblicato su Formiche)

Che siano sei miliardi di dollari l’anno, come sostiene l’inviato speciale dell’Onu per la Siria Staffan de Mistura, oppure addirittura 15-20, è noto che l’Iran puntella il regime di Bashar al Assad e gli permette con ingenti aiuti di continuare la guerra civile. Fa impressione vedere le mappe che fotografano la situazione attuale in Siria: in mano alle forze governative è rimasta soltanto una striscia vitale di territorio lungo la costa mediterranea che poi scende giù verso il confine libanese fino a Damasco. Una percentuale che, occhio e croce, sarà il 10-20 per cento dell’estensione geografica nazionale. Il resto, che sia Stato islamico o ribelli di altro genere o curdi, non è più controllato da Assad.

È un investimento cospicuo quello di Teheran, che trova capitoli di spesa di diverso genere, dalle armi passando al sostentamento delle milizie libanesi di Hezbollah, emanazione diretta del potere sciita iraniano, che rappresentano l’unità migliore tra i reparti combattenti delle forze lealiste. E poi c’è il petrolio.

Un recente rapporto di Bloomberg ha stimato che dall’inizio dell’anno sono arrivati in Siria 10 milioni di barili di greggio iraniano (più o meno 60 mila al giorno, che considerando un prezzo intorno ai 59 dollari al barile, dà un totale di 600 milioni di dollari di aiuti in questi sei mesi del 2015). La Siria ha un territorio petrolifero, e un tempo riusciva anche ad esportare verso est una parte delle sue riserve, ma aveva una produzione di 400 mila barili al giorno. Ora si è dimezzata, e la gran parte dei pozzi sono controllati dallo Stato islamico (o dai curdi) ─ si ricorderà il ruolo “nel settore” del leader dell’IS Abu Sayyaf, di cui si è molto parlato perché ucciso in un raid delle forze speciali americane sul suolo siriano, circostanza inusuale, in cui fu catturata la moglie.

Secondo le analisi di Bloomberg il petrolio sarebbe stato trasportato in 10 carichi, approdati tutti al porto siriano di Banias, che è ancora sotto il controllo del regime ─ anche da questo si capisce l’importanza per Assad di controllare lo sbocco mediterraneo, che sta dietro al motivo per cui il presidente ha scelto di arroccarsi ad ovest, cedendo gran parte del territorio restante ai ribelli (poi, ovviamente, c’è l’impotenza militare a tenere l’avanzata degli altri). I viaggi di due tre settimane, percorrono le rotte a sud della Penisola Araba, attraversano lo stretto di Hormuz e risalgono per il Canale di Suez: i luoghi di partenza sono probabilmente l’isola di Khark (a nord del Golfo Persico) o di Sirri (più a sud, davanti Dubai).

L’ultima in ordine di tempo di queste consegne, dovrebbe essere stata effettuata il 26 maggio, quando la petroliera “Amin” ─ una delle tre petroliere “Suezmax” che l’Iran sta utilizzando ─ ha scaricato 1 milione di barili a Banias. Qui poi, la raffineria lavora il prodotto grezzo e lo trasforma nel combustibile che permette il funzionamento di corrente, riscaldamento, carburanti, nell’area protetta del regime. «Fondamentalmente l’Iran sta alimentando tutto il Paese» ha commentato su Bloomberg Anthony Cordesman del Center for Strategic and International Studies di Washington.

E lo sta facendo gratuitamente. Fornire petrolio senza aver in cambio pagamenti, permette all’Iran di aggirare le sanzioni internazionali secondo cui può vendere greggio soltanto a sei Paesi: Cina, India, Giappone, Corea del Sud, Taiwan e Turchia.

Una situazione complicata. Il dipartimento di Stato americano già dalla scorso estate ha segnalato questi traffici, che sono a tutti gli effetti violazioni delle sanzioni e attività sanzionabili, solo che l’assenza di una linea di pagamenti rende impossibile bloccarli. Qua non ci sono conti bancari da congelare e piste di soldi da seguire: l’unica cosa è fermare fisicamente le petroliere, ma è un’eventualità a tutti gli effetti impraticabile per ovvie ragioni.