giovedì 18 dicembre 2014

La Libia, un disastro

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(Pubblicato su Formiche)

L’attacco dei talebani pakistani alla scuola di Peshawar, con la tragica uccisione di decine di ragazzi; i fatti che continuano ad uscire dalla Siria e dall’Iraq, regno sanguinoso e preoccupante del Califfo; le vicende che vedono lupi solitari ispirati dalla propaganda jihadista compiere attentati, gesti disperati, nelle più svariate aree del mondo. Circostanze che distraggono i racconti di cronaca da quello che sta succedendo in Libia.

E non siamo solo noi che raccontiamo a sonnecchiare sulla situazione, ma pure i governi sembrano lenti, disinteressati, superficiali. Lunedì il premier italiano Matteo Renzi ha incontrato Romano Prodi per parlare, “ufficialmente”, della situazione del paese nordafricano – e dell’Ucraina, che ancora, di fatto, è messa male, con i russi (o i filorussi) che continuano a guerreggiare col governo regolare.

Prodi – che si è incontrato con Renzi, al di là della versione ufficiale, anche per le beghe legate alla nomina del Presidente della Repubblica – è per certi aspetti, persona di riferimento per le “pratiche africane”. Dal 2008 presiede il Gruppo di lavoro ONU-Unione Africana sulle missioni dipeacekeeping in Africa; nell’ottobre 2012 è stato nominato Inviato Speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite per il Sahel (fascia sub-sahariana che si estende tra il deserto del Sahara a nord e la savana del Sudan a sud, e tra l’oceano Atlantico a ovest e il Mar Rosso a est; in pratica di Libia ne becca ben poca, ma “è giù di lì” e tanto basta).

Prodi, in realtà, è di fatto molto considerato tra i Paesi dell’Unione Africana, che lo avrebbero visto bene (già da due o tre anni) anche come negoziatore della questione libica: incomprensibilmente l’Italia non ha fatto sponda sull’ex Presidente del Consiglio, e così il ruolo di inviato speciale dell’Onu è andato allo spagnolo Bernardino Leon. Non una scheggia. A dirla tutta, non bastasse la storia dei “101″ sull’elezione al Quirinale dell’anno passato, l’Italia ha fatto secco Prodi anche dal ruolo di negoziatore tra Russia e Ucraina: proposta avanzata direttamente da Roma, e lasciata decadere nei mesi scorsi senza un perché – che di certo ci sarà, ma ancora non è noto.

La situazione in Libia negli ultimi giorni è peggiorata, per quanto possibile, visto che eravamo già sul fondo del barile. Daniele Raineri, sul Foglio, ha sintetizzato il tutto così: «Negli ultimi quattro giorni le due fazioni in guerra in Libia hanno fatto un passo senza precedenti e hanno aggredito l’unico settore che finora era scampato alla violenza, vale a dire il circuito di estrazione di gas e petrolio, di esportazione e infine di spartizione dei ricavi attraverso la banca nazionale del paese. Il governo di Tobruk – che è quello appoggiato dagli stati arabi del Golfo e dall’Egitto ed è in genere considerato “più legittimo” all’estero, e comanda le forze militari della cosiddetta operazione “Dignità” – ha proposto un circuito dei ricavi energetici alternativo, che taglierebbe fuori i rivali. L’altro governo libico, quello di Tripoli, che comanda le milizie dell’Alba della Libia, islamiste ma non tutte, ha risposto domenica con un attacco militare ai due grandi porti per l’export di petrolio a Es Sider e a Ras Lanuf».

La prima preoccupazione che a un italiano viene in mente, è la situazione del terminal di Melita che viene usato dall’Eni. Le postazioni dell’azienda italiana, in questo momento, non sono in pericolo, ma è chiaro che aprire il fronte della “guerra dell’energia” (settore a cui è ascrivibile il 90 per cento del budget statale libico) è la mossa finale. La tragica mossa finale, che porterà (o potrebbe portare, per i più ottimisti) il paese all’implosione definitiva. La Noc (National Oil Corp, compagnia petrolifera statale libica) è bloccata – “cause di forza maggiore” – visto che i terminal di Tripoli e Tobruk sono entrambi chiusi. Esperti dicono che la produzione sarebbe scesa dagli 800 mila barili al giorno di prima dell’offensiva al polo petrolifero, a circa 250 mila.

Se il governo di Tobruk, guidato da Abdallah al Thinni, prova a tagliare fuori dal mercato energetico quello di Tripoli, il Congresso nazionale libico dominato dai Fratelli Musulmani, e questo risponde con l’occupazione (“per liberare i campi” dice Islaim Shoukri, portavoce delle milizie dell’Alba) e la distruzione dei terminal, è chiaro che nulla di buono può uscire da questa situazione.

Per il momento Noc e Banca continuano a pagare il costo dell’amministrazione pubblica, tutta, perché grazie alla clausola di uno status legale che la salva dalle richieste di risarcimento di chi ha comprato petrolio che non vede arrivare, Noc può tenersi i ricavi senza cacciare una lira per i ritardi. Quanto reggerà questa neutralità non è chiaro. Anche perché dal governo di Tobruk arrivano forte pressioni per fare allineare le banche sul suo esecutivo.

È notizia di queste ore, che l’Italia manderà le forze speciali in Iraq, per combattere lo Stato Islamico. Realtà che brucia anche nelle aree orientali libiche, nella cittadina di Derna e all’interno di alcune fazioni islamiste di Tripoli. Non è detto che le truppe italiane non scendano anche in Libia: Roma, insieme a Parigi, ha dato la disponibilità, ma a condizione che ci sia la copertura delle Nazioni Unite; cioè vadano come Caschi Blu.

L’Onu, come spesso accade, viaggia a una velocità molto più lenta della realtà: i negoziati intrapresi stallano, dovevano iniziare il 9 dicembre ma sono stati rinviati. Una fonte diplomatica egiziana – l’Egitto è un paese che si sta muovendo molto per la stabilità dell’area e si sta opponendo alle realtà islamiste – ha detto all’Ansa che si sarebbe svolto un incontro martedì 16 ad Awjila, 400 km a sud di Bengasi, e non più a Ghadames (nell’ovest), in modo da consentire a tutti i negoziatori di prendervi parte. Chi siano i negoziatori, però non è chiaro, e nel comunicatoredatto da UNSMIL, la missione Onu guida da Leon, si leggono generici richiami diplomatici e niente di più sostanzioso.

Mentre invece la rapidità e la risoluzione, sembra la prima necessità. Negli attacchi di lunedì, per la prima volta, Fajr Libya (Alba), la coalizione di gruppi armati guidati dagli ex ribelli di Misurata che regnano a Tripoli, ha usato mezzi aerei per colpire le postazioni petrolifere della costa del golfo di Sirte. Sarebbero stati usati arei rubati all’esercito libico, proprio nella zona di Misurata: per il momento non hanno fatto grossi danni e sono stati bloccati dalle guardie presenti nelle istallazioni, guidata dall’ex leader autonomista Ibrahim Jadran, adesso alleato del governo di al-Thani.

Ma è chiaro che si tratta di un ulteriore passo avanti, in peggio, in questa guerra appena al di là delle coste siciliane.


sabato 13 dicembre 2014

Lo Stato Islamico nasce a Camp Bucca

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(Pubblicato su Formiche)

Camp Bucca, prigione del sud dell’Iraq: era già famosa nel 2004 – l’anno dopo dell’invasione americana. Lì i soldati statunitensi portavano i combattenti che strappavano dalle città irachene; lì, in quella fortezza di stanze labirinto, in mezzo al nulla del deserto iracheno. L’eredità della presenza americana in Iraq, sarebbe stata plasmata, anche, da questo campo di detenzione, dove ai prigionieri venivano fatte indossare divise sgargianti di diversi colori, in base al grado gerarchico attribuito loro dall’intelligence. In mezzo a loro, con la tuta arancione canonica, nessuno immaginava ci potesse essere il futuro Califfo.

E infatti, è a Camp Bucca che è nato l’Isis, racconta un alto notabile dell’attuale Stato Islamico a Martin Chulov del Guardian «Bucca era una fabbrica, ha costruito la nostra ideologia».

Si chiama Abu Ahmed (o meglio, questo è il suo nome di battaglia) l’uomo che ha parlato con il giornale inglese, e ha raccontato nel bellissimo reportage di Chulov, come la prigione, superate le paure della detenzione, è stata «una straordinaria opportunità». Lui e diversi altri combattenti, non si sarebbero potuti riunire in quel numero, con quella continuità, in uno stesso luogo, a Baghdad: «Sarebbe stato troppo pericoloso», li avrebbero osservati e poi colpiti. A Camp Bucca Ahmed ha incontrato per la prima volta Abu Bakr al-Baghdadi, l’attuale leader dello Stato Islamico, il Califfo Ibrahim, detenuto pure lui.

L’intervista al Guardian, è frutto di due anni di lavoro: contatti, e discussioni, nel corso dei quali Ahmed ha rivelato il suo passato di militanza (fino ai quadri alti) e ha sempre espresso una certa titubanza ad uscire pubblicamente. D’altronde, le ragioni dell’attuale Isis, sono molto simili a quelle che lo avevano portato in prigione dieci anni fa: i sunniti come lui si ribellavano agli Usa, visti come veicoli dell’affermazione del potere sciita. Aprirsi con uno dei principali quotidiani occidentali, è, adesso, un passaggio importante delle sue perplessità su ciò che lo Stato Islamico è diventato – una sorta di pentimento, di affrancamento, per dire.

Ahmed ha raccontato molto di Baghdadi. Un uomo schivo, spesso distante, opaco, non agitato secondo le sue rivelazioni: con carisma, certo, ma non come quello di altri detenuti. I carcerieri americani lo avevano addirittura usato alcune volte, per sedare questioni insorte tra i detenuti e tenere il campo tranquillo. Baghdadi è stato catturato dalle forze speciali americane nel febbraio 2004, a Falluja, mentre stava “aiutando” un gruppo dal nome Jeish Ahl al-Sunnah al-Jamaah. Erano i tempi in cui i sunniti iracheni, si sentivano privati di ogni sorta di diritto civile dagli americani, che erano lì per rovesciare il loro patrono, Saddam Hussein – catturato proprio un 13 dicembre, del 2003. Per questo combattevano, e perché davanti a loro vedevano imbracciare le armi, insieme agli americani, alle milizie sciite.

Jeish Ahl al-Sunnah al-Jamaah era uno delle decine di gruppi armati che nascevano in quegli anni, e che presto sarebbero confluiti nella casa di al-Qaeda in Iraq. Uno dei tanti: precursore del colosso del Califfato, vero, ma infinitesimo se messo a confronto con la straordinaria potenza che aveva in mano, ai tempi, il capo della rivolta: Abu Musab al-Zarqawi.

Ma Baghdadi dalla sua, rivendicava da sempre una carta unica: la discendenza diretta dal profeta Muhammad. Carta giocata di nuovo, dieci anni dopo (adesso), per incoronarsi Califfo.

Una persona tranquilla in carcere, stando al racconto di Abu Ahmed, che si è mosso sottotraccia, scalando mano a mano gli scalini della prigione: «ogni volta che c’era un problema, lui era al centro di esso», per risolverlo. Per questo a dicembre 2004 fu ritenuto idoneo dagli americani, per lasciare il campo di detenzione.

Baghdadi era autorizzato ad uscire, e senza che l’esercito Usa se ne accorgesse, cominciava così la costruzione dello Stato Islamico. La “formazione in carcere” (componente ormai nota in diversi altri casi), è stata ammessa da svariati militanti e anche da alcuni ufficiali americani: non solo Camp Bucca, ma pure Camp Cropper e Abu Ghraib – altre due prigioni nei pressi di Baghdad. La radicalizzazione durante le detenzioni, ha incendiato la rivolta e ha permesso di creare strutture più organizzate: gerarchie, ruoli, catene di comando. Erano tutti lì, tutti insieme: un’occasione, appunto.

Il mezzo di comunicazione per chi usciva, era l’elastico delle mutande: ci appuntavano i contatti da prendere appena fuori. «Entro il 2009 molti di noi stavano già facendo quello che facevano prima di essere catturati. Ma lo stavano facendo meglio», cioè più organizzati. Racconta Chulov che Abu Ahmed sorrideva mentre spiegava la semplicità con cui si è svolto quello che poteva rappresentare il passaggio più complicato: ricompattare e collegare le forze dei jihadisti. Appena usciti, giunti in posto sicuro, si spogliavano e cominciavano a chiamare i contatti concordati in carcere, per costruire il network iracheno. Le mutande, pensare.

Hisham al-Hashimi, analista iracheno, stima che almeno 17 su 25 dei più alti leader dello Stato Islamico, siano stati rinchiusi in prigioni statunitensi, tra il 2004 e il 2011. Alcuni sono stati consegnati dagli americani alle carceri irachene, ma le liberazioni/evasioni degli ultimi anni, hanno permesso loro di tornare a ricongiungersi con i compagni. Ad Abu Ghraib è toccato nel 2013, e si pensa siano evasi oltre 500 detenuti; a giugno di quest’anno invece, è stata attaccata la prigione di Mosul, e si dice che a sfondare i cancelli fosse presente pure il Califfo Baghdadi.

Le prigioni sono state non solo punto di raccolta, ma hanno anche avuto il ruolo di sviluppo ideologico e poi diventate simbolo della rivendicazione: i maltrattamenti, le torture (argomento attuale, dopo l’uscita del report del Senato americano sui metodi duri di interrogatorio della CIA), contro padri, mariti, figli, sono diventate nella narrativa della rivolta, l’emblema della politica ingiusta degli invasori. Di Abu Ghraib si sapeva tutto anche in quegli anni, di Camp Bucca se ne parla dal 2009.

Secondo i racconti di Ahmed, gli anni di relativa tranquillità tra il 2008 e il 2010 (quando i risultati del Sunni Awakening e del Surge di Petraeus cominciavano ad arrivare e avevano ridato speranza al paese), hanno rappresentato per l’Isis un momento di tregua, un allentamento, ma non una sconfitta completa – occorreva proseguire, forse. Nel 2006 gli Stati Uniti avevano ucciso, con l’aiuto dell’intelligence giordana, al-Zarqawi, considerato il leader più intelligente che lo stato islamico ha avuto. Nel 2010 fu colpito a morte in un raid Abu Omar al-Baghdadi, il suo successore, spietato e pragmatico (con lui c’era anche Abu Ayub al-Masri, il vice). Poi toccò a Abu Bakr, l’attuale Califfo, prendere le redini dell’organizzazione: lui, Ahmed, lo considera il più sanguinario.

Tra le importanti rivelazioni fornite dal pezzo del Guardian, c’è la ricostruzione dei collegamenti tra Siria e Iraq, già ai tempi della rivolta anti-americani. I servizi segreti siriani favorivano il flusso dei jihadisti verso Baghdad, con il tentativo di destabilizzare il progetto statunitense. Ci sarebbero stati incontri tra elementi dei mukhabarat di Damasco e dirigenti di al-Qaeda in Iraq. Il doppio gioco di Assad, che già ai tempi cercava di vendersi come partner anti-terrore (nell’interesse dei fratelli sciiti) con l’Occidente.

Già tra il 2004-2005, elementi baahtisti e jihadisti cominciavano a stare insieme – come è successo nella rapida presa di territorio di giugno di quest’anno. I baahtisti, nascosti dopo la caduta di Saddam, loro riferimento, godevano della protezione della sezione siriana del Ba’th, cioè degli Assad. E pure molti dei mujahiddin, venivano dalla Siria, in una linea di alimentazione protetta dal governo di Damasco – questi passaggi erano già noti, ma quella fornita dal reportage del Guardian è un’ulteriore, importante, conferma. Nemici ideologici feroci, baathisti e jihadisti, uniti contro gli invasori occidentali e contro gli sciiti iracheni, la cui presa del potere veniva favorita dagli americani.

Ahmed, secondo Chulov è molto vicino al punto di lasciare («Il più grande errore che ho fatto, è quello di unirmi a loro»), ma non vuole mollare del tutto per paura delle ritorsioni contro la sua famiglia. Come lui, diversi combattenti del jihad iracheno, cominciano a nutrire dubbi sull’attuale fase di questa decennale guerra.

Gli uomini che avevano pensato la rivolta a Bucca, stanno vivendo fasi di riflessione. Sono travolti da eventi molto più grandi di loro: non si tratta più di liberare il paese dagli invasori, o di regolare i conti con l’altra componente settaria. Prendersi il mondo, non era nei piani, insomma.

venerdì 12 dicembre 2014

Obama pagherà pure il conto della CIA

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(Uscito sul Giornale dell'Umbria del 12/12/2014)

Molti analisti americani, concordano nel dire che il rapporto pubblicato dalla commissione Intelligence del Senato americano martedì, segnerà una svolta nella storia della Cia. Nel report prodotto dal gruppo presieduto dalla democratica Dianne Feinstein, si cerca di capire se le dure tecniche d'interrogatorio utilizzate dall'Agenzia fino al 2009 – e spinte, spesso, oltre il limite della tortura –, hanno prodotto risultati positivi.

Nelle conclusioni, si legge chiaramente che sono state inutili, e sui 119 detenuti, catturati dopo l'11 settembre e accusati di terrorismo, le “torture della Cia” non hanno portato a niente. L'intelligence risponde con un controrapporto, in cui sostiene di aver avuto invece «importanti risultati».

Obama, insieme all'attuale direttore John Brennan da lui nominato, è costretto a difendere la più iconografica, suggestiva, raccontata, delle agenzie di spionaggio, da accuse che non riguardano direttamente gli anni della sua presidenza.

La straordinaria mole di lavoro prodotta dalla commissione congressuale (oltre seimila pagine), è costata 40 milioni di euro: ne sono state pubblicate poco più di 500 pagine – con diversi “omissis”. Un progetto importante che gira tutto intorno ad alcune questioni. Le tecniche d’interrogatorio della Cia erano più brutali e sono state usate su più detenuti di quanto si è creduto fino a oggi, è l'aspetto principale. Inoltre si accusa l'agenzia di non aver avuto il completo polso della situazione: non c’era una supervisione adeguata e almeno 26 di quei detenuti non dovevano essere lì, cioè erano stati presi per sbaglio o per errori d'intelligence. Non solo: la Cia avrebbe ingannato il Congresso e la Casa Bianca, gonfiando l’efficacia degli interrogatori e minimizzandone la frequenza, e mentiva pure sul numero dei detenuti. Insomma, la strada delle "torture", secondo il report, era quella scelta ufficialmente dai vertici dei servizi (sì, poi qualche operativo s'è fatto prendere la mano, magari): la difendevano, ne propagandavano i successi, erano disposti a violare leggi e protocolli per portarla avanti. Tanto che gli agenti che si occupavano degli interrogatori e che avevano tentato di limitarle, sarebbero stati richiamati alla disciplina dai superiori in più di un’occasione. Sapevano di essere sul filo del lecito, sia chiaro: per questo da Langley passavano informazioni alla stampa, esagerando i successi ottenuti grazie a questi interrogatori, al fine di ottenere l’appoggio dell’opinione pubblica.

Tra le pagine pubblicate del rapporto, ci sono anche dettagli crudi, diffusi alla velocità della luce sul Web, rispetto ai quali il waterboarding – tecnica ormai nota, che consiste nell'immobilizzare un individuo in modo che i piedi si trovino più in alto della testa, e versargli acqua sulla faccia, simulandone l'annegamento – sembra una cura termale.

Non ci sono invece passaggi sui “black sites”: storia imbarazzante dei luoghi in giro per il mondo che la Cia avrebbe utilizzato per i propri interrogatori – quasi sempre tutto avveniva in modo clandestino e giravano inciuci e mazzette. La BBC ne ha individuate varie, tra Thailandia, Romania, Polonia, Lituania e Afghanistan – qui dovrebbe trovarsi la “Miniera di sale”, famigerata prigione sotterranea e senza luci.

Secondo le indagini del Senato i vertici politici non sapevano niente: George Bush, allora presidente, fu informato del programma soltanto nel 2006, Dick Cheaney VP, poco prima; anche se a Fox News lo stesso Cheney ha detto che la Casa Bianca «sapeva tutto quello che c'era da sapere» da sempre, e ha definito il rapporto «full o crap», “pieno di merda”. Invece per la commissione elementi di spicco dell'Amministrazione come Colin Powell, ex segretario di Stato, furono proprio esclusi da ogni cosa, altrimenti “avrebbero fatto saltare tutto”. Un punto importante, l'occultamento delle tecniche alla politica, su cui si sta molto discutendo.

Obama c'è andato giù duro, e pure il senatore McCain (uomo dei conservatori e solitamente considerato una falco, vicino alle istanze del settore Difesa, e duro contro i nemici dell'America), non è stato da meno: hanno compromesso l'immagine degli Stati Uniti, è il loop di questi giorni con cui i politici attuali cercano di distanziarsi dalla Cia di allora.

Brennan ha invece sostenuto l'utilità degli interrogatori, fondamentale, a suo dire, nel caso delle rivelazioni fornite da uno dei pianificatori del 9/11, Khalid Sheikh Mohammed. La difesa dell'agenzia, l'hanno presa anche alcuni dei massimi vertici in quel periodo, che al Wall Street Journal hanno dichiarato di non essere stati sentiti dai relatori di Feinstein, mettendone addirittura in dubbio l'intero lavoro.

Obama si ritrova l'ennesima grossa grana in casa. Questione non solo di politica interna però: è lecito pensare infatti, che la propaganda dello Stato Islamico e dei jihadisti sparsi per il mondo, non si farà sfuggire un'occasione così ghiotta per attaccare “gli infedeli”. Altro aspetto, la vendetta verso i detenuti occidentali dell'IS: scrive Daniele Raineri sul Foglio, che alcuni di quelli che sono riusciti a sfuggire, hanno raccontato delle interminabili sedute di waterboarding, «come punizione e contrappasso per la propria nazionalità».


giovedì 11 dicembre 2014

Il jihad globale ha ucciso 5000 persone, solo a novembre

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(Pubblicato su Formiche)

Uno studio della BBC ha rivelato che oltre 5000 persone sono morte come conseguenza delle azioni dei jihadisti nel mondo, solo durante l’ultimo mese. Praticamente, a novembre, sono rimaste uccise sette persone ogni ora. La maggior parte sono conseguenza di esplosioni o di colpi di arma da fuoco, ma ci sono pure molte vittime riferibili al crescente numero delle esecuzioni.

Su tutti, Iraq, Nigeria, Siria e ancora l’Afghanistan sono i Paesi più colpiti. L’indagine del BBC World Service, coordinata con il Centro Internazionale per lo Studio della radicalizzazione (ICSR) – think tank interno al King’s College di Londra -, ha individuato 664 attacchi in 14 nazioni diverse. Un movimento complesso, spesso scollegato, che comporta un costo di vite umane altissimo.

Una media giornaliera di 22 attacchi e 168 morti: in cima alla lista dei responsabili, c’è lo Stato Islamico, a cui lo studio accredita oltre 2000 morti dei 5042 totali – di questi, 2079 erano civili, 1723 appartenevano alle forze di sicurezza dei vari stati, un migliaio i jihadisti, ma sono numeri che potrebbero essere pure considerati per difetto.

Il primo dei Paesi per morti è l’Iraq – un terzo del totale – seguito dalla Nigeria, dove Boko Haramè una realtà terribile e spietata, che sta man mano conquistato importanti fette di territorio, in una guerra aperta contro il governo della più forte economia africana.

Peter Neumann, direttore di ICSR, ha commentato i dati analizzando come emerga un quadro generale rivelatore della porta del movimento globale, ambizioso, vasto, complesso, a tratti sofisticato. Non c’è solo al-Qaeda, prima riferimento unico e centrale per il jihad mondiale, e non c’è solo il Califfato di Baghdadi, che attualmente sta prendendo il posto dell’organizzazione guidata da Zawahiri nella narrativa jihadista; ci sono molte sotto entità, spesso regionalizzate e localizzate, che combattono la propria battaglia, con incredibile tenacia ed efferatezza, limitandosi ad interessarsi del proprio territorio.

L’attacco più sanguinoso avvenuto nel mese novembre, è stato quello alla moschea di Kano, in Nigeria. Gli autori, il gruppo Boko Haram, non hanno mai formalizzato affiliazioni globali: gli uomini di Shekau, combattano e uccidono per creare uno stato islamico shaaritico nel nord della Nigeria, e in fondo, se ne fregano del Califfo e dei reduci di Bin Laden.

sabato 29 novembre 2014

Isis leadership

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Fronline e Soufan Group hanno ricostruito una sorta di catena di comando, dei principali leader dello Stato Islamico, per quel che è possibile conoscere ─ l'IS è una realtà per certi aspetti molto misteriosa. L'organizzazione amministrativa è divisa in vari consigli, provinciale, militare, finanziario, media, intelligence, affari religiosi. Sotto al Califfo, per quanto noto, ci sono due personalità, il capo dell’IS in Iraq, Abu Muslim al Turkmani, e il capo dell’IS in Siria, Abu Ali al Anbari (sembra che entrambi siano stati membri del partito Baath, un partito politico di orientamento socialista nato in Siria nel 1947 e poi diviso in due fazioni: una siriana e una irachena). L'organo più importante è il Consiglio della Shura, che ha un ruolo consultivo e il potere, perfino, di detronizzare il Califfo.

Maggiore approfondimento a questo link di Frontline. Sotto l'immagine della testa della catena.




(Soufan Group è una società che fornisce servizi di intelligence a governi e organizzazioni multinazionali)