martedì 26 maggio 2015

USA vs ISIS: «Non abbiamo ancora una strategia»

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(Uscito sul Giornale dell'Umbria del 26/05/2015)

A fine agosto 2014, quando lo Stato islamico s'era già preso un bel pezzo d'Iraq, Barack Obama andò in conferenza stampa a spiegare le ragioni dell'inizio dei bombardamenti contro il Califfato, ammettendo di non avere ancora una strategia. Ora siamo allo stesso punto, tanto che la scorsa settimana l'ex segretario alla Difesa Robert Gates (segretario sia nell'era Bush junior che con Obama), ha ripetuto in tv: «Non abbiamo una vera strategia. In pratica stiamo facendo questa guerra giorno per giorno». È vero, nonostante siano passati nove mesi ─ e migliaia di raid aerei della Coalizione US-led ─ non c'è ancora una pianificazione per combattere lo Stato islamico: si vive alla giornata, si seguono le vicende e in virtù di quelle si fissano gli obiettivi.

Viene da ridere a pensare che un paio di mesi fa il New York Times scriveva un articolo su un piano per riconquistare la “seconda” capitale irachena, Mosul (la più grande città in mano all'IS), da cui domenica 29 giugno di un anno fa Abu Bakr al Baghdadi annunciò al mondo di essersi autoproclamato il nuovo Califfo. Un'idea ambiziosa che sarebbe dovuta diventare un'operazione reale in questo mese, ma stante i fatti che arrivano dal campo resterà ancora un'idea per un po'.

In un'intervista al magazine americano The Atlantic, il presidente Obama incalzato sulla guerra d'espansione che lo Stato islamico sta portando avanti, ha detto: «Non stiamo perdendo. Siamo soltanto all’ottavo mese di una campagna che come ho annunciato durerà per anni». Notare che il "durerà anni" era un mantra ripetuto più volte la scorsa estate, anche per giustificare il "We don't have a strategy yet". Il Wall Street Journal s'è divertito a fare del sarcasmo facile facile: «Se questo è vincere, chissà allora come sarebbe perdere».

L'intervista di Obama, usciva lo stesso giorno in cui lo Stato islamico annunciava dalla Siria di aver preso il controllo di Palmyra, la città del cui patrimonio Unesco s'è parlato con tanta rapidità quanto cacofonica vuotezza, presi dall'istinto della notizia ─ lo Stato islamico ha mostrato di aver un approccio bipolare ai tesori archeologici che controlla: in passato ha distrutto siti che considerava forme di idolatria, ma al piano ideologico ha spesso abbinato la pragmatica del “dio-denaro”, facendo cassa con i reperti venduti sui mercati di contrabbando. Palmyra è molto di più della “Venezia delle sabbie” che i media descrivono. Palmyra è un nodo geopolitico per almeno tre ragioni, per questo conquistarla era frutto di una strategia dell'IS ─ anche se Obama dice che il Califfo ha solo “tattica”, cioè pianificazione a breve termine e non “strategia”, che ha traguardi più lunghi e ampi (salvo poi che a quanto pare lui non ha né l'una né l'altra).

Il primo aspetto centrale su Palmyra sta nei campi gasiferi di Al Halil e Arak, che sono quelli che permettono la produzione di buona parte dell'energia elettrica di Damasco e Latakia (aree che per altro sono protette dal governo perché abitate dalla settaria minoranza di potere alawita: e se l'élite dovesse restare senza elettricità creerebbe grane al regime, per questo non ci si dovrà stupire se Assad manderà qualcuno a trattare per ottenere l'uso dell'energia, pagando, secondo una prassi già vista, il pizzo al Califfo). Inoltre il governo siriano aveva già trasformato l'area archeologica in una caserma a cielo aperto: qui si trova il più grande deposito d'armi della Siria e vi sono stoccati gli Scud; è improbabile che i soldati di Baghdadi sappiano usare certe tecnologie, ma c'è da aspettarsi tra qualche giorno una parata militare dell'IS “a cavallo” di un missile balistico. Terzo aspetto: da Palmyra passa l'autostrada M20, che taglia la Siria fino a Deir Ezzor, zona petrolifera in larga parte in mano all'IS, prossima al confine con l'Iraq e in grado di assicurarne la continuità territoriale.

Ma se la caduta di Palmyra è soggetta a tutte le controverse dinamiche interne siriane e alle doppie agende del governo di Bashar Assad, la perdita di Ramadi, è una sconfitta clamorosa per la Coalizione guidata dagli Stati Uniti. Il capoluogo dell'Anbar, la più grande provincia irachena, era da molti mesi teatro di offensive dello Stato islamico, che lo considera come proprietà legittima. Qui il terrorista Abu Musab al Zarqawi è visto come una specie di eroe nazionale antiamericano, ma questa è anche la terra abitata dalla larga maggioranza sunnita da cui partì il movimento del Risveglio, in arabo al Sahwa (nel resto del mondo il “Sunni awakening” di David Petraeus): quella resistenza spontanea che fu appoggiata dagli americani e fu cruciale nello sconfiggere, almeno momentaneamente, al Qaeda in Iraq (il prodromo dell'IS). Poi gli Stati Uniti tradirono quei sunniti, e misero alla guida del paese il governo-Maliki, sciita e settario. Seguirono anni di soprusi che hanno fatto di nuovo ricredere i sunniti locali sul fatto che in fin dei conti i jihadisti di Zarqawi (e ora quelli di Baghdadi), non si sbagliavano mica tanto: e così l'Anbar è diventato il bacino colturale e culturale dello Stato islamico.

Ramadi era l'obiettivo più prevedibile del Califfo: ciò nonostante a metà aprile funzionari del governo dicevano al Daily Beast che i rischi per la città erano «esagerati» e che niente sarebbe cambiato a breve. Strano concetto di breve: la notte tra il 14 e il 15 maggio, Ramadi è caduta in mano all'IS. Gli americani erano forti delle missioni aeree, oltre 160 nell'area, e dei rinforzi che continuavano ad inviare all'esercito iracheno. Solo che le bombe non sono bastate, e i soldati di Baghdad sono fuggiti in abiti civili, per non farsi riconoscere dai miliziani, lasciando quei rifornimenti di armi in mano all'IS. Ora mentre il premier iracheno dice che se si vuole «bastano due giorni per riprendersi Ramadi» e il capo delle operazioni estere dei Pasdaran iraniani Qassem Soleimani dice che però gli Stati Uniti «non vogliono» ─ sembra si siano messi d'accordo, e forse è così ─, i generali americani se la prendono con l'inadeguatezza dell'esercito iracheno (però quello c'è di disponibile ─ per ora) e “guarda che se vogliamo...”.

Minimizzare i fatti, è lo sport preferito dall'Amministrazione Obama in questo periodo. La mattina del 15, il capo dell’Operazione Inherent Resolve che guida la Coalizione anti-IS, il generale dei Marines Thomas Weidley, sosteneva che tutto sommato l’IS era sulla difensiva: poi il pomeriggio il vicepresidente Joe Biden, dopo aver parlato con il premier iracheno, e commentato che la situazione era seria e grave («Una sconfitta per Baghdad», diceva come se non fosse anche un po' di Washington), faceva annunciare l'invio di altre armi importanti all'Iraq. Si tratta essenzialmente di lanciarazzi da spalla (Manpads), che sono fondamentali per colpire i blindati esplosivi con cui l'IS rompe le barricate dell'esercito (a Ramadi sono stati usati trenta camion-bomba in tre giorni). Dovevano essere mille Manpads, poi c'è stato una specie di riconteggio e sembra ufficialmente che ne partiranno il doppio ("sono duemila, che faccio lascio?" è un po' la strategia del "giorno per giorno" di cui parlava Gates: e intanto si fanno battute sul quando queste nuove armi se le prenderà di nuovo il Califfo).

Il generale Weidley è colui che sosteneva che per capire come va la guerra allo Stato islamico, serve di avere un approccio «matematico». Praticamente (non è uno scherzo, è la linea proposta dal capo della più importante missione internazionale contro il terrorismo islamico) secondo l'alto ufficiale dei Marines, bisogna «sottrarre dal livello iniziale tutti i bersagli che sono stati distrutti dai bombardamenti americani, e si vede cosa gli è rimasto». Un'equazione assurda, che, primo non spiega quello che è successo a Ramadi (dove la gente si ritrova davanti gli stessi che erano stati cacciati col sangue del Sahwa e l'aiuto americani nove anni fa, e magari ricomincia a credergli pure); secondo non tiene conto che nel frattempo l'espansione territoriale ha permesso al Califfo di entrare in possesso di altri nuovi armamenti (come quelli di Palmyra, o delle caserme di Ramadi).

Martedì scorso, il Congresso americano ha incontrato una commissione di esperti militari. La diagnosi finale è stata unanime: l'America sta perdendo la guerra contro lo Stato islamico. Però c'è una cura secondo questi esperti, ma è una prescrizione con effetti collaterali: inviare laggiù almeno 15 mila soldati.


sabato 23 maggio 2015

L’Iran resta al fianco del regime siriano con una nuova linea di credito (e soliti interessi)

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(Pubblicato su Formiche)

Se anche solo per un minuto avete creduto che dopo il deal sul nucleare la Repubblica Islamica avrebbe cambiato la sua strategia geopolitica e rivisto l’asse delle proprie alleanze (compreso la più discutibile, quella con il regime del presidente Bashar al Assad), vi sbagliavate.

Secondo un report dell’Associated Press, l’Iran avrebbe intenzione di estendere la linea di credito con la Siria. La notizia va presa con le pinze, perché AP riporta informazioni della stampa ufficiale siriana, che non è nota per l’estrema affidabilità, e soprattutto, quasi mai si svincola dalla propaganda. Dunque siamo al lordo di smentita, ma sembrerebbe che siriani e iraniani abbiano firmato accordi in materia di elettricità, petrolio e investimenti industriali. Dopo gli svariati miliardi di dollari forniti in aiuti e armamenti, dopo il miliardo per tenere a galla la lira siriana del 2013, questo nuovo finanziamento non ha ancora una quantizzazione. Ma pare che a mettere la firma sul nuovo aiutino sarebbe arrivato a Damasco, martedì, Ali Akbar Velayati, braccio destro di Al Khamenei, guida teologica iraniana.

La Siria versa in difficili condizioni economiche, è squarciata dalla guerra civile, ha larga parte del proprio territorio in mano allo Stato islamico o ad altri gruppi di ribelli. Gli alawiti, la setta di confessione sciita a cui appartiene il presidente e che rappresenta l’élite sociale (e settaria) del Paese, cominciano ad essere scontenti. Vivono male ─ anche nei quartieri sicuri di Damasco e lungo la costa di Latakia dove sono raggruppati ─ e aumenta la paura e la sfiducia sulle reali capacità del regime di difenderli dagli attacchi dei ribelli. Probabilmente qualche fazione più scettica avrà già cominciato a pensare che la deposizione di Assad potrebbe significare l’interessamento e l’aiuto internazionale: e allora, magari…

Di fatto, il territorio siriano, fatta eccezione delle aree abitate dai notabili e amici del regime e di quelle di stretto interesse iraniano, è completamente perso. (Una delle aree di interesse iraniano, è il corridoio che da al Quasair, sul confine libanese, si apre fino al centro della Siria verso Palmyra, città caduta da poco nelle mani d ell’IS la cui importanza va oltre al valore storico/artistico ─ di cui avrete sentito la cacofonica e spesso vuota copertura mediatica ─, ma ha un peso geopolitico. I campi gasiferi di Al Halil e Arak producono l’energia elettrica per Damasco e Latakia ─ e chi li sente gli alawiti al buio! Poi c’è la base militare, una delle più importanti, che ospita gli Scud ─ e dice Daniele Raineri sul Foglio, che ci si può scommettere su una parata dei miliziani dell’IS a cavallo dei missili balistici, anche se poi non hanno capacità di utilizzarli. Infine le linee di collegamento che portano, grazie all’autostrada M20, dritte verso Deir Ezzor ─ area che è già per larghe fasce sotto il controllo del Califfo, dall’altra parte del paese).

Dei confini geografici, il governo siriano controlla più soltanto quello con il Libano, e non è un caso. L’area è difesa da Hezbollah, il partito/milizia nazionalista sciita, che sembra quasi una ripetizione ridondante ricordare che in pratica è un’emanazione iraniana in Medio Oriente.

Pochi giorni fa, il leader politico e spirituale Hassan Nasrallah in una dichiarazione pubblica ha ricordato come il lavoro dei suoi nell’area di confine con la Siria, permetterà al Libano di restare lontano dal rischio di attacchi jihadisti. Una panzana propagandistica, visto che è stato proprio l’intenso coinvolgimento di Hez nella guerra civile siriana, per diretta volontà dell’Iran, a creare una crisi di sicurezza che parte dal nord e si diffonde in tutto il paese. Cellule di gruppi combattenti sunniti si nascondono a Beirut, e lo scorso agosto i ribelli siriani guidati dai qaedisti di al Nusra, sono entrati in forze nella città di confine (ma già in Libano) di Arsal. Nasrallah ha spiegato che sarà proprio lì il teatro di uno scontro epico con i sunniti. Nell’area, sopratutto nella zona di Qalamoun ─ dove i labili confini aridi e montagnosi siro-libanesi si perdono ─ il Partito di Dio è riuscito con un’offensiva aperta i primi di maggio a riconquistare 310 chilometri quadrati dei 780 di cui i ribelli avevano preso il controllo.

Qualche settimana fa, la zona fu teatro di due raid aerei israeliani (non i primi dall’inizio del conflitto siriano), diretti proprio contro un deposito di munizioni e un convoglio d’armi. Secondo le informazioni dell’intelligence israeliana che hanno fatto scattare l’attacco aereo, quelle armi erano missili a lunga gittata, fornite a Hezbollah dall’Iran. Da diverso tempo a Tel Aviv pensano che l’impegno della Repubblica Islamica in Siria, oltre che sulla necessità/volontà di non perdere un importante alleato/proxy in Medio Oriente, abbia anche come scopo l’approfittare della confusione della guerra civile per fornire armamenti ai libanesi (dove “libanesi”, sta per Hezbollah). I servizi di sicurezza interni israeliani, credono che a breve tempo ci sarà un remake del conflitto con Hez ─ l’ultimo si è chiuso nel 2006. L’altro ieri, il generale iraniano Yahya Rahim Safavi, consigliere militare della Guida suprema, è andato in Tv a dire che Israele deve tremare perché dal Libano (dove “Libano” sta per Hezbollah, ancora), ci sono 80 mila missili pronti ad essere lanciati, che potrebbero radere al suolo Haifa e Tel Aviv.

Se qualcuno pensava che la storia dei nemici esistenziali del sionismo, della volontà di imprimere la propria influenza in Medio Oriente, dell’agire secondo agende doppie, potesse venire meno con la riqualificazione diplomatica iraniana voluta dall’Amministrazione americana, si sbagliava, e di grosso. Sempre lì stiamo.


La Turchia ha fornito armi ai ribelli siriani (pure a quelli cattivi)

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(Pubblicato su Formiche)

La Reuters ha pubblicato un’inchiesta esclusiva, secondo cui la Turchia avrebbe fornito armi ai ribelli siriani tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014. Le fonti dell’agenzia britannica sarebbero due procuratori turchi e alcune gole profonde tra i militari.

La fretta di Ankara nel vedere rovesciato il regime del presidente siriano Bashar al Assad è stata cattiva consigliera (a voler essere privi di malizia), e alcune di quelle armi sono finite in mani poco sicure, perfino a fazioni che poi sono confluite con i gruppi jihadisti più estremisti. Da tempo c’erano sospetti, sempre smentiti ufficialmente dal governo turco, che ha continuamente negato di aver passato armi ai ribelli radicali ─ la Turchia è un paese Nato, e questo mette in difficoltà l’intera coalizione.

Gli armamenti (parti di razzi, munizioni e proiettili da mortaio semilavorati e pronti per essere confezionati in loco), sarebbero stati portati oltre confine con tre camion sotto la direzione di uomini del MIT, Millî İstihbarat Teşkilâtı, l’Organizzazione di informazione nazionale, tradotto l’intelligence turca. Durante i viaggi, ci sarebbero stati anche scontri fisici tra i funzionari dei servizi e alcuni poliziotti che avevano bloccato i mezzi. I pubblici ministeri ─ Ozcan Sisman e Aziz Takci, i testimoni della Reuters ─ che dopo una soffiata avevano ordinato la ricerca del primo camion (alla fine bloccato ad Adana, verso il confine siriano) sono stati messi sotto inchiesta con un’accusa simile al’abuso di potere, tradimento di segreti di stato e fornire aiuto ai gruppi terroristici. Una trentina degli agenti impegnati nelle ricerche sono stati accusati anche loro di spionaggio militare e tentativo di rovesciare il governo.

Secondo il presidente Erdogan, i pubblici ministeri che hanno indagato sulle operazioni del MIT ─ che ha definito «aiuti ai Turkmeni» ─ erano elementi di quello “stato parallelo” composto dai suoi nemici politici che mirano a farlo fuori (inutile dire che uscite propagandistiche del genere, non sono nuove con Erdie).

Ai tempi della vicenda, la parte siriana del confine della provincia di Hatay, era controllata dai ribelli di Ahrar al Sham, islamisti jihadisti. In un ordine d’arresto emesso contro l’autista di uno dei camion, dopo che un’indagine della polizia lo aveva identificato, i giornalisti della Reutershanno letto che si parlava esplicitamente di «trasporto di armi verso un campo utilizzato dall’organizzazione terroristica al Qaeda sul confine siriano». Un altro autista avrebbe raccontato all’agenzia britannica che viaggi simili non erano un’eccezione: anche in questo momento, secondo quanto scritto dal Washington Post, la Turchia, insieme a Qatar e Arabia Saudita, sta inviando aiuti alla coalizione di ribelli che prende il nome di Jaysh al Fatah, Esercito della Conquista, che ha portato avanti la vittoriosa offensiva su Idlib, nord siriano. La catena di comando del grande gruppo, è affidata ad al Nusra, la filiale qaedista in Siria.


giovedì 21 maggio 2015

La Germania ha già avviato il piano Mogherini sui migranti

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(Pubblicato su Formiche)

Succede spesso così: l’Europa pensa a delle regole che la Germania sta già applicando (Dio non voglia che ci sentano gli antimerkelisti di mestiere, dunque spiegarsi è d’obbligo, anche se forse è pure peggio). Secondo quanto scrive Bild, le navi tedesche che pattugliano il Mediterraneo ─ il rifornitore “Berlin” e la fregata di ultima generazione “Hessen” ─ hanno affondato quattro gommoni e una barca in legno degli scafisti, dopo aver tratto a bordo i profughi. Le azioni si riferiscono ai giorni successivi al 5 maggio (dunque molto recenti) e hanno come ragione ufficiale che quelle imbarcazioni sarebbero potute risultare pericolose per gli altri natanti, oppure essere causa di falsi allarmi (magari un’imbarcazione che passava di lì poteva scorgerle e credere che avevano bisogno di aiuto, e invece erano vuote). I migranti sono stati soccorsi ─ li hanno fatti dormire all’addiaccio sul ponte, proteggendoli con delle pensiline ─ e poi trasportati ai porti italiani. In un video su Youtube girato da un utente che si chiama “reggioinsedephotos“, si vede la “Berlin” che scarica i migranti al porto di Reggio Calabria: il video è datato 9 maggio, non è una fonte certa, ma con il beneficio del dubbio è presumibile che sia legato a quelle operazioni.

Dunque i tedeschi hanno intercettato le imbarcazioni degli scafisti, le hanno bloccate e, dopo aver messo in salvo i migranti, le hanno affondante; infine hanno conferito le persone tratte in salvo all’Italia. L’azione tedesca potrebbe diventare prassi, e sarebbe una specie di fallimento del piano-Mogherini, perché la missione UE ufficialmente doveva avere un doppio profilo, quello umanitario e quello militare. Tutti sono d’accordo sull’aspetto militare ─ colpire il “business model”, così è stato definito più volte, dei mercanti di uomini ─ ma pochi ne vogliono sapere dell’aspetto umanitario e se a questo deve sopperire solo l’Italia, è ovvio che il piano non può funzionare.

Oltre all’Inghilterra e ai Paesi dell’Est europeo, ora sulle quote dei migranti da accogliere, non sono d’accordo nemmeno la Francia e la Spagna ─ nell’idea del piano, c’è di rapportare il numero dei profughi che ogni stato UE dovrà accogliere, con le dimensioni e il Pil di quello Stato. Intervistata da Avvenire, l’Alto rappresentante per la politica Estera europea, ha detto che tutti si devono prendere le proprie responsabilità, che ci sarà possibilità di «limare» i numeri (finora espressi in percentuali), ricordando comunque che per l’approvazione basta la maggioranza “dei 28″ ─ un appello a quei Paesi che mostrano resistenze a ragionarci prima, perché se poi il piano passa, bisogna starci e zitti.

Lunedì i ministri della Difesa e degli Esteri europei si sono incontrati per discutere del piano ─ che c’è a tutti gli effetti e nella speranza di Mogherini dovrebbe ricevere l’operatività nella prossima riunione del Consiglio europeo fissata per il 22 giugno, ma ancora manca di diversi dettagli non secondari, come per esempio la copertura economica, chi mette le navi e i soldati, le regole d’ingaggio, eccetera. La linea condivisa nel testo approvato è che occorre entrare in possesso delle imbarcazioni dei contrabbandieri e distruggerle ─ e su questo la “Berlin” e la “Hessen” sono state assolutamente in linea, magari in anticipo ma in linea.

Secondo quanto scritto dal New York Times, però, dall’incontro di inizio settimana potrebbe essere arrivato un cambiamento (notano alcuni osservatori che sarebbe uno snaturamento della parte umanitaria del piano, quella che Mogherini ha sintetizzato più volte con frasi come «Chiunque non vorrà fare ritorno al paese da dove è salpato non sarà mai costretto a tornare indietro», oppure «Salviamo vite umane e ci prendiamo cura delle vite che salviamo»). «Le persone sui barconi fermati in mare saranno riaccompagnate ai porti africani di partenza» ha scritto il NyTimes.

Daniele Raineri che ne ha parlato sul Foglio, fa notare che l’espressione è «vuota e non vuol dire niente», perché rispedire al mittente i migranti, sarebbe un’operazione delicatissima e pericolosissima, che richiederebbe quanto meno un accordo con la Libia. Che però, al di là delle parole ottimiste che Mogherini ha espresso anche ultimamente ad Avvenire ─ «Voglio che questo concetto sia chiaro, anzi chiarissimo: vogliamo lavorare insieme alla Libia, non contro» ─ per il momento sta abbastanza sulle sue. Secondo PESC occorre un accordo con le autorità libiche e un’autorizzazione dell’Onu che permetta alle navi UE di lavorare anche in acque libiche (tra l’altro, sembra che l’affondamento tedesco, lì sia avvenuto). Delle due una: perché se c’è estremo ottimismo nel trovare intesa con i libici (quali non è dato saperlo, se Tripoli, Tobruk o Misurata), allora non servirebbe l’ok dell’Onu ─ che tramite il Consiglio di sicurezza dovrebbe appellarsi al Chapter 7 della Carta per dare il via libera alla missione in acque libiche.

In questi giorni è in corso un’intensa attività diplomatica che mette in relazione Bruxelles (fronte UE), New York (fronte Onu) e Tunisi, dove si trovano le rappresentanze europee che lavorano sulla Libia ─ sono lì perché in Libia non possono stare per necessità di sicurezza date dalla guerra civile. Tra l’altro, a quanto pare, si sta lavorando anche con gli stati confinanti libici, per rafforzare il lavoro preventivo. Su tutti il Niger, che ha già un buon feeling su certe operazioni al fianco di stati UE, visto l’impegno nell’operazione Barkane con la Francia: lì si dovrebbe creare un hub per bloccare alla fonte le attività dei trafficanti ─ molte delle persone si muovono dalle zone più a sud dell’Africa. Le aree desertiche e tribali di confine tra Niger e Libia, sono nodi focali dei traffici di contrabbando: rotte su cui si muove di tutti, armi, droga, persone, e via dicendo.

Anche se si trovasse un accordo con i libici ─ “con qualcuno dei”, meglio dire ─ il presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi, ha già fatto sapere che «prima di mandare le nostre truppe a farsi sgozzare in Libia, serve un impegno della Comunità internazionale», cioè l’egida Onu. Ma al Consiglio di sicurezza non hanno tutta questa verve sul dare il via libera: Russia e Cina vogliono certezze, perché temono che da una missione contro gli scafisti, ci si faccia sfuggire la mano e si finisca per entrare in azione in Libia ─ ché poi si sa, molti dei contrabbandieri sono legati alle milizie locali, e il passo è breve e riecco il 2011.


mercoledì 20 maggio 2015

Libia, Misurata dice di voler la pace

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(Pubblicato su Formiche)

L’esercito francese ha bloccato nel Sahara un convoglio di droga di 1,5 tonnellate: l’operazione è avvenuta in un’area del nord est del Niger, al confine con la Libia: uno snodo centrale per i traffici libici da e per il Sahel. Insieme alla droga è stato trovato pure un buon numero di armi: il contrabbando nella regione è fortemente radicato, e spesso collegato al modo dei gruppi islamisti radicali ─ un esempio su tutti porta il nome di Mokhtar Belmokhtar, una volta lo chiamavano “Il guercio” a causa di un difetto a un occhio, ora è “Mr Marlboro”, uomo legato all’universo del terrorismo islamico e ai combattenti jihadisti, tanto quanto a quello dei contrabbandieri.

La questione interessa la Libia da sud, dall’area desertica sahariana dove si muove di tutto; anche per questo è nata l’operazione militare francese “Barkane”, attiva dall’agosto del 2014: 3000 soldati che si coordinano sul posto con le forze di Mauritania, Burkina Faso, Chad, Niger e Mali. Tutto era iniziato come intervento in aiuto del governo malese, che stava quasi per perdere il proprio territorio sotto l’attacco di Ansar Dine, MUJAO (Movimento per l’Unicità e il Jihad nell’Africa Occidentale), e al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM) ─ e senza l’entrata in azione del 1° Reggimento straniero di cavalleria della Legione straniera francese, le cose sarebbero andate diversamente e forse adesso i qaedisti controllerebbero un intero stato in Africa. Ora continua come lotta al terrorismo islamico e ai traffici di contrabbando tra Maghreb e Sahel.

I traffici di contrabbando che coinvolgono la Libia meridionale, vanno sotto il capitolo “come se non bastasse quello che succede sulla costa libica” ─ e cioè, la guerra civile, anche se forse (“forse” va sottolineato) c’è un flebile spiraglio.

Martedì i portavoce delle più importanti brigate combattenti di Misurata, hanno espresso congiuntamente in una conferenza stampa (e redatto un documento ufficiale) la volontà di raggiungere un cessate il fuoco e una riconciliazione ─ Misurata sta con l’impropriamente-definito-governo islamista di Tripoli e combatte l’altro (che definiamo abitualmente in modo altrettanto inappropriato, anche se ha più appeal internazionale), che ha sede a Tobruk. Quello di martedì era un messaggio diretto a tutti i combattenti: “come eravamo attivi in prima linea, ora lo saremo sul fronte dei negoziati” ─ alcune delle milizie di Misurata figurano tra i soci fondatori dell’operazione “Alba della Libia” che si è legittimata come unica erede delle Rivoluzione che ha cacciato Gheddafi, contro il ritorno dei lealisti rancorosi (che l’Alba individua tra le forze di Tobruk).

Secondo i leader Misratan andati davanti i giornalisti, è necessario ricreare in Libia uno stato di diritto e ricompattare le forze di sicurezza, per non avere più una nazione divisa in tribù, partiti, città e regioni: si sono per questo detti pronti a sostenere qualsiasi appoggio internazionale per raggiungere pacificamente la soluzione della crisi. Durante l’intervento, i miliziani hanno parlato anche di quanto il raggiungimento dell’unità sia necessario per fermare il traffico di droga, l’immigrazione clandestina e per combattere la presenza del terrorismo islamico e delle fazioni jihadiste sul suolo libico (notare, che qui oltre ad andare contro alla filiale locale dello Stato islamico, Misurata si è identificata sul fronte opposto anche di Ansar al Sharia, gruppo jihadista locale che combatte da tempo al fianco del governo di Tripoli nell’area di Bangasi e non solo). A parlare davanti ai microfoni, sono stati i rappresentati di Ahalboss, Mahjoub, Hittin, e della Brigata 166. Quest’ultima è stata l’unica unità che ha ufficialmente combattuto contro l’IS in Libia, quando fu inviata a Sirte per difendere la città dall’assalto delle forze del Califfato.

Da diverso tempo si pensava che la città-stato di Misurata potesse prendere un’orbita propria nella guerra civile: l’invio di forze a combattere il Califfo a Sirte, è stato uno dei primi segnali in questo senso ─ ufficialmente, né le forze tripolitane, né quelle di Tobruk guidate dal generale Haftar, combattono la filiale dello Stato islamico locale, che coglie l’occasione dell’impunità e del caos per rafforzarsi e proliferare. Nell’ottica dell’attestarsi come entità indipendente, qualche settimana fa, quando cominciava a girare l’idea del piano UE per combattere l’immigrazione clandestina dalla Libia, il portavoce della municipalità di Misurata dichiarò all’Ansa che l’Italia, per portare a termine azioni concrete, doveva trattare anche con il governo di Tripoli: un’uscita che aveva di fatto scavalcato l’esecutivo tripolitano dal punto di vista della prassi diplomatica.

Nell’abitudine convenzionale che i media occidentali hanno acquisito nel descrivere il conflitto libico, le forze di Tripoli vengono descritte come “religiose”, quelle di Tobruk come “laiche”, ma in realtà ognuna delle due coalizioni è piuttosto eterogenea. Semmai, in questo schema facilitato, Misurata starebbe in mezzo (e forse pure più vicina ai laici). Qualche mese fa un comandante di Misurata faceva notare al Washington Post come nella sua fazione c’erano sì dei conservatori, ma aggiungeva che la «maggior parte sono meno religiosamente conservatori dei Repubblicani al Congresso degli Stati Uniti». Le visioni eccessivamente radicali e le tendenze antidemocratiche di svariati leader tripolitani, hanno sempre messo a disagio gli uomini di Misurata, che già da febbraio avevano mostrato apertura sui colloqui Onu.

Se i fatti corrisponderanno alle dichiarazioni, l’uscita delle milizie di Misurata dalla coalizione che sostiene Tripoli, è un passaggio importante della Seconda guerra civile libica. Da un lato c’è la possibilità di colloqui di pace più concreti, dall’altro il rischio dell’indebolimento tripolitano che potrebbe portare Haftar a spingere un’offensiva. In mezzo l’attestazione di Misurata come terzo polo indipendente.

Nel frattempo, mentre questo pezzo è in stesura, arrivano notizie di nuovi scontri a ovest di Sirte tra la Brgt 166 e gli uomini dello Stato islamico. Qualche giorno fa il sito libico al Wasat aveva diffuso la notizia di due miliziani misuratini decapitati dagli uomini dell'IS: la battaglia si è rinfiammate nell'area, dopo che le forze del Califfato hanno cercato di prendere la via che porta all'aeroporto di Sirte.