martedì 5 maggio 2015

La guerra in Siria ad una svolta (col punto interrogativo)

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(Uscito sul Giornale dell'Umbria del 05/05/2015)

Nell’ultimo mese Idlib, una grossa città del nord siriano, è uscita dal controllo dei governativi per la prima volta dall'inizio del conflitto. Pochi giorni dopo stessa sorte è toccata ad altre città delle provincia settentrionale. Si tratta di capisaldi sull’autostrada M4 che porta a Latakia, la città costiera centro di potere alawita (la setta sciita a cui appartiene il presidente Bashar al Assad).
Le sconfitte militari si appaiano con le questioni interne al regime, che sono di diversi ordini e vanno dalle lamentele velate contro l’inner circle assadista, fino al capo della polizia segreta di Damasco Rustom Ghazaleh picchiato a morte da quelli dell'intelligence militare per ordine del loro capo Rafiq Sheahdeh. La nomenklatura tutta è generalmente scettica sulla capacità di tenuta di Damasco - esprimerlo apertamente è un concetto di altro genere, soprattutto in un mondo come quello siriano, dove chi si oppone finisce misteriosamente “suicidato”.

Il consenso alawita
Anche la base del consenso alawita comincia a dubitare delle reali capacità del presidente di proteggerli. E pure i soldi stanno finendo: la lira siriana che prima del conflitto aveva un rapporto con il dollaro americano di 50 a 1, ora è cambiata dalla Syrian Central Bank a 189 - nel mercato nero, che viaggia a ritmi molto più alti di quello ufficiale, a 300. Parlando in linea generica, il valore della lira siriana funziona come indice di fiducia a lungo termine. Dunque più è basso, più la stabilità barcolla, meno la Siria è affidabile.

La leva obbligatoria
Un altro indice importante della crisi del regime, riguarda la leva obbligatoria. Aspetto che salda insieme la questione militare e quella sociale: il New York Times racconta di come sta aumentando velocemente il numero dei disertori. Anche tra gli alawiti, che per diverso tempo hanno fatto da zoccolo duro dell’esercito nella speranza che prima o poi potesse tornare lo status quo ante 2011. Ora che non si fidano più, fuggono per non arruolarsi, perché arruolarsi significa andare a far parte di divisioni deboli, con quadri di medio livello inesperti, e mettersi davanti ai cannoni dei ribelli.
Quattro anni fa, l’esercito siriano era composto da 250mila effettivi; ora, dopo le defezioni e le uccisioni, sono rimasti in 125mila. A questi si aggiungono altre svariate migliaia tra uomini delle milizie filo governative, le shabiha (le squadracce del regime), e i combattenti sciiti, che l'Iran - che ha un fortissimo ascendente su questi, essendo il riferimento dello sciismo a livello mondiale - ha mobilitato da Libano, Iraq, Pakistan e tra gli hazari afghani. Uno dei motivi che fa indispettire di più gli ufficiali - i papaveri del potere, in un regime militarista come quello siriano - è proprio il ruolo sempre più predominante che sta prendendo Hezbollah all’interno delle attività militari. Il partito/milizia libanese, comanda le operazioni in ogni zona dove è presente. Secondo Charles Lister, analista esperto di Medio Oriente del Brookings Doha Center, si tratta di un piano dell’Iran - che è partner del governo siriano e in contemporanea sponsorizza da sempre i libanesi di Hez - che sta creando uno «stato nello stato» per avere la massima presa possibile sulla Siria, quando Assad cadrà. Una perdita di sovranità che non va giù agli alawiti al potere.
Poi ci sono pure questioni più pratiche: gli Hezbollah sono pagati in dollari dall’Iran, mentre i soldati prendono lo stipendio in lira siriana. In più, mentre i soldati del governo sono mandati a morire in lungo e in largo per il Paese (e questa volontà di far sentire la presenza su tutto il territorio, è forse la strategia che ha pesato di più sull’ingente numero di morti dell’esercito regolare), i libanesi difendono soltanto roccaforti di loro stretto interesse: i funzionari dell’intelligence americana stimano la presenza di oltre 5mila consulenti uomini partiti da Beirut, disposti a sud, sulle zone di confine con il Libano - da dove sarebbero pronti in diverse migliaia a fornire ulteriori rinforzi - e con Israele, e soltanto poche decine sono nella provincia di Aleppo, la seconda più grande città siriana (nel nord).

L'interessamento di Israele 
Tra le questioni importanti che riguardano le nuove traiettorie che sta prendendo il conflitto siriano, vale la pena ricordare anche l’aumento dell’interessamento israeliano. Ufficialmente la posizione del governo di Netanyahu è sempre la stessa, “minimo coinvolgimento”, ma da Tel Aviv cominciano a temere che quelle armi che gli iraniani forniscono ad Hezbollah (e quelle che i libanesi “si prendono” dalle armerie siriane con il consenso ob torto collo di qualche generale dell’esercito assadista) prima o poi possano essere usate contro lo stato ebraico - l’ultima guerra c’è stata nel 2006, ma un nuovo round è molto probabile nel prossimo futuro. Pochi giorni fa, i caccia israeliani hanno colpito alcune postazioni in Siria delle divisioni 155 e 65, quelle addette alle armi strategiche dell’esercito di Assad: dice IDF che stavano trasferendo missili a larga gittata ad Hezbollah. Il giorno dopo, quattro uomini armati, forse drusi (fetta sociale oggetto di una campagna di reclutamento del regime siriano), sono stati uccisi sul Golan mentre cercavano di passare il confine israeliano.
Netanyahu bombarda la Siria asap. A differenza di molti occidentali che hanno sviluppato un'inclinazione pragmaticamente realista che li porta a vedere il presidente siriano come un potenziale partner nella lotta al terrorismo islamico (vedi l’IS, ma anche diverse fazioni islamiste tra i ribelli, per prima la qaedista al Nusra), Bibi non ha bisogno di utilizzare le giustificazioni chic come l’unpalatable che gli americani usano per definire Assad - il termine è abbinato normalmente ai cibi che non sono proprio il massimo, ma comunque commestibili. Israele mantiene la Siria come nemico, e la distingue nettamente dall'Egitto di Sisi, presidente islamico che invece è “un vero partner affidabile” contro il terrorismo - la similitudine calza, perché anche l'egiziano non si può certo considerare un paladino di democrazia, diritti e libertà.

La stretta
A sud Israele martella. Ad est cìè lo Stato islamico. Al nord c’è la coalizione di ribelli con livello di islamismo variabile, che va dal moderato fino al radicale di Arhar al Sham e al Nusra: hanno preso Idlib e molte aree della sua provincia, si sono chiamati di Jaysh al Fatah, l’Esercito della Conquista, hanno una distribuzione mediatica potente e potabile (cioè non si fanno riprendere a tagliare gole a destra e manca, e questo aumenta l’interesse nella popolazione), sono organizzati militarmente al punto che ci sono indizi sul link con sauditi, turchi e qatarioti (messi in proprio davanti all'inerzia americana), e programma il rebrand più laico (cioè senza al Nusra) ad Aleppo. I governativi si stringono a ovest, verso il mare e il centro ancestrale di Latakia, ma Jaysh al Fatah sta cominciando ad aprire la strada verso una battaglia esistenziale.
E intanto oggi ripartono a Ginevra le consultazioni separate del delegato Onu Staffan de Mistura: questa volta parteciperà anche l’Iran, dopo la ripulitura diplomatica obamiana - quello stesso Iran che domenica faceva sapere tramite l’agenzia statale Fars News di aver in progetto di aumentare il supporto militare ad Assad.


Sapessi come è strano darsi appuntamento a Latakia

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Secondo quanto riportato dal quotidiano saudita Okaz, il governo siriano avrebbe dato ordine all’intelligence di contattare diverse famiglie dell’élite alawita residenti a Damasco, invitandole a lasciare la città entro 48 ore e a recarsi a Latakia (l’articolo è di due giorni fa, dunque l’ultimatum/countdown scadrebbe oggi).

Se fosse vero questa strana notizia, l’ordine di lasciare Damasco per ragioni di sicurezza e fuggire verso la città costiera roccaforte alawita, centro di potere e luogo ancestrale della setta sciita del presidente siriano Bashar Assad, sarebbe un chiaro segnale di come la guerra stia prendendo una brutta piega per il regime.

Okaz è un giornale di Jeddah, di stampo liberale, senza nessun membro della famiglia Saud tra gl azionisti, terzo per diffusione a Riad: una volta Lawrence Wright del New Yorker lo definì «la versione araba del New York Post» per il taglio spesso aggressivo e sensazionalistico che facilmente prendono i suoi articoli. Forse anche per questo, il report è stato accolto con un certo scetticismo dalla maggior parte degli analisti, che lo ritengono una mera azione di propaganda saudita. L’ordine di fuggire da Damasco sono «il desiderio e la fantasia degli attivisti», ha detto alJerusalem Post Joshua Landis, esperto di Siria e Medio Oriente dell’Università di Oklahoma.

Certo, non ci sono state smentite ufficiali dagli organi mediatici del regime siriano, ma stando alle ultime informazioni che diffuse dall’Osservatorio siriano per i diritti umani, la situazione nella capitale dovrebbe essere molto diversa. AFP riporta i dati dell’Osservatorio londinese ─ che sebbene sia molto citato, non garantisce nemmeno questo un’affidabilità cristallina ─ che sostengono che gli assadisti a Damasco stiano aumentando la presa. L’esercito ha tagliato le vie di comunicazione ai ribelli di Goutha ─ il quartiere è una sorta di centro di controllo degli anti regime, ed è stato oggetto dell’atroce bombardamento chimico dell’agosto del 2013 ─ lasciandoli isolati.

Intanto domani riprenderanno a Ginevra le consultazioni separate tra le parti, di fronte al delegato Onu Staffan de Mistura: ma è difficile che un barlume d’accordo sarà raggiunto. La guerra proxy siriana vede troppi attori impegnati, e mentre l’Iran, diplomaticamente ripulito dal deal sul nucleare, parteciperà ai negoziati, i sauditi si difendono con campagne mediatiche e aumentano le attività segrete a sostegno dei ribelli.


giovedì 30 aprile 2015

L’America traccheggia in Siria, gli alleati mediorientali no

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Gli alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente, hanno aumentato il loro sostegno ai gruppi ribelli siriani negli ultimi mesi, circostanza che apparentemente ampia il divario tra le posizioni di questi Paesi e quelle dell’Amministrazione americana.

La Casa Bianca, dopo un lungo periodo di riluttanza, si è convinta a sostenere più o meno ufficialmente (finora c’era un programma clandestino della Cia) alcuni gruppi di ribelli moderati, ma lo scetticismo che accompagna la decisione, rallenta le operazioni ─ una prima fase di training doveva partire in marzo, ma ancora non è operativa. Soprattutto, molti dei ribelli sul campo hanno dubbi sul cardine fondativo dell’iniziativa pensata da Washington: “i gruppi combattenti siriani devono essere il nostro esercito a terra contro lo Stato islamico”. Ma ci si dimentica che la ragione per cui quei civili si sono messi in armi quattro anni fa, non era sconfiggere il Califfo (che non era nemmeno una realtà esistente allora), ma di rovesciare il dittatoriale governo del presidente Bashar al Assad. E dunque, quanto meno, la missione dovrebbe avere entrambi gli obiettivi.

La caduta di Assad, è anche il punto focale nell’interesse di quegli stati che in questo momento sembra stiano sostenendo i ribelli con maggior vigore. Secondo quanto scritto da Liz Sly sulWashington Post, dietro ai recenti progressi delle forze ribelli nel nord della Siria ─ quelle legate alla coalizione di gruppi che va sotto il nome di Jaysh al Fatah, l’Esercito della Conquista ─ ci sarebbero gli aiuti militari e finanziari forniti da Turchia, Qatar e Arabia Saudita. I sauditi sono molto attivi in questi periodi, vedi lo Yemen, cercando di configurarsi definitivamente come potenza di riferimento regionale ─ e sottolineando la distanza dal nemico esistenziale iraniano, che è alleato di Assad e degli houthi yemeniti, e che ha fatto un accordo di “riqualificazione” con gli USA che non va proprio giù a Riad. Pure la Turchia, che ha sempre mantenuto un canale aperto con le opposizioni siriane (di vario genere), si trova adesso a dover prendere una posizione netta: lo Stato islamico è diventato un problema di sicurezza interna, con la diffusione continua di materiale propagandistico e con la presenza di un sottobosco operativo che sfrutta il territorio di Ankara per diversi tipi di traffici, circostanza che fin qui è stata anche quasi tollerata, ma che ora sta diventando problematica per le sue dimensioni ─ e dunque è arrivato il momento di scegliersi chi aiutare. E anche il Qatar è uno di quei paesi del Golfo che non ha mai celato il sostegno ai ribelli siriani, anche con finanziamenti ambigui a gruppi islamisti radicali.

L’occasione è propizia: il regime siriano è vittima delle liti tra papaveri della nomenklatura, sembra vacillare, e inizia a perdere colpi anche militarmente ─ ma, come ricorda un funzionario americano americano al WaPo, piano a giungere alle conclusioni, perché pochi mesi fa, si sosteneva che Assad stava diventando sempre più forte: la situazione è fluida, e le cose cambiano in fretta.

Il nuovo approccio dei tre alleati mediorientali dell’Occidente, potrebbe minare tre anni di politica americana in Siria. Obama è concentrato su una soluzione negoziata con Assad ─ l’idea parte da lontano, da quando la Casa Bianca decise di non attaccare Damasco dopo i bombardamenti al sarin ordinati dal governo al quartiere di Goutha, e di avviare il piano per lo smaltimento dellearmi chimiche suggerito dalla Russia. (Ancora una volta, però, in questa risoluzione politica della guerra, ci si dimentica che qualsiasi sia il compromesso raggiungibile con il governo siriano, non è abbastanza per segnare la vittoria netta che le opposizioni vogliono ─ cioè, la caduta definitiva del regime).

La principale delle remore che blocca (da sempre) l’amministrazione Obama nel fornire armi ai ribelli, è la presenza tra questi di forze radicalizzate e jihadiste. Il ruolo della Jabhat al Nusra, affiliazione siriana di al Qaeda, è stato determinante nelle vittorie riportate al nord dall’Esercito della Conquista (la presa di Idlib e Jisr al Shakhour e l’apertura per la via del mare e per Latakia, il centro di potere presidenziale). Se per Turchia, Qatar e Arabia, la questione può mantenere comunque degli estremi di sostenibilità, per gli Stati Uniti non è assolutamente potabile.

Secondo alcuni esperti, tuttavia, Washington dovrebbe iniziare a rischiare di più, pena perdere qualsiasi tipo di rilevanza in Siria. Attualmente, i pochi armamenti statunitensi che arrivano ai ribelli, seguono un attento protocollo: ci sono centri operativi in Giordania, Turchia e Arabia Saudita, dove i funzionari di intelligence locali coordinati con gli americani segnano le forze combattenti anti-Assad con diversi colori. Verde vuol dire che possono ricevere armi, rosso “no assolutamente”, mentre quelli in giallo richiedono analisi più approfondite. È realistico pensare che i bollini gialli siano la gran parte, visto che arrivati sul campo i gruppi ribelli assumo dinamiche del tutto diverse dagli intenti di partenza: non è casuale, per esempio, vedere entità più moderate allearsi con i qaedisti per ottenere più potenza di fuoco durante qualche battaglia. E in questa giungla ─ che inevitabilmente è la guerra ─ si sono viste armi su cui gli americani avevano dato via libera, finire in mano ai gruppi islamisti radicali.

C’è però anche un filone di analisti che crede che quello che sta succedendo non è altro che un’operazione controllata dagli Stati Uniti con un ruolo dal background. Si dice che è impossibile che l’America non sappia che i suoi alleati stanno fornendo più armamenti (molte delle quali sono proprio americane) ai ribelli siriani. Il passaggio attraverso i partner mediorientali, allora, eviterebbe ad Obama di sporcarsi le mani e di avere la coscienza pragmaticamente a posto su future deviazioni prese da quelle armi.


martedì 28 aprile 2015

Come risolve i problemi dell'immigrazione la Lega?

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Secondo un articolo pubblicato dal Corriere delle Sera qualche giorno fa, Matteo Renzi avrebbe detto ai suoi collaboratori la frase: «Sull'immigrazione devi capire che in qualunque modo se ne parli, si beve» ─ il riferimento, per chi non è del mestiere, è a quei giochi che si fanno con le bevande alcoliche, dove chi sbaglia, appunto, beve (e più si beve e più si sbaglia, perché ci si ubriaca).

Non è una gran fase, d'accordo, ma il punto non è questo. Evidentemente pure Matteo Salvini, leader della Lega Nord e della destra italiana (che man mano si sta radicalizzando), deve pensarla allo stesso modo. Perché, nonostante il tema "immigrazione" occupi una porzione centrale e cruciale del messaggio politico che la Lega sta passando agli italiani, non ci sono spunti concreti su come risolverlo. È il populismo, si spara forte tanto per riportare i consensi ─ di là, tra la gente, c'è ignoranza, c'è voglia di sentirsi dire quel che si vuole, paranoia, rassegnazione.

Davide De Luca è un giornalista che scrive per Il Post e si occupa di fact checking ─ che è la prassi con cui si verifica la correttezza delle affermazioni pubbliche ─ ha scritto un articolo in cui spiega che anche sul documento della Lega “Immigrazione: linee guida generali Lega Nord” (un .pdf di 20 pagine uscito questo febbraio) non ci sono indicazioni precise sul da fare.

Dopo le prime dieci pagine in cui il partito cerca una giustificazione politically correct e si dichiara favorevole all'immigrazione regolare, a pagina 11 arriva il primo passaggio su una "visione futura" dell'argomento. Si legge nel documento:
«Bisogna in tal senso aumentare lo sforzo nello sgominare le organizzazioni criminali che lucrano sulla disperazione della gente, identificare i soggetti responsabili della quotidiana tratta di esseri umani e impedire che continuino a svolgere tale crimine!»
Chiedere più soldi all'Europa e combattere gli scafisti: De Luca racconta di aver chiesto a Toni Iwobi, che è il politico di colore (altrimenti detto "Negro") responsabile del tema per la Lega, ma di non aver ricevuto altre informazioni in proposito ─ ci sarebbe in programma un tavolo tecnico, ha detto Iwobi. Dunque, al momento, Salvini non ha idea di come combattere gli scafisti e di quanti soldi chiedere per farlo, almeno sui documenti cartacei del suo partito.

Continua De Luca: «Altri 1.833 caratteri (spazi inclusi) sono dedicati alla questione dei richiedenti asilo che, dice la Lega, in futuro dovranno essere distribuiti tra i paesi europei in maniera diversa da come si fa ora (oggi si può richiedere asilo soltanto nel primo paese europeo in cui si mette piedi). Se vi chiedete quali criteri di distribuzione andrebbero adottati, quali siano i costi e quali siano i risparmi che un simile piano potrebbe portare, resterete delusi».

Salvini, al di là dei programmi scritti (anche in quello presentato per le elezioni europee non sembra esserci stato granché di solido) ha in mente due soluzioni che sta esprimendo a voce in questi ultimi giorni. Fare come l'Australia ─ che respinge i migranti grazie ad accordi con i Paesi da cui parte il traffico dei migranti ─ e fare un blocco navale davanti alle coste. Ma anche in questo caso i dati quantitativi sono inesistenti. Scrive ancora De Luca: «Per riassumere: le due proposte di Salvini lasciano aperti più interrogativi di quanti ne chiudano. Quanto ci costerebbe presidiare costantemente le frontiere marittime italiane come fa l’Australia? Come risolvere il problema della legalità di un blocco navale? Se la Libia è uno stato fallito del tutto inaffidabile, con quali paesi potremmo fare accordi simili a quelli dell’Australia?».

Insomma, al di là dei proclama propagandistici, la linea politica di Salvini ─ che fa da calamita per chi crede che certe istanze debbano essere risolte in un certo modo ─ non ha appoggi concreti.

Per usare i ribelli siriani contro l’IS, serve di metterli pure contro Assad

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(Pubblicato su Formiche)

Nelle ultime settimana, i ribelli siriani hanno riportato diverse vittorie contro le forze governative di Damasco: si tratta di situazioni puntuali e di step importanti come quello ultimo a Jisr al Shakhour che si trova nella provincia di Idlib sull’autostrada M4 che porta verso il mare, o di Idlib stessa (grande città del nord conquistata dai ribelli anch’essa). Vittorie che arrivano in zone molto prossime a Latakia, cittadina costiera centro di potere alawita (la setta sciita degli Assad).

Se fin qui Latakia era considerata intoccabile, ora la presa di Jisr (dove in realtà ancora si combatte, ma i ribelli controllano gran parte del territorio) la mette in serio pericolo: perdere Latakia per il regime siriano significherebbe la disfatta, per questo c’è molto fermento tra gli elementi dell’inner circle assadista, che sono in larga parte alawiti, e tra la popolazione locale (la base del consenso presidenziale che ancora crede nel ritorno allo status quo ante 2011), perché capiscono la difficoltà delle situazione.

Allo stesso modo come queste conquiste al nord rappresentano un problema importante per il regime di Damasco, possono rappresentarlo anche per Obama. Non è un segreto che il presidente americano si sia convinto nell’armare i ribelli siriani ─ con una lentezza che non viene soltanto dall’oculatezza sul chi armare, ma dalla riluttanza con cui la Casa Bianca si è sempre approcciata alla questione. Ora il problema è che la forza con cui il raggruppamento che si è formata al nord, Jaysh al Fatah, l’Esercito della Conquista, si sta affermando può essere un’attrattiva per i combattenti ribelli che gli USA vorrebbero addestrare e utilizzare come soldati proxy sul campo. E gli americani non possono certo permettersi di aiutare Jaysh al Fatah, visto che all’interno ci sono fazioni islamiste (la cui declinazione in “jihadiste” è variabile, ma che arriva fino alla rediviva Ahrar al Sham e alla qaedista al Nusra). Jaysh al Fatah non solo è forte, ma è molto coordinata (ci sono segnali, inverificabili finora, sul fatto che dietro ci sia la mano di sauditi e qatarioti, e forse turchi), ben piazzata a livello di propaganda, e non spaventa le folle con esecuzioni pubbliche e video splatter come quelli dell’IS: per questo è ancora più attrattiva.

Il programma di addestramento dei ribelli siriani dovrebbe partire nelle prossime settimane (la data inizialmente era marzo), e si pone l’obiettivo di formare un esercito di 15 mila soldati in tre anni (cinque mila all’anno), pescando tra i combattenti dei gruppi di ribelli moderati come la Divisione 13, la brigata Fursan al Haq, la Faouk Brigade, o la Liwa Ahel al Sham ─ tutte unità che hanno già ricevuto sostegno limitato dal programma analogo ma clandestino che la Cia svolgeva in Giordania.

L’Amministrazione americana ha chiesto al Congresso 500 milioni di dollari per l’addestramento e l’equipaggiamento di questi siriani. Già 143 milioni sono stati spesi per l’acquisto delle attrezzature necessarie, mentre gli altri soldi serviranno per la logistica (il programma si spalmerà su basi in Giordania, Turchia, Arabia Saudita e Qatar e saranno impegnati un totale di un migliaio di advisor militari statunitensi) e per garantire una fonte di sostentamento ai gruppi, una sorta di stipendio, che trasformerebbe ufficialmente ─ insieme al training accelerato americano ─ questi improvvisati combattenti in una specie di professionisti.

L’idea di Obama e dei suoi consulenti, è di utilizzare l’esercito formato nella lotta al Califfato, ma i leader di questi gruppi locali stanno già facendo sapere a Washington che la cosa non regge: non possiamo impegnarci contro il Califfato, dicono questi, senza avere come obiettivo anche il rovesciamento di Assad ─ che poi era la causa del sollevamento popolare e il motivo per cui chi faceva il fornaio o il calzolaio, per dire, ha deciso di prendere un Kalashnikov e di andare a rischiare la vita per liberare la propria terra dal regime, ma Obama sembra dimenticarsene.

Il problema adesso però è anche diplomatico. L’esplosione globale dello Stato islamico, ha configurato agli occhi di qualche occidentale il presidente siriano come un possibile partner nella lotta al terrorismo ─ anche se ufficialmente lo definiscono “unpalatable”, che sta ad indicare le pietanze non troppo gradite. E dagli USA, più o meno velatamente, si è fatto capire che una riqualificazione di Damasco potrebbe essere utile nell’ottica dell’eliminazione del threat-IS. E Assad ha già fatto sapere attraverso un’intervista alla rivista americana Foreign Affairs di qualche tempo fa, che se gli Stati Uniti daranno sostegno ufficiale ai ribelli, lui li considererà nemici da asfaltare ─ parlava dei ribelli, ma sottintendeva anche gli USA per ciò che gli sarà possibile.

Dunque: se si aiutano i ribelli e si mettono a combattere sul campo soltanto contro l’IS, ammesso che questi siano fedeli (cosa complicata dalla narrazione potente che arriva da situazioni come quella di Idlib), si rischia che finiscano in mezzo al fuoco doppio del Califfo e di Assad, che vedrebbe il tutto come un’occasione propizia per eliminare molte delle forze moderate che sono ciò che resta di potabile nella situazione siriana. Se ai ribelli aiutati gli si dà come obiettivo non solo l’IS ma anche il regime, la possibilità di una soluzione politica della guerra via Damasco e di una collaborazione futura contro il terrorismo dello Stato islamico viene meno ─ e per altro, qui c’è pure la variabile Iran, da poco tornato ufficiosamente al tavolo dei buoni con il deal sul nucleare: Teheran essendo alleato storico di Assad potrebbe indispettirsi (diciamolo così, con un eufemismo, visto che qualche giorno fa, dopo che se l’era presa dell’eccessivo coinvolgimento degli americani nella crisi in Yemen, ha risposto inviando una decina di navi da guerra sul golfo di Aden).